AIFA approva la rimborsabilità di tirzepatide, inserito in Nota 100 e prescrivibile da specialisti e medici di medicina generale

La malattia diabetica è comune, cronica, sistemica, complessa, eterogenea nelle sue manifestazioni, estremamente dispendiosa per i sistemi sanitari e le famiglie, consumante per chi cura e chi è curato. Più del 90% dei casi di diabete diagnosticati sono rappresentati dalla forma di tipo 2, in aumento in tutto il mondo, Italia inclusa. La sua gestione è difficile. Permangono tanti bisogni ancora non soddisfatti dei pazienti: le criticità organizzative e strutturali del percorso di cura e le barriere multifattoriali ritardano la diagnosi e l’accesso tempestivo a opzioni terapeutiche innovative.  Solo 1 persona su 2 con diabete di tipo 2 raggiunge il target prefissato di 6,5-7% dell’emoglobina glicata (HbA1c), parametro di riferimento che indica se il diabete nel tempo è ben compensato.

Una risposta concreta alle esigenze dei pazienti e degli specialisti arriva dall’innovazione terapeutica: AIFA ha approvato la rimborsabilità di tirzepatide di Lilly, il primo e, fino ad oggi, unico farmaco di una nuova classe terapeutica agonista recettoriale di GIP e GLP-1; il farmaco, inserito in Nota 100, può essere prescritto dagli specialisti e dai medici di medicina generale. Un passo avanti nella terapia del diabete di tipo 2, con un miglioramento del profilo di cura, personalizzazione della terapia e minor ricorso a terapie più complesse e Pronto soccorso.

Il diabete “dilaga” ovunque, in particolare il tipo 2 che in Italia negli ultimi trent’anni è più che raddoppiato e oggi si assesta mediamente attorno al 7% della popolazione generale, con picchi sopra l’8% in Calabria e Campania. I dati rilevati dalle principali Società scientifiche e monitorati da ISS e programma ARNO, registrano 4 milioni almeno di italiani con diabete diagnosticato, oltre il 90% con diabete di tipo 2, mentre almeno un altro milione vive con la patologia, ma non ne è conoscenza per mancata diagnosi. Le prospettive non sono migliori: la prevalenza nel 2040 subirà un aumento al 9-10%, i numeri saliranno a più di 7 milioni fra 15 anni.

«I dati degli Annali di AMD rilevano che solo il 56% delle persone con diabete di tipo 2 raggiunge un valore di emoglobina glicata sotto il 7%, che è il primo grande obiettivo target nel controllo glicemico – dichiara Riccardo Candido, Presidente AMD – Associazione Medici Diabetologi – I motivi sono molteplici: diagnosi tardiva e inizio del trattamento non tempestivo; inerzia terapeutica da parte dei professionisti che non intervengono in maniera precoce e incisiva nelle modifiche delle terapie qualora il diabete non sia sufficientemente controllato; difficoltà da parte dei pazienti a mantenere adeguati stili di vita in termini alimentazione e attività fisica; utilizzo di terapie fino a qualche tempo fa non del tutto efficaci e gravate dal rischio di ipoglicemia; ridotta aderenza dei pazienti alle terapie; difficoltà a livello regionale di mettere a disposizione rapidamente le innovazioni terapeutiche che oggi sono più efficaci, come tirzepatide; da ultimo, la disequità di accesso alle nuove opportunità terapeutiche e tecnologiche».

La gestione del diabete di tipo 2 è difficile e costosa: l’assistenza sanitaria diabetologica deve subire un’evoluzione. È noto che la malattia diabetica riduce l’aspettativa di vita, a causa delle complicanze soprattutto croniche che si sviluppano negli anni quando manca un adeguato e continuo controllo glicemico.

«Le principali conseguenze del diabete di tipo 2 sono quelle croniche, dovute al prolungato mantenimento negli anni di elevati valori della glicemia e della tossicità legata agli zuccheri nel sangue – spiega Gianluca Aimaretti, Presidente SIE – Società Italiana di Endocrinologia, Professore Ordinario di Endocrinologia Università del Piemonte Orientale e Direttore Dipartimento di Medicina Traslazionale – Le principali riguardano il rene, l’occhio, il sistema nervoso centrale e periferico, micro- e macro-circolo, con danni importanti che nel tempo aumentano il rischio di infarto, ictus, e problemi anche a livello epatico, della sfera genitale e del cavo orale. È necessario diagnosticare il più precocemente possibile la malattia diabetica per intervenire con adeguati trattamenti, solo così è possibile rallentare o in qualche caso prevenire le complicanze che talvolta insorgono quando ancora il paziente non sa di essere diabetico e non ha disturbi. Inoltre, gli studi dimostrano che le complicanze possono portare negli anni a gravi disabilità e ridurre l’aspettativa di vita in media di 6-7 anni».

Nonostante un approccio terapeutico integrato con dieta, attività fisica e farmaci, quasi 1 paziente su 2 non raggiunge tutti e tre gli obiettivi attualmente raccomandati dalle più recenti linee guida internazionali, ovvero controllo della glicemia, della pressione arteriosa e del colesterolo. Inoltre, l’85% dei diabetici di tipo 2 è sovrappeso od obeso, e non riesce a ridurre il peso corporeo, nonostante gli sforzi. A questi bisogni clinici non soddisfatti fino ad oggi, risponde l’innovazione di Lilly con tirzepatide: un robusto corpus di 5 studi registrativi globali del programma SURPASS ha dimostrato significativi risultati nel controllo glicemico dei pazienti, con una riduzione dell’emoglobina glicata e del peso corporeo grazie alla doppia inibizione di GIP e GLP-1; inoltre, tirzepatide ha dimostrato la sua efficacia, rispetto ai farmaci in uso, sul controllo della pressione arteriosa e del colesterolo agendo anche sulla prevenzione del danno cardiovascolare e renale. Il farmaco non è gravato dal rischio ipoglicemia e il profilo di sicurezza e tollerabilità sono risultati favorevoli. Tirzepatide, indicato per i pazienti adulti con diabete di tipo 2 non ben controllato dalla dieta e dai farmaci già in uso, sia in monoterapia con metformina che in aggiunta a altri farmaci, è contenuto in una penna preriempita facile da usare, somministrato una volta a settimana, migliorando così l’aderenza terapeutica. Il miglioramento del controllo glicemico e metabolico si associa quindi ad una marcata riduzione delle complicanze e ad un risparmio dei costi.

«Investire in salute facilitando l’accesso all’innovazione è cruciale per le persone con diabete di tipo 2 – dichiara Raffaella Buzzetti, Presidente SID – Società Italiana di Diabetologia – L’accesso a terapie innovative può migliorare significativamente gli esiti clinici e la qualità della vita; inoltre, può ridurre il carico clinico e sociale: il diabete di tipo 2 è una malattia cronica con un impatto significativo sulla qualità della vita e sulla società. L’accesso a terapie innovative permette un miglior controllo della glicemia, riducendo il rischio di complicanze come malattie cardiovascolari, insufficienza renale e neuropatie e ciò si traduce in minori ospedalizzazioni e in un miglioramento della qualità di vita. L’innovazione può condurre a migliorare l’aderenza terapeutica: le nuove terapie offrono benefici in termini di tollerabilità ed efficacia, hanno minori effetti collaterali e modalità di somministrazioni più semplici con migliori risultati clinici che motivano a seguire il trattamento con maggiore costanza».

Non esiste alcuna altra patologia cronica in cui il ruolo del paziente sia così importante e a volte decisivo sul conseguimento di un controllo della patologia, come nel caso delle persone con diabete e del raggiungimento del controllo glicemico e metabolico. Ma i pazienti devono essere motivati e hanno bisogno di risposte alle loro esigenze: sotto questo aspetto il ruolo delle Associazioni, attraverso la crescita culturale, la rappresentatività e la partecipazione attiva ad ogni livello, diventa sempre più fondamentale grazie alla formazione e alla qualificazione dei suoi rappresentanti.

«Nel diabete di tipo 2, contrariamente a quanto avviene nel tipo 1, esiste ancora poca consapevolezza della malattia tra gli stessi pazienti, le diagnosi sono tardive e quando si scopre di essere diabetici si tende a minimizzare il problema – sottolinea Stefano Nervo, Presidente Diabete Italia Rete Associativa ODV – Sarebbe opportuno aumentare la consapevolezza affinché il paziente prenda in carico sé stesso, pretenda di ricevere la miglior cura possibile e sia responsabile in prima persona della sua condizione e di ciò che comporta nella gestione quotidiana convivere con il diabete. Avere a disposizione nuove opportunità terapeutiche significa essere curati in maniera più efficace, significa prevenire le complicanze e ridurre il carico terapeutico per il paziente e il caregiver. Anche i device e la modalità di somministrazione delle terapie sono importanti e possono fare la differenza nel buon successo di una terapia, come nel caso di somministrazione settimanale che ha un impatto molto più positivo rispetto a quella giornaliera».

Il diabete di tipo 2 è presente quasi in ogni famiglia italiana e quando è trattato in modo inadeguato può diventare una malattia grave. La sua gestione ha un obiettivo principale: ridurre il rischio di complicanze acute e croniche ad essa correlate. Un trattamento efficace richiede una gestione che vada oltre la semplice gestione farmacologica, con un approccio multidisciplinare e multiprofessionale inserito all’interno di un modello di cura basato su interazioni e sinergia tra team specialistico e medici di famiglia.

«L’orientamento attuale nella cura e assistenza del paziente con diabete – precisa Andrea Frasoldati, Presidente AME - Associazione Medici Endocrinologi e Direttore Struttura Complessa di Endocrinologia dell’Arcispedale Santa Maria Nuova IRCCS, ASL di Reggio Emilia – è la gestione integrata, in cui è strategico il lavoro in team multidisciplinare, costituito da endocrinologi e diabetologi, ma anche da molte altre figure professionali quali il medico di medicina generale, figura professionale fondamentale perché conosce meglio il paziente e la realtà famigliare e sociale in cui vive e lavora. Il diabetologo e l’endocrinologo sono le due figure di riferimento cui fanno da corollario indispensabile il dietista, il nefrologo, il cardiologo, l’oculista, il neurologo, il chirurgo vascolare, l’ortopedico, lo psicologo fino all’infermiere dedicato. La presenza di questi specialisti è decisiva nell’assicurare al paziente e alla malattia un management adeguato con le migliori terapie, una diagnosi precoce e un trattamento ottimale in grado di prevenire o rallentare la progressione delle complicanze. Ma una gestione integrata prevede un sistema organizzato per rispondere ai bisogni dei pazienti e la mancanza di uno scambio tra le diverse figure specialistiche può rendere difficile al paziente l’accesso e l’aderenza alle cure».

Numerose e multifattoriali sono le barriere che possono ostacolare l’ottimale gestione integrata del diabete e l’applicazione delle raccomandazioni delle società scientifiche nella pratica clinica: ostacoli organizzativi, strutturali, burocratici, finanziari, ritardo nell’accesso, inerzia terapeutica, scarsa conoscenza delle risorse; ma anche barriere individuali e ambientali. È necessario che le politiche adottino misure atte a garantire un accesso continuo e a prezzi accessibili ai farmaci, ai dispositivi e alle tecnologie, riorganizzare il sistema sanitario per consentire una migliore integrazione dei vari livelli di assistenza, garantendo sempre la centralità del paziente. Il ruolo del medico di medicina generale, in questo complesso scenario, diventa cruciale.

«Nell’interesse del paziente, l’approccio alla malattia diabetica deve essere il più olistico possibile, e solo il medico di medicina generale può realizzare a pieno questo approccio – spiega Walter Marrocco, Responsabile Scientifico FIMMG – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale – Inoltre, il diabete, come patologia cronica, richiede una sorveglianza che perduri nel tempo, e questo solo il medico di medicina generale può garantirlo. Il diabete rappresenta una crescente emergenza sanitaria in Italia, con una prevalenza in aumento e un impatto significativo sulla salute pubblica: è quindi fondamentale promuovere strategie efficaci di prevenzione, diagnosi precoce e gestione della malattia per ridurre le complicanze e migliorare la qualità della vita delle persone affette. In tale contesto e con questi obiettivi la medicina generale diventa essenziale per poterla affrontare e gestire compiutamente».

È diffusa nell’opinione pubblica italiana una scarsa consapevolezza e conoscenza dei numerosi fattori (tra cui urbanizzazione, stress psico-fisico, larga diffusione e disponibilità di cibi ad elevato tenore calorico, fino alla probabile presenza negli alimenti di sostanze con azioni negative sui meccanismi di controllo della glicemia), che rappresentano un rischio, talvolta alto, per lo sviluppo della malattia diabetica: ad esempio, il 60% degli italiani ignora la stretta relazione tra il diabete di tipo 2 e l’obesità.

«Non bisogna più sottovalutare la malattia diabetica come è stato fatto fino ad oggi, i numeri ci dicono che la strategia comunicativa adottata in questi anni, che era ed è ancora orientata a non drammatizzare la patologia, è stata ed è decisamente insufficiente, se non addirittura inadeguata – sottolinea Manuela Bertaggia, Vice Presidente FAND Associazione Italiana Diabetici ODV – Una comunicazione poco incisiva rispetto ad una malattia che richiede cure e assistenza per tutta la vita, non riesce a coinvolgere i pazienti e a creare consapevolezza. Il fatto che lo stesso diabetologo tenda a non parlare di fattori di rischio non ha aiutato a responsabilizzare le persone con diabete di tipo 2 che, invece, vanno educate su quelli che possono essere i pericoli derivati da certe cattive abitudini e comportamenti errati. Necessaria la prevenzione primaria, attivando campagne di sensibilizzazione che raggiungano la popolazione generale, i pazienti diagnosticati e le persone che magari convivono con la malattia ma non ne sono a conoscenza, e bisogna andare nelle scuole. Attraverso i bambini e gli adolescenti si agganciano genitori e nonni».

Lilly è impegnata nell’area metabolica da oltre 100 anni, a partire dalla prima insulina commerciale al mondo. Oggi amplia la sua innovazione con una molecola, tirzepatide, che potrebbe rivoluzionare la gestione del diabete di tipo 2. L’Azienda lavora a stretto contatto con decisori pubblici e comunità scientifica per rendere disponibile l’innovazione terapeutica alle persone con diabete.

«Lilly è da sempre protagonista nella lotta al diabete, una delle principali sfide di salute pubblica, grazie a un impegno costante nella ricerca e nello sviluppo di terapie innovative – commenta Federico Villa, Associate Vice President Corporate Affairs & Patient Access Lilly Italy Hub – Oggi, questo impegno si rinnova con tirzepatide, una terapia innovativa per il diabete di tipo 2, frutto di decenni di ricerca metabolica. Tirzepatide non solo migliora il controllo glicemico e riduce i fattori di rischio cardiovascolare ma supporta anche la perdita di peso, un fattore chiave nella gestione della malattia, rispondendo a un bisogno clinico ancora insoddisfatto. Come azienda ci siamo impegnati molto per far sì che tirzepatide potesse essere disponibile per tutti i pazienti che ne avessero bisogno in ogni regione, andando anche a rispondere al problema delle carenze che ha caratterizzato questa classe di farmaci negli ultimi anni».

In Italia un decesso su tre è imputabile alle malattie cardiovascolari, in primis infarto del miocardio e ictus, che continuano ad essere la prima causa di morte nel mondo occidentale. Silenti e troppo spesso sottovalutate, l’ipertensione arteriosa e l’ipercolesterolemia ne sono una causa diretta: non semplici fattori di rischio ma condizioni patologiche che, se non tenute sotto controllo, aumentano significativamente le probabilità di andare incontro a un evento cardiovascolare. Inoltre, se trascurate, possono influenzare in maniera sfavorevole l’aspettativa di vita dopo un infarto e favorire l’insorgenza di altre condizioni cliniche complesse come lo scompenso cardiaco, malattia caratterizzata da un deterioramento della funzione di pompa del cuoreche impedisce il giusto apporto di sangue all’organismo.

Prevenire queste condizioni e agire tempestivamente per ridurne l’impatto sui pazienti è quanto mai prioritario, ma a guardare i numeri c’è ancora molto da fare, a partire dalla necessità di aumentare la consapevolezza del rischio personale, del ruolo chiave dello stile di vita e dell’aderenza alle cure. Si stima che oltre 10 milioni di italiani, un terzo della popolazione adulta, abbiano livelli di colesterolo ‘cattivo’ (LDL) superiori alla norma, e che addirittura due terzi - 16 milioni di persone - soffrano di pressione alta. Il 2% della popolazione soffre di scompenso cardiaco,che nella maggior parte dei casi insorge in pazienti anziani gravati da altre malattie croniche, rappresentando la prima causa di ricovero ospedaliero per gli over-65. Il quadro epidemiologico è gravato da livelli ancora troppo bassi di aderenza terapeutica,con almeno il 50% dei pazienti che non assume i farmaci in modo conforme alle indicazioni del medico. Si stima che in Europa l’aderenza farmacologica subottimale causi circa 200.000 decessi l’anno e fino al 50% dei ricoveri per malattie cardiovascolari, con un impatto anche sui costi sanitari1. In tal senso, aumentare la percezione del rischio per la propria salute e ridurre la complessità del regime terapeutico rappresentano due interventi decisivi per migliorare la qualità di vita dei pazienti.

Sull’importanza di mettere in atto strategie efficaci di prevenzione e di gestione a 360 gradi dei pazienti a rischio cardiovascolare si sono confrontati a Milano autorevoli esperti della Cardiologia italiana nel corso dell’evento “3H - Hypertension, Hypercolesterolemy, Hearth Failure”, organizzato con il contributo non condizionante di Neopharmed Gentili, azienda farmaceutica storicamente impegnata in ambito cardiometabolico e pioniera nello sviluppo di soluzioni terapeutiche innovative in grado di migliorare l’aderenza terapeutica e la gestione del rischio cardiovascolare. Tra i temi al centro del confronto, i nuovi target terapeutici suggeriti dalle Linee guida internazionali2,3 e il ruolo della medicina personalizzata per migliorare gli outcome clinici e ridurre il rischio di mortalità, puntando inoltre a semplificare l’assunzione delle terapie per i pazienti grazie alla disponibilità di nuove terapie di combinazione, con particolare riferimento al trattamento di ipertensione e ipercolesterolemia. 

“È ormai ampiamente dimostrato che il colesterolo legato alle lipoproteine a bassa densità (C-LDL, il cosiddetto ‘colesterolo cattivo’) non è semplicemente un elemento che predispone alle malattie cardiovascolari, ma è la causa principale di sviluppo e progressione della malattia aterosclerotica, cioè l’ostruzione dei vasi arteriosi, condizione alla base di infarto, ictus e insufficienza cardiaca”, spiega Furio Colivicchi, Direttore UOC Cardiologia Clinica e Riabilitativa, Presidio Ospedaliero S. Filippo Neri di Roma. “Nelle persone sane, i livelli di colesterolo LDL devono essere inferiori ai 115 mg/dL, mentre nei soggetti ad elevato rischio cardiovascolare, ad esempio persone con ipertensione o che hanno già avuto un infarto, i valori devono essere tenuti almeno al di sotto di 55 mg/dL. Quanto più si riducono i livelli di colesterolo LDL, attraverso un intervento terapeutico appropriato, tanto minore sarà il rischio di eventi cardiovascolari. Il trattamento dell’ipercolesterolemia è uno dei migliori esempi di terapia personalizzata perché abbiamo a disposizione diversi farmaci efficaci, il cui impiego varia in relazione ai livelli di colesterolo e al profilo di rischio del paziente. La terapia di combinazione statine-ezetimibe si sta affermando come la prima scelta di intervento farmacologico contro l’ipercolesterolemia. Ma il beneficio terapeutico è strettamente correlato all’aderenza alle cure, ed è necessario lavorare su questo fronte per aumentare la consapevolezza dei pazienti sulla pericolosità del ‘colesterolo cattivo’, seppur in assenza di sintomi evidenti”.

Non a caso, infatti, colesterolo alto e ipertensione arteriosa sono definiti ‘killer silenziosi’ perché non danno manifestazione di sé fino a quando non provocano gravi complicazioni, determinando molto spesso diagnosi tardive e aumentando il rischio di danni d’organo.

“L’ipertensione arteriosa è in aumento in quanto malattia legata all’invecchiamento: avere la pressione alta vuol dire avere maggiore stress sui vasi e sul cuore, esponendo l’individuo a un rischio elevato di infarto e ictus. La pressione ideale dovrebbe essere 130/80 mm Hg, il che vuol dire una pressione sistolica (la "massima") non superiore a 130 mm Hg e una pressione diastolica (la "minima") non superiore a 90 mm Hg. Oggi possiamo contare su opzioni terapeutiche efficaci per contrastare l’ipertensione e gli studi hanno dimostrato che basta una riduzione di 5 mm Hg della pressione arteriosa per diminuire del 10% il rischio di eventi cardiovascolari maggiori”, afferma Stefano Carugo, Professore Associato di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università degli Studi di Milano. “Combattere l’inerzia terapeutica è uno dei principali obiettivi per la classe medica. In tal senso, le Linee guida internazionali raccomandano di procedere tempestivamente con le terapie di associazione prefissata di più farmaci anti-ipertensivi che si sono dimostrate più efficaci per arrivare più rapidamente a target. Un’attenzione particolare va riservata alla popolazione femminile, affinché le donne non trascurino il proprio rischio cardiovascolare,   consentendo di ridurre l’impatto della mortalità per infarto, più alta di quella maschile”.

“L’ipertensione arteriosa - aggiunge Stefano Taddei, Professore Ordinario di Medicina Interna, Università di Pisa - è la prima causa di morte al mondo, superiore alla mortalità causata dai tumori. Tuttavia, ciononostante, resta una malattia sottovalutata e sottostimata, aspetto che peggiora la prognosi dei pazienti. Dopo i 55-60 anni, 1 persona su 2 è ipertesa. Oltre all’età, altri fattori di rischio per lo sviluppo di ipertensione sono l’ereditarietà, l’obesità, errati stili di vita e la presenza malattie renali o endocrine. Quest’ultime possono favorire l’ipertensione anche in fasce di popolazione più giovani. La scarsa aderenza alle terapie resta uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un buon controllo della pressione arteriosa, che riguarda solo il 25-30% dei pazienti. È ormai dimostrato che l’aderenza peggiora all’aumentare del numero di farmaci da assumere, e in questo possono venire in aiuto le terapie di combinazione di farmaci antipertensivi, ampiamente utilizzate nella pratica clinica. La possibilità per i pazienti di assumere più principi attivi in un’unica compressa rappresenta un importante vantaggio per il miglioramento della compliance e, quindi, dell’efficacia della terapia con conseguente miglioramento della prevenzione degli eventi cardiovascolari”.

Per via dell’invecchiamento della popolazione, anche lo scompenso cardiaco ha assunto dimensioni sempre più rilevanti. Grazie alle cure, oggi è possibile rallentarne il decorso, ma è necessario agire precocemente per ridurre l’impatto della malattia sulla qualità di vita dei pazienti e sul rischio di ospedalizzazioni.

“Lo scompenso cardiaco insorge in seguito a un danno del muscolo cardiaco, generalmente come conseguenza di un infarto miocardico o di una lunga storia di ipertensione arteriosa, determinando l’incapacità del cuore di assolvere alla normale funzione contrattile di pompa. Si tratta di una malattia complessa che nella maggior parte dei casi insorge in pazienti con comorbidità, che avvertono una sensazione costante di affanno, anche a riposo nei casi più gravi, dovuta all’incapacità del cuore di garantire il corretto apporto di sangue all’organismo”, spiega Andrea Di Lenarda, Direttore della SC Patologie Cardiovascolari, Dipartimento Specialistico Territoriale, ASUGI, Trieste. “Nei pazienti che dimostrano una disfunzione del muscolo cardiaco, è fondamentale intervenire in maniera tempestiva per evitare che il danno peggiori e che lo scompenso cardiaco progredisca. La rete dei servizi territoriali svolge un ruolo cruciale per intercettare precocemente i pazienti, migliorare la presa in carico post-dimissione e l’aderenza terapeutica, che resta una delle principali criticità, nonostante la disponibilità di terapie efficaci nel controllare la malattia e ridurre ospedalizzazioni e decessi. Tra queste, gli anti-aldosteronici hanno dimostrato in numerosi studi clinici di essere in grado di prevenire le complicanze sia nello scompenso cardiaco cosiddetto “a funzione sistolica ridotta”, cioè quando si riduce la contrattilità del cuore, sia nello scompenso “a funzione sistolica preservata”, cioè quando il ventricolo sinistro mantiene la sua capacità di contrazione ma, presentando un aumentato spessore e rigidità delle pareti (ipertrofia miocardica), manifesta una difficoltà della fase di riempimento con conseguente congestione polmonare”.

***

1 Ministero della salute, Aderenza terapeutica: analisi critica e prospettive per un percorso efficace di cura delle malattie cardio-cerebrovascolari (link)

2 Linee guida ESC 2024 per la gestione della pressione arteriosa elevata e dell’ipertensione (link)

3 linee guida ESC/EAS 2019 per la gestione delle dislipidemie (link)

Basterà una applicazione sul telefono o sullo smartwatch per tenere sotto controllo i propri parametri cardiovascolari. L’intelligenza artificiale lavorerà per prevenire e trattare precocemente patologie quali l'insufficienza cardiaca, la fibrillazione atriale e le altre malattie coronariche. In questa direzione, ma non solo, si sviluppa la ricerca del progetto internazionale GRACE (grace-ihi.eu) presentato presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma con l'obiettivo di migliorare la rilevazione precoce, la gestione e la cura a lungo termine dei pazienti attraverso soluzioni digitali innovative e di facile applicazione.«La nostra sfida sta nel mettere insieme aziende del settore elettromedicale e del farmaceutico con aziende di elettronica di consumo per fornire continuità alla cura e alla gestione delle patologie cardiovascolari. L'intento è di mettere in comunicazione, ad esempio, uno smartwatch con un impianto attivo dotato di telemetria per fornire con continuità le informazioni rilevate dallo strumento ai professionisti sanitari».

A dichiararlo è il professor Leandro Pecchia, Presidente del Corso di Laurea Magistrale dell’Università Campus Bio-Medico in Ingegneria Biomedica, docente in Bioingegneria elettronica e informatica, direttore dell’unità di ricerca in Intelligent Health Technology e dell’Osservatorio sulla Global Health.Pecchia è considerato, visti i suoi precedenti incarichi internazionali, uno degli ingegneri biomedici più influenti a livello globale sui temi dell’innovazione in medicina ed è al lavoro su numerosi progetti con il Campus Bio-Medico di Roma e con altri colleghi: dal robot Hosbot utilizzato nei servizi di logistica ospedaliera; al lupo robot Freki, che offre un modo completamente nuovo per individuare patogeni di natura batterica, automatizzando il campionamento in ambienti sanitari in modo efficace e ripetibile. «Obiettivo – racconta Pecchia – ridurre l’incidenza delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria, migliorando quindi l’esperienza dei pazienti ed al contempo riducendo i rischi degli operatori sanitari». Sarà lui a coordinare il progetto GRACE.

Leandro Pecchia

Le malattie cardiovascolari rimangono la principale causa di morte a livello globale, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, con 17,9 milioni di decessi ogni anno, un numero destinato a salire a 22 milioni entro il 2030. Per l'Istituto Superiore di Sanità il 41% degli italiani tra 18 e 69 anni ha almeno tre fattori di rischio cardiovascolare.

I ricercatori di GRACE porteranno avanti sei studi pilota per trasformare la gestione della fibrillazione atriale, migliorare la cura della stenosi aortica per i pazienti oncologici, ridurre le complicazioni nella chirurgia cardiaca, potenziare la diagnostica della risonanza magnetica cardiaca per l'ischemia senza coronarie ostruttive e infine ottimizzare la gestione dell'insufficienza cardiaca.Supportato dall'Innovative Health Initiative (IHI), il progetto avrà una durata di 54 mesi e un budget complessivo di oltre 19 milioni di euro con cofinanziamento dall'Unione Europea e da partner industriali. «Misureremo l'impatto clinico, economico e sociale, garantendo che le soluzioni di GRACE offrano benefici reali e misurabili ai pazienti e ai professionisti sanitari», ha spiegato ancora il professor Pecchia. Uno sforzo collaborativo e multidisciplinare che vanta 24 partner provenienti da ricerca, sanità, industria. Questo consorzio diversificato include ospedali, università, istituti di ricerca e aziende di tecnologia medica e farmaceutica, garantendo un approccio completo per affrontare la sfida delle malattie cardiovascolari. Con la partecipazione attiva di organizzazioni in Spagna, Francia, Italia, Paesi Bassi, Germania, Regno Unito, Israele e Corea, GRACE copre più sistemi sanitari, consentendo la validazione nel mondo reale delle sue soluzioni e la loro scalabilità in tutti i contesti.

La sanità si conferma tra le principali preoccupazioni degli italiani. Secondo il sondaggio Ipsos Priorità e aspettative degli italiani per un nuovo SSN, il 74% dei cittadini considera Salute e Sanità prioritari nell’agenda politica, con un aumento del 5% rispetto al 2023. Tuttavia, non mancano criticità come tempi di attesa troppo lunghi, carenza di personale medico e una spesa sanitaria inferiore alla media europea.

La presentazione dei dati Ipsos

I dati sono stati presentati il 5 febbraio al MAXXI di Roma, durante la settima edizione dell’Inventing for Life Health Summit, promosso da MSD Italia. Secondo Chiara Ferrari, Service Line Leader di Ipsos Public Affairs, «la fotografia d’insieme è di segno positivo», con la maggior parte degli intervistati soddisfatta dell’offerta sanitaria. Tuttavia, aggiunge Ferrari, «gli italiani sono diventati sempre più consapevoli dell’importanza del benessere e della salute», e con essa dei limiti del Servizio Sanitario Nazionale. L’80% ritiene quindi necessario un aumento della spesa pubblica nel settore, decisamente più bassa rispetto al resto d’Europa.

L’attenzione dei cittadini aumenta anche rispetto alla prevenzione, in particolare per le malattie oncologiche. In quest’ambito, secondo Walter Ricciardi, Presidente della Mission Board for Cancer – Università Cattolica del Sacro Cuore, «ci sono delle innovazioni importanti, dal punto di vista della rivoluzione genetica, soprattutto per quanto riguarda l’identificazione di soggetti a rischio e la personalizzazione delle cure».

Sul fronte vaccini il quadro è complesso. Se da un lato, come sottolinea Roberta Siliquini, Professoressa ordinaria Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche Università di Torino «le coperture vaccinali sono in calo, sia per l’età infantile sia per i pazienti più fragili», dall’altro l’adesione sembra tornata ai livelli pre-Covid, con un 74% di opinioni favorevoli.

È del resto favorevole anche l’opinione generale sull’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nel settore sanitario, in particolare per il suo potenziale nella gestione dei dati clinici, nella diagnosi precoce e nell’ottimizzazione delle cure.

Resta insomma cruciale il ruolo della prevenzione e dell’innovazione, investimento per le istituzioni, in grado, secondo Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratrice Delegata di MSD Italia, di unire l’Europa, renderla più resiliente e assicurargli un futuro più prospero.

A cura di Micol Weisz

L’ottava edizione del convegno “La Scienza per la differenza. La via multidisciplinare alla medicina di genere”, organizzato da Farmindustria, con il patrocinio del Ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, ha posto al centro del dibattito una domanda fondamentale: come integrare la medicina di genere in tutti i settori della scienza medica?

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive la medicina di genere come “l'analisi dell'impatto delle differenze biologiche e delle variabili socio-economiche e culturali sulla salute e sulle malattie degli individui”. In pratica, significa che la medicina riconosce che uomini e donne possono avere risposte diverse alle malattie o ai farmaci, e quindi cerca di personalizzare le cure per rispondere meglio alle esigenze di ciascun genere.

Un passo avanti concreto: 1.200 farmaci per le donne

La medicina di genere ha compiuto progressi notevoli, come dimostra la sua recente integrazione nel Servizio Sanitario Nazionale, con l’approvazione del Piano Formativo Nazionale, siglato nel 2023 dai Ministri della Salute e dell’Università e della Ricerca. A livello globale, la scienza sta ponendo crescente attenzione sulle differenze di genere, con un numero in continua crescita di studi clinici in fase di sviluppo dedicati alla medicina femminile. L'OMS segnala che attualmente sono in fase di sviluppo clinico circa 1.200 farmaci per le donne, con un’ampia varietà di applicazioni terapeutiche: 95 per patologie ginecologiche, 190 per il tumore all'utero, 83 per il tumore alle tube di Falloppio, 558 per il tumore al seno, 251 per il tumore ovarico e 22 per condizioni legate alla gravidanza e al parto.

La presenza femminile resta inferiore rispetto a quella maschile

Il legame tra ricerca clinica e medicina di genere sta diventando sempre più forte, come afferma Marcello Cattani, presidente di Farmindustria: “L’impegno dell’industria farmaceutica nella medicina genere-specifica è crescente. Le imprese auspicano una maggiore partecipazione femminile agli studi clinici per ridurre il divario che ancora persiste”. Tuttavia, sebbene il 90% degli studi clinici siano aperti sia a uomini che a donne, in alcune aree terapeutiche la presenza femminile resta inferiore rispetto a quella maschile. Per colmare questo gap, Cattani suggerisce di incentivare l’adozione di studi clinici decentralizzati (DCT), che consentono alle donne di partecipare agli studi senza doversi spostare, grazie a soluzioni come la consegna domiciliare dei farmaci, il telemonitoraggio e le televisite di controllo.

Un settore in crescita: la parità di genere nell'industria farmaceutica

Nel settore farmaceutico, la parità di genere sta guadagnando terreno. Su 70mila dipendenti, 7mila dei quali impegnati in ricerca e sviluppo, il 45% sono donne. Quasi la metà (47%) ricopre ruoli dirigenziali e di responsabilità. Dal 2018 al 2023, l'occupazione femminile nel settore è aumentata del 14%, con un +22% tra le giovani sotto i 35 anni. Inoltre, la differenza di retribuzione tra uomini e donne nella fascia 30-49 anni è scesa al -0,5%, ben al di sotto della media del -11,6% registrata nel settore manifatturiero.

Farmindustria evidenzia anche le politiche di Welfare aziendale adottate dalle imprese farmaceutiche per promuovere la parità: il 71% delle aziende ha ottenuto la certificazione per la parità di genere, e il 22% ha avviato o avvierà a breve il relativo iter. Inoltre, il 91% delle aziende ha implementato sistemi di gestione delle risorse umane che allineano le aspettative individuali con gli obiettivi organizzativi.

Con IA, nuove molecole in fase di sviluppo in aumento del 400%

Nei prossimi anni, l’intelligenza artificiale generativa giocherà un ruolo cruciale in numerosi settori, tra cui medicina, educazione, legge, informatica e arti creative. Il suo impatto globale è già evidente, aprendo nuove e promettenti opportunità per la ricerca e le cure. Grazie all’IA, l’identificazione di nuove molecole in fase di sviluppo è aumentata del 400% tra il 2020 e il 2023, con un tasso di successo che raggiunge l'80-90% nelle prime fasi della sperimentazione clinica, riducendo del 40% i tempi di ricerca pre-clinica. Gli investimenti mondiali in nuovi progetti di ricerca e sviluppo con l’IA ammontano attualmente a 13 miliardi di euro.

Un impegno collettivo per il futuro della sanità

All’evento hanno partecipato anche Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, e Orazio Schillaci, Ministro della Salute. L’approccio di genere in sanità non è un obiettivo isolato, ma fa parte di un intervento globale che richiede la collaborazione di istituzioni, politica e tutti gli attori coinvolti per ridurre le disuguaglianze e migliorare la precisione delle cure. L’inclusione della medicina di genere in ogni fase della cura rappresenta un passo fondamentale verso una sanità più equa e mirata.

A cura di Serena Santoli

Ozgur Yaziyurt è stato nominato Country President di Pfizer in Italia, subentrando a Päivi Kerkola. Yaziyurt, 48 anni, è nato in Turchia e si è laureato in Ingegneria Industriale presso la Middle East Technical University di Ankara. Da anni vive a Roma con la sua famiglia, avendo maturato un lungo percorso professionale anche in Pfizer Italia. In azienda ha ricoperto diversi incarichi di rilievo, tra cui quelli di Presidente della Upjohn Division, di General Manager per Italia/Grecia e Vice President di Pfizer Essential Health in Italia.  

Ozgur Yaziyurt

Nel corso della sua carriera, che dura da oltre vent’anni all’interno di Pfizer, Yaziyurt ha acquisito una solida esperienza in diverse aree strategiche, dal finance al business development, dal marketing alle vendite, fino a guidare diverse business unit. Più di recente, ha avuto la responsabilità di un’ampia area geografica tra Europa ed Asia che comprende Russia, Bielorussia e Comunità degli Stati Indipendenti.

Yaziyurt succede a Päivi Kerkola, che lascia Pfizer dopo oltre 20 anni di carriera, di cui 5 alla guida della filiale italiana. Nel corso del suo mandato ha guidato la trasformazione organizzativa assicurando il percorso di crescita di Pfizer, che nella fase iniziale ha dovuto affrontare anche il difficile periodo della pandemia.

Pfizer vanta una presenza consolidata e diversificata nel nostro Paese, con oltre 2.000 collaboratori distribuiti tra le persone sul campo distribuite in tutte le Regioni italiane, la sede centrale di Roma, il centro di R&D e farmacovigilanza di Milano, e infine i due stabilimenti produttivi di Ascoli e Catania. 

"Occorre un approccio innovativo per rispondere ai bisogni di salute delle comunità nelle aree interne del nostro Paese". Così Fabrizio d'Alba, Presidente di Federsanità e Dg dell'AOU Policlinico Umberto I di Roma in occasione dell'evento al Senato "Connessi, la digitalizzazione nella sanità delle aree interne e nelle comunità montane".

"Lo sviluppo del digitale rappresenta la sfida cruciale se guardiamo a quei territori in termini di disparità di accesso e competenze. Colmare il divario digitale è fondamentale non solo per garantire in ogni territorio un accesso equo alle tecnologie, ma anche per promuovere una sanità più efficiente e personalizzata. È necessario adottare politiche sanitarie inclusive che tengano conto delle diverse esigenze, migliorando così l’equità nell’accesso alle cure e l’efficacia dei risultati sanitari. Costruire un ecosistema sanitario digitale inclusivo, non è solo un imperativo etico, ma rimane una priorità strategica per il futuro della salute pubblica in Italia soprattutto nelle aree più fragili del nostro territorio in termini di accessibilità ai servizi e connessione alle reti di assistenza".

"Solo attraverso un nuovo 'ingaggio' dei professionisti potremmo attuare - ha detto d'Alba - un vero cambiamento e superare forme di resistenza. Determinante, in questo contesto, l'attuazione di modelli partecipativi e di comunicazione che rendano i cittadini protagonisti dei cambiamenti che riguardano il miglioramento, in termini di prossimità, dei servizi a tutela della propria salute".

"Mettere a terra gli obbiettivi del Dm77 significa attuare e rendere operative soluzioni concrete ed efficaci soprattutto nelle aree interne, come sta avvenendo in molte Aziende sanitarie attraverso, ad esempio, i punti di facilitazione digitale dove i cittadini - ha concluso il Presidente di Federsanità - possono ricevere supporto e, soprattutto formazione, sull'utilizzo degli strumenti necessari per poter usufruire dei servizi sanitari online".

Il diabete è ancora avvolto da stigma e pregiudizi, con conseguenze che vanno ben oltre la salute fisica. Un’indagine internazionale condotta su 2.600 persone in otto Paesi ha rivelato dati allarmanti: il 40% degli intervistati ha evitato visite mediche per vergogna, mentre il 77% ha riportato un impatto negativo sulla propria salute mentale.

Per abbattere queste barriere, il 20 febbraio l’azienda multinazionale Abbott, specializzata in dispositivi medici e servizi sanitari, ha lanciato la campagna Above the Bias, inaugurando a Roma il "Labirinto del Pregiudizio", un'installazione immersiva in piazza San Silvestro, che è rimasta visitabile fino al 23 febbraio ed è stata “sperimentata” da migliaia di persone.

Suoni e immagini hanno guidato i visitatori in un percorso di consapevolezza, alla ricerca di un’uscita simbolica dallo stigma che circonda il diabete, una condizione che spesso diventa più limitante a causa della disinformazione che la circonda. In Italia, i casi hanno superato i quattro milioni e sono in continua crescita, con un’età di insorgenza sempre più precoce. Eppure, la scarsa conoscenza della malattia ne ostacola ancora una corretta gestione. 

«Banalizzare il diabete o considerarlo un limite influisce negativamente sulla qualità della vita e sull’aderenza alla terapia», avverte Riccardo Candido, Presidente Nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD).

Ma per superare lo stigma, servono azioni concrete. «Bisogna riconoscere il diabete per quello che è: una patologia seria, cronica e multifattoriale, che colpisce tutti gli organi vitali», sottolinea Stefano Garau, Communication Manager FAND, associazione italiana diabetici ODV. Secondo Angelo Avogaro, coordinatore di EUDF Italia, rete italiana nell’ambito del coordinamento dell’European Diabetes Forum: «Il cambiamento passa attraverso una maggiore formazione degli operatori sanitari, più attenzione alla narrazione del paziente e una migliore educazione della cittadinanza».

Ma non basta. Lo stigma si combatte anche sul piano istituzionale, rivedendo norme che ancora oggi escludono le persone con diabete da numerose professioni e affrontando le disparità di accesso alle cure. «Assistiamo a una crescente disuguaglianza nei trattamenti, che colpisce trasversalmente classi sociali e regioni», sostiene Avogaro. Resta un punto fondamentale: il vero obiettivo non è solo gestire la malattia, ma garantire a chi convive con il diabete una vita libera da pregiudizi e limitazioni imposte dalla società. E, dunque, uscire dal labirinto…

A cura di Micol Weisz

Alla ricerca di nuovi farmaci, terapie sostitutive e geniche in grado di offrire ai pazienti risposte e guadagnare vita e salute nel tempo è stata dedicata l’ultima giornata dell’evento nazionale sulle malattie rare, organizzato dal Centro di Coordinamento, in accordo con la direzione generale Tutela della Salute della Regione Campania. Presso il Centro di coordinamento Malattie rare dell’Ospedale Monaldi (Via Leonardo Bianchi snc), i clinici e i ricercatori si sono confrontati con le Associazioni dei pazienti sugli ultimi passi compiuti.

MEDICINA DI PRECISIONE. Le terapie geniche sono finalmente una realtà nelle malattie rare che in circa due terzi dei casi sono di origine genetica. “Sono un esempio, insieme alla oncologia, della cosiddetta ‘medicina di precisione’, in cui farmaci orfani ed innovativi vengono sviluppati specificamente per trattare gli aspetti patogenetici e clinici di quella malattia, a differenza di quanto succede per patologie croniche e comuni quali lo scompenso o la broncopatia cronica ostruttiva”, afferma il responsabile scientifico dell’evento, Giuseppe Limongelli, Direttore del Centro di Coordinamento delle malattie rare della Regione Campania, direttore dell’Unità di malattie cardiovascolari rare ed ereditarie dell’Ospedale Monaldi di Napoli, Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ e Responsabile scientifico dell’evento. “Come in oncologia, la ricerca e la conoscenza degli aspetti molecolari e cellulari alla base dello sviluppo delle patologie rare sta crescendo in maniera significativa, aprendo degli scenari ed opportunità fino a qualche anno fa impensabili in questo mondo”.

PRIMO TRIAL AL MONDO. Una delle malattie sotto la lente è la Sindrome di Usher, una malattia legata a mutazioni del gene MYO7A, che comporta sordità alla nascita e retinite pigmentosa nell’infanzia. Mentre per la sordità esiste l'impianto cocleare, per la retinite pigmentosa, malattia degenerativa progressiva, non esistono cure per impedire l’evoluzione verso la cecità in età adulta.

Grazie ad una strategia innovativa di terapia genica, con l’uso di un doppio vettore virale per geni di grandi dimensioni, messa a punto dal professor Alberto Auricchio, Direttore dell’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Pozzuoli, e ad uno studio clinico multicentrico su pazienti in Europa coordinato dalla professoressa Francesca Simonelli, Direttore della Clinica Oculistica dell’Università Vanvitelli, a luglio 2024 si è dato inizio al primo trial clinico di Fase I al mondo per la sindrome di Usher.

“Il trial clinico – spiega la professoressa Simonelli – include tre centri, la Clinica Oculistica dell’Università Vanvitelli e due centri a Londra, ma attualmente è solo il centro di Napoli che ha iniziato la terapia nei primi quattro pazienti al mondo. La terapia, che consiste nella somministrazione del farmaco direttamente nella retina, attraverso un intervento chirurgico di vitrectomia, prevede il trattamento di 15 pazienti con differenti dosaggi per identificare quello migliore in termini di costo-beneficio”.

SEGNALI POSITIVI. I primi risultati in termini di sicurezza della terapia, indicano l’assenza di effetti collaterali, nessun effetto tossico, né infiammatorio, né complicanze chirurgiche. “Per quanto riguarda la valutazione dell’efficacia – prosegue la professoressa –, in termini di miglioramento delle capacità visive dei pazienti, osserviamo già qualche segnale positivo, ma aspettiamo di diffondere i risultati alla conclusione del trattamento di tutti i pazienti, considerata l’importanza della sperimentazione.  Si tratta di una grande sfida scientifica volta alla cura di una patologia che include una doppia disabilità nei pazienti, sordità e cecità ed è di grande prestigio per l’Università Vanvitelli e per la Regione Campania poter scrivere una pagina di così alto valore scientifico”.

MALATTIE DEL METABOLISMO. Per due rare malattie congenite del metabolismo, la mucopolisaccaridosi di tipo 6 (MPS6) e la sindrome di Crigler-Najjar, dovute alla carenza di enzimi che determina accumulo nell’organismo di sostanze tossiche, sono in corso due sperimentazioni di fase I presso l’azienda ospedaliera universitaria di Napoli “Federico II”, da parte del team clinico, diretto da Nicola Brunetti-Pierri, medico e ricercatore dell’Università di Napoli Federico II e del Tigem, che ha iniziato a valutare la sicurezza e l’efficacia della terapia genica.

“Il trattamento sperimentale – afferma il professor Brunetti-Pierri – si basa in entrambe le malattie sull’infusione di vettori virali di tipo adeno-associato (AAV) che sono in grado di trasferire il gene terapeutico alle cellule del fegato. Ad oggi sono dieci pazienti, provenienti dall’Italia ma anche da altri Paesi, come Canada, Turchia e Spagna, che hanno ricevuto il trattamento sperimentale. I due protocolli di terapia genica sono stati i primi – e ancora oggi gli unici – ad essere testati nell’uomo per queste due malattie. Come tutte le ‘prime volte’, bisogna iniziare valutando la sicurezza: pertanto si è cominciato somministrando dosi basse di vettore virale. Confortati dal fatto di non aver osservato effetti dannosi nei primi pazienti trattati, abbiamo potuto progressivamente aumentare le dosi e con dosi più alte abbiamo cominciato ad osservare le prime evidenze di efficacia clinica’’.

EFFETTI NEL TEMPO. Come in tutte le sperimentazioni cliniche, osservare gli effetti nel tempo insegna molto e permette di pensare a come si possa migliorare la strategia terapeutica. In questa direzione, il lavoro di ricerca deve essere continuato per migliorare ed ampliare le applicazioni di terapia genica dirette.

IL BANDO IN REGIONE CAMPANIA PER LA RICERCA. “Il tema della ricerca, in ambito di malattie rare, è strettamente connesso con lo sviluppo di nuove terapie per le stesse. Di fatto, circa il 95% delle patologie rare non ha ancora medicinali autorizzati per la specifica condizione. La Regione Campania, grazie all'impegno del presidente De Luca, ha fornito il proprio contributo attraverso l’emanazione, nel corso degli scorsi anni, del bando per la realizzazione di progetti di ricerca, sviluppo e innovazione nel campo delle Malattie Rare”, spiega Ugo Trama, Vicepresidente della Società italiana di farmacia ospedaliera e responsabile delle politiche del farmaco per la Regione Campania.

Il bando ha visto la partecipazione di numerose eccellenze del territorio che hanno presentato, oltre a lavori incentrati sullo sviluppo di nuove terapie, anche proposte volte al miglioramento dell’attività diagnostica e l’accesso alle cure. “L’impegno nella ricerca – aggiunge Trama –, unitamente alla definizione di percorsi di assistenza, che prevedono frequentemente l’intersecarsi della rete regionale delle malattie rare con altre reti, e all’uso di strumenti come la telemedicina sviluppata su piattaforma Sinfonia, per garantire la migliore qualità di vita ai pazienti malati rari”.

ATTENZIONE SIN DA BAMBINI.  La ricerca è dunque sempre più lanciata sulle malattie rare per offrire ai pazienti risposte in grado di modificare la storia naturale intervenendo sin da bambini. “In questa prospettiva – spiega Annamaria Staiano, Past President della Società Italiana di Pediatria e docente ordinario di Pediatria presso l’Università Federico II di Napoli –, lo screening neonatale esteso diventa una strategia di completamento della prevenzione in quanto la diagnosi precoce, preclinica e presintomatica. Garantisce risultati terapeutici migliori”.

I campanelli di allarme nei bambini sono da ricercare in “sintomi neurologici non spiegati, quali convulsioni, riduzione del tono muscolare, scarsa reattività – aggiunge la professoressa – oltre a rallentamento della crescita e alla presenza di difetti congeniti anche lievi. Più elementi si riscontrano insieme – sottolinea –, maggiore è la probabilità che si possa avere di fronte un bambino con una patologia genetica rara. A quel punto è necessario un coinvolgimento specialistico, a volte multidisciplinare per un approccio diagnostico completo”.

L’obesità è una malattia cronica progressiva, multifattoriale e recidivante, influenzata da meccanismi genetici, endocrini, ambientali e psicologici, che va ben oltre il semplice “mangiare meno e muoversi di più”. Eppure, lo stigma sociale e la colpevolizzazione dei pazienti continuano a essere tra i principali ostacoli per chi convive con questa patologia.

Per cambiare questa narrazione, Lilly lancia la campagna “Perdere peso non dipende solo da te. Il tuo corpo può fare resistenza”, realizzata con il patrocinio dell’associazione pazienti Amici Obesi Onlus, accompagnata dall’inaugurazione di un’installazione unica: “The Impossible Gym”, nella rinnovata Piazza dei Cinquecento, presso la Stazione Termini di Roma. L’installazione rappresenta visivamente le sfide quotidiane affrontate da chi vive con l’obesità. All’interno, attrezzi da palestra resi inutilizzabili da elastici gialli simboleggiano la “resistenza” del corpo al calo ponderale, un fenomeno biologico che rende particolarmente difficile perdere peso e mantenerlo nel tempo. Un’esperienza immersiva che raffigura gli ostacoli fisici, biologici e psicologici con i quali devono convivere ogni giorno le persone con obesità. Per tutta la settimana, nell’area aperta al pubblico saranno presenti dietisti qualificati per rispondere alle domande dei visitatori, che potranno calcolare il proprio Indice di Massa Corporea (BMI) utilizzando una bilancia dedicata. All’interno dell’installazione anche un fitto calendario di incontri informativi con medici specialisti per approfondire le tematiche legate alla gestione della patologia.

Presente alla conferenza stampa e all’inaugurazione di “The Impossible Gym” anche la cantante Noemi: "Credo profondamente nella necessità di un cambiamento culturale sul tema del peso e, quindi, dell’obesità. Il corpo di una persona è costantemente sotto gli occhi di tutti e il giudizio e pregiudizio purtroppo spesso accompagnano il pensiero e le parole delle persone. Ogni persona ha una storia diversa, che a volte racconta anche di una patologia difficile da comprendere. La corretta informazione e il superamento di pregiudizi possono cambiare le cose e creare una società più empatica e consapevole, in cui ogni persona possa sentirsi compresa e supportata nel proprio percorso. La salute deve rimanere l’aspetto più importante: riconoscere l’obesità come una patologia e il proprio corpo come qualcosa di cui prendersi cura è fondamentale”, ha dichiarato Noemi.

Oggi in Italia un adulto su due è in sovrappeso (circa 23 milioni) o affetto da obesità (circa 6 milioni, il 12% della popolazione). Si assiste ad una impennata dei numeri dell’obesità, in crescita a livello globale, con un lentissimo assestamento sotto osservazione nei Paesi Occidentali, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla da tempo di “Globesità”; l’impatto sulla qualità della vita e sui costi sociali e sanitari è allarmante, al punto che le principali agenzie di salute pubblica considerano l’obesità come una delle principali sfide per i sistemi sanitari mondiali, paragonabile ai tumori e alle malattie cardiovascolari.

Perdere peso è la cosa più difficile per chi soffre di obesità e non è una questione di forza di volontà, ma di come funziona il nostro corpo.

L’obesità è legata ad una modificazione patologica dei meccanismi che nel nostro organismo regolano la fame e la sazietà, regolando di conseguenza il peso corporeo – spiega Rocco Barazzoni, Presidente Società Italiana Obesità (SIO) e Professore Associato di Medicina Interna, Dipartimento di Scienze Mediche, Università degli Studi di Trieste – questo tipo di alterazioni è indipendente dal controllo e dalla volontà della persona. Si tratta di meccanismi neurologici in gran parte localizzati nel cervello, ma che rispondono anche a segnali che arrivano dal tessuto adiposo e dall’intestino. Questi meccanismi complessi sono in grado di mantenere in condizioni fisiologiche il peso corporeo entro limiti che possiamo definire ‘normali’, o sani. È dimostrato che le persone affette da obesità presentano alterazioni di tali processi biologici che portano ad un rischio maggiore di aumentare la propria massa grassa. A questi meccanismi si associano anche fattori genetici, endocrini e ambientali. L’insieme di tutti questi elementi definisce l’obesità come malattia. In questi ultimi anni sono stati introdotti farmaci innovativi e molto efficaci, che permettono non solo una riduzione marcata del peso corporeo, ma promettono anche di ridurre, prevenire e curare molte complicanze gravi e temibili. Ovviamente resta anche in questo caso fondamentale l’approccio bilanciato e sano alla dieta, e l’aumento dell’attività e dell’esercizio fisico in un approccio globale alla persona e alla malattia”.

La comunità medica è sempre più consapevole che il solo peso corporeo non è sufficiente a definire lo stato di salute di un individuo. Alla valutazione dell’Indice di Massa Corporea (BMI) si deve almeno aggiungere la valutazione della distribuzione del grasso in eccesso (è noto che il grasso addominale è quello più pericoloso per lo sviluppo di complicanze molto gravi come le malattie cardiovascolari, metaboliche, endocrine e molte altre). La Lancet Commission e, qualche mese prima, la stessa Società Europea dell’Obesità hanno enfatizzato questo messaggio con dichiarazioni simili, stabilendo che il peso di per sé è importante ma non sufficiente a stabilire il rischio clinico generale. In sintesi, il BMI dovrebbe restare al di sotto di 30 Kg/m2 per stabilire la soglia oltre la quale si parla di obesità, mentre tra 25 e 30 si parla di sovrappeso. A questa misurazione va aggiunto il parametro del grasso viscerale localizzato all’addome, con la misura del “giro vita”. Una circonferenza dell’addome elevata associata a un BMI anche inferiore a 30 dovrebbe essere considerata sufficiente per fare diagnosi di obesità.

La quotidianità che vive una persona affetta da obesità è complicata e difficile, caratterizzata in molti casi da una sensazione di profonda solitudine, incomprensione, senso di colpa e percezione di perdita di autocontrollo. Questo genera un circolo vizioso che può portare l’individuo a perdere il contatto con l’esterno anche a causa dello stigma, del senso di inadeguatezza e della vergogna. Sono necessarie una nuova narrativa dell’obesità e azioni strategiche forti ed efficaci. Secondo il documento Obesità in Italia. Percezioni, costi e sfide per il futuro, realizzato nel 2024 da IPSOS, I-COM e Università del Piemonte Orientale (UPO) con il contributo di Lilly, meno della metà degli italiani riconosce l’obesità come patologia cronica e fattore di rischio di altre patologie, mentre per più della metà l’obesità è il risultato di cattive abitudini e solo un fattore di rischio per altre patologie. Un quadro che favorisce lo stigma e rende urgente un cambio di prospettiva e politiche più coraggiose. Emerge anche quanto, nell’immaginario collettivo, l’obesità sia considerata una “colpa” dell’individuo e della mancanza di volontà: lo pensa il 64% del campione.

Nessuna persona con obesità è contenta della propria condizione, anche se in apparenza la vive con il sorriso; scavando emerge sempre la sofferenza e il disagio – dichiara Iris Zani, Presidente Associazione Amici Obesi – il paziente avverte i limiti fisici del proprio corpo nella quotidianità, i limiti psicologici e poi ci sono i limiti non tangibili, quei complessi meccanismi che regolano la fame, la sazietà e il peso, che si oppongono al calo dei chili in eccesso e al mantenimento del peso raggiunto nel tempo. La maggior parte delle persone è convinta che l’obesità sia una responsabilità e una colpa dell’individuo, questo purtroppo è in parte dovuto alla mancanza di un riconoscimento ufficiale dell’obesità come malattia. Occorre scardinare questa non-cultura così radicata nel sentire comune con una nuova e diversa narrativa di questa malattia e mettere in atto cambiamenti collettivi e individuali con politiche che facciano leva su educazione, maggiore accesso a servizi e terapie mediche, campagne di sensibilizzazione per aumentare e diffondere la conoscenza sull’obesità. Cruciale il ruolo della stampa e dei media per modificare una rappresentazione della persona con obesità ancora troppo stigmatizzata e legata a stereotipi obsoleti e discriminanti”.

Sebbene l’obesità rappresenti una minaccia per la sostenibilità sociosanitaria ed economica del Paese, per decenni non è stata riconosciuta come una patologia cronica prioritaria nell’agenda politica. A prevalere è stata piuttosto una rappresentazione dell’obesità legata all’estetica e dunque conseguente a “cattivi” stili di vita e comportamenti colpevolizzanti, piuttosto che la considerazione di una malattia multifattoriale scientificamente provata. Negli anni più recenti questo scenario sta subendo un’evoluzione, con una crescente attenzione delle Istituzioni verso la patologia.

“L’obesità è una delle sfide più urgenti per la salute pubblica, una patologia complessa che richiede un’azione coordinata da parte di Istituzioni, sistema sanitario e società – dice Stefano Benigni, Membro XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati – l’istituzione del Fondo strutturale per la prevenzione e cura dell’obesità nella Legge di Bilancio rappresenta un passo decisivo per migliorare l’accesso e la continuità delle cure, sviluppare percorsi regionali di prevenzione e sostenere ricerca e formazione per i professionisti della salute. Il mio impegno sarà quello di assicurare che questo Fondo sia l’inizio di un percorso più ampio, per colmare i gap diagnostico-terapeutici e creare una rete integrata che migliori la qualità della vita dei pazienti”.

Lilly è storicamente impegnata nel contrasto delle principali patologie croniche, tra cui diabete e obesità, con la ricerca e lo sviluppo di farmaci in queste aree al fine di mettere a disposizione terapie sempre più innovative per una migliore gestione della patologia, know-how che si è esteso recentemente proprio nell’ambito dell’obesità, malattia cronica complessa legata a molteplici fattori e non semplicemente una conseguenza di stili di vita scorretti.

Con questa campagna vogliamo compiere un altro passo fondamentale per accrescere la consapevolezza sull’obesità, una malattia cronica complessa spesso fraintesa e rompere gli stereotipi che affliggono i pazienti, dando loro voce – dichiara Elias Khalil, Presidente e Amministratore Delegato Italy Hub di Lilly – l’installazione “The Impossible Gym” presso la Stazione Termini, un luogo ad altissimo passaggio, simboleggia le sfide quotidiane delle persone con obesità, sensibilizzando il pubblico e promuovendo empatia. Con questa iniziativa, Lilly ribadisce il proprio impegno nel riconoscere l’obesità come una malattia e nel sostenere chi la affronta”.

La campagna “Perdere peso non dipende solo da te. Il tuo corpo può fare resistenza” è supportata dal sito www.patologiaobesita.it nel quale si possono reperire maggiori informazioni e approfondimenti per comprendere l’obesità, conoscere il percorso per la perdita di peso e i diversi approcci alla gestione del peso, oltre a materiali utili nel confronto con il medico.

COMUNICAZIONE RESPONSABILE
Roma | Milano | Napoli | Torino | Bologna | Firenze | Padova | Pisa | Bari
CONTATTACI