Non sono solo gli adulti a vivere l'odissea di una diagnosi che non arriva. Anche i bambini e gli adolescenti possono finire in un labirinto di consulti e diagnosi errate. È successo a Carmen, quindicenne calabrese, che per mesi si è sentita dire da tre ospedali di essere malata psichiatrica. In realtà soffriva di una patologia rara autoimmune, scoperta solo grazie all'intuizione e al lavoro dell'ospedale San Camillo di Roma. La sua vicenda, raccontata dal Corriere della Sera, colpisce per la sua crudezza: una ragazza giovanissima, una famiglia costretta a lottare contro diagnosi che non spiegavano i sintomi, un tempo prezioso perso. Se alla fine è arrivata la verità, lo si deve alla tenacia dei genitori, ma anche e soprattutto all'aiuto di un'équipe ospedaliera capace di guardare oltre. Eppure, quanti avrebbero messo in discussione il parere concorde di tre strutture diverse?

Storie come quella di Carmen sono lo specchio di un problema più ampio, che riguarda centinaia di migliaia di persone in Italia. Per ridurre i tempi infiniti dell'odissea diagnostica nasce Argo, un progetto nazionale presentato il 26 settembre a Napoli e promosso dai Centri di coordinamento per le malattie rare di tutte le Regioni italiane. Il nome richiama quello del cane di Ulisse, simbolo di un'attesa lunga e paziente: un'immagine che racconta bene il percorso dei pazienti rari, costretti a inseguire risposte per anni prima di arrivare a una diagnosi.

Argo ha riunito 55 esperti tra medici, ricercatori, farmacisti e ingegneri biomedici, che hanno lavorato a un documento condiviso in cui sono stati individuati i cosiddetti red flags, i campanelli d'allarme che possono aiutare a sospettare tempestivamente una malattia rara. Si tratta di indicazioni preziose, pensate non solo per i centri specialistici, ma anche per i pediatri di libera scelta, i medici di base e gli operatori dei pronto soccorso. Perché troppo spesso il problema nasce a monte: sintomi atipici interpretati come segni di patologie comuni, diagnosi ripetute e sbagliate, invii tardivi ai centri di riferimento.

Come spiega Giuseppe Limongelli, direttore scientifico del progetto e responsabile del Centro regionale malattie rare della Campania, «gli indicatori possono diventare una guida per i medici che non hanno competenze specifiche, facilitando l'invio rapido a uno specialista e riducendo il rischio che il paziente resti per anni senza risposte». Un passaggio che non riguarda solo la clinica, ma anche la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie, spesso logorate da visite, spostamenti, ricoveri ripetuti.

Il tema è ben sintetizzato anche da Roberto Poscia, Direttore del Centro Interdipartimentale Malattie Rare, AOU Policlinico Umberto I rappresentante del Lazio: «I pazienti che vanno incontro a un ritardo diagnostico ricevono inevitabilmente anche un ritardo terapeutico, con il risultato di non avere un controllo ottimale della malattia. Questo si traduce in un aumento dei costi per il Servizio sanitario nazionale: spesso, infatti, i pazienti vivono vere e proprie odissee, passando da numerosi specialisti, con ripetuti accessi al pronto soccorso, mentre la terapia arriva troppo tardi». Un ritardo, quindi, che pesa due volte: sulla salute del paziente e sul sistema sanitario.

Proprio per questo, il progetto Argo non si limita alla condivisione di un documento tecnico, ma punta a costruire una cultura diffusa, che coinvolga scuole, medici di base, società scientifiche, ordini professionali e associazioni di pazienti. «Supportiamo il progetto Argo che mette insieme tutti i soggetti coinvolti per ridurre l'odissea diagnostica – sottolinea Lorenza Macrina, responsabile delle attività medico-scientifiche e della qualità presso Otsuka Pharmaceutical Italy –. Sicuramente per lavorare insieme serve dialogo, collaborazione e un obiettivo unico».

Sulla stessa linea, Federica Sottana, Senior Country Medical Director e responsabile Medical Affairs di Alexion, divisione Rare Disease di AstraZeneca, aggiunge: «Promuovere la conoscenza, favorire la diagnosi precoce e sensibilizzare fa sempre parte del nostro impegno. Quando siamo stati contattati abbiamo aderito con grande entusiasmo, consapevoli dell'importanza di supportare gli esperti nell'individuare i red flags, così da garantire una presa in carico tempestiva».

Davide Cafiero, managing director di Helaglobe, società specializzata in consulenza, ricerca, comunicazione scientifica e sviluppo tecnologico che supporta il progetto Argo, nell'illustrare i prossimi passi del progetto, ha tracciato la roadmap dei mesi a venire: «Ci attende un percorso articolato di dialogo con la comunità scientifica, attraverso incontri mirati con i presidenti delle diverse società scientifiche. Lavoreremo in stretta collaborazione con il gruppo dei centri regionali malattie rare per tradurre le indicazioni emerse in azioni concrete. Il prossimo appuntamento formale che coinvolgerà tutti gli attori del progetto è fissato per il 18 febbraio 2026 al Senato, presso la sala dei Caduti di Nassirya. Sarà un incontro istituzionale nel mese dedicato alle malattie rare, un momento per fare il punto sul cammino di Argo e rilanciare con ancora più forza il nostro impegno comune».

L'ambizione è chiara: trasformare l'eccezione di Carmen e di tanti altri pazienti in un percorso sempre meno frequente, in cui le diagnosi arrivate troppo tardi lascino spazio a un sistema più rapido, equo e capace di rispondere con competenza alle sfide delle malattie rare.

A cura di Serena Santoli

È dedicato a Giulia Monteleone, appassionata docente impegnata sul fronte dell'inclusione sociale e della crescita delle istituzioni educative, scomparsa sei anni fa, il convegno che si terrà mercoledì 1° ottobre a Conversano (ore 14.30 Chiesa dei Paolotti - Seminario Arcivescovile Via dei Paolotti, 7).

Intitolato "La Scuola come fucina di cittadinanza: il progetto 'Immigrati: diritto alla salute ed equità sociale'", racconterà il progetto che ha offerto alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Professionale per i Servizi Sociali "De Lilla" di Conversano l'opportunità di conoscere e di affrontare con competenza la delicata tematica della comunicazione tra pazienti immigrati e medici di medicina generale.

L'obiettivo era quello di far comprendere agli alunni, direttamente negli ambulatori dei medici di famiglia, il significato dei diritti previsti dalla nostra Carta Costituzionale quali il diritto alla salute e il diritto all'uguaglianza degli individui, attraverso una ricerca realizzata con la somministrazione di questionari che valutasse gli effetti assistenziali prodotti da una Legge regionale innovativa, la numero 32, varata nel 2009 dal Consiglio Regionale della Puglia che disciplinava l'accesso alle cure da parte degli immigrati.

Fortemente voluto dalla professoressa Monteleone e realizzato in collaborazione con l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro", l'Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri della Provincia di Bari e la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, il progetto ha avuto risonanza internazionale e nel 2019 è stato presentato nell'ambito dell'evento "Promising local practices for the enjoyment of the right to health by migrants - Buone prassi locali per l'esercizio del diritto alla salute da parte dei migranti", presso il Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra, alla presenza del Direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità - Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Quello pugliese è stato uno dei 4 case studies a livello europeo che rappresentano soluzioni innovative per superare le barriere di accesso ai servizi sanitari e per proteggere la dignità di bambini, donne e uomini migranti.

"Questo progetto aveva diversi obiettivi – spiega Mariantonietta Monteduro, Segretaria Omceo Bari - da un lato, la misurazione della qualità dell'assistenza e della facilità di accesso alle cure per i migranti, e la ricerca di modalità di miglioramento ulteriore, dall'altro il coinvolgimento degli studenti, che valorizzava il forte ruolo sociale sia della sanità sia della scuola nella salvaguardia dei diritti umani. Un obiettivo cruciale in un momento storico come quello attuale in cui i diritti fondamentali dell'uomo, cui Giulia Monteleone ha dedicato così tanta passione e impegno, vengono calpestati o minacciati su più fronti".

Il convegno vedrà la partecipazione di una serie di autorità istituzionali ed esponenti del mondo della Sanità e della Scuola, tra cui il Prefetto di Bari – Francesco Russo, il Presidente Regione Puglia – Michele Emiliano, il Sindaco di Bari e della Città Metropolitana – Vito Leccese, il Sindaco di Conversano – Giuseppe Lovascio, il Sindaco di Noicattaro – Raimondo Innamorato, il D.G. Ufficio Scolastico Regionale – Giuseppe Silipo, il DS Istituto scolastico Modugno-De Lilla - Margherita Manghisi, il Vicepresidente FNOMCeO – Giovanni Leoni, il Segretario Nazionale FIMMG – Silvestro Scotti, la Segretaria OMCeO Bari – Mariantonietta Monteduro, il Segretario Regionale FIMMG Puglia – Antonio De Maria, il Segretario Provinciale FIMMG Bari – Nicola Calabrese.

L'evento sarà inoltre preceduto al mattino dalla Cerimonia di Intitolazione dell'Istituto Professionale di Stato di Conversano a Giulia Monteleone (ore 12.00 - via Pantaleo 1, Conversano) con l'intervento del Vescovo di Conversano – Giuseppe Favale, alla presenza della Dirigente Scolastica e della autorità.

INFORMAZIONI E PROGRAMMA


L'obesità non è più solo una questione di chili di troppo. È una malattia cronica, sistemica e recidivante, al centro di moltissime patologie. Un concetto che gli operatori sanitari stanno metabolizzando, ma che la popolazione conosce ancora poco. Per questo il XII Congresso Nazionale della Società Italiana dell'Obesità (SIO), in programma a Trieste dal 1° al 4 ottobre presso il Generali Convention Center, arriva in un momento cruciale: quello in cui le terapie farmacologiche di ultima generazione stanno cambiando radicalmente la pratica clinica e accendendo il dibattito nell'opinione pubblica.

Oltre 700 iscritti, l'80% medici tra cui endocrinologi, internisti, diabetologi, medici di medicina generale, dietologi e nutrizionisti, ma anche cardiologi, oncologi e psichiatri: una platea multidisciplinare che rispecchia l'ampio spettro di organi e patologie correlati all'eccesso di peso. Presenti tutti i maggiori esperti italiani e numerose figure di spicco a livello internazionale.

Il programma scientifico delle quattro giornate spazierà dagli argomenti più consolidati – dieta mediterranea, stile di vita, gestione del peso – agli approcci più rivoluzionari, con farmaci da poco disponibili e nuove molecole in studio che stanno trasformando il modo di curare l'obesità e i pazienti che ne soffrono.

«Il cambiamento più significativo è dovuto alle terapie farmacologiche, che negli ultimissimi tempi hanno fatto la differenza, non solo per la loro validata efficacia, ma perché hanno sollevato grande attenzione sul tema dell'obesità come malattia cronica – dichiara Rocco Barazzoni, Presidente SIO –. Il nostro XII Congresso Nazionale arriva in un momento di forte evoluzione, crescita ed entusiasmo, pronto ad intercettare questa rivoluzione in atto e a realizzare quello che è il principale obiettivo della SIO: trattare in maniera appropriata e personalizzata questa patologia e tutte le persone che ne sono affette».

Un approccio nuovo, supportato dai dati scientifici, dall'aggiornamento continuo e dalla ricerca, con la consapevolezza che curando l'obesità non si cura solo l'eccesso di peso, ma si prevengono e si curano le sue complicanze d'organo e funzionali. Durante i lavori congressuali, esperti e rappresentanti delle Istituzioni si confronteranno sulle novità che stanno cambiando la gestione dell'obesità e delle malattie ad essa correlate, cercando risposte e soluzioni alle sfide cliniche che ci attendono.

Un momento chiave sarà la presentazione, in seconda giornata, delle nuove linee guida nazionali per la diagnosi e il trattamento dell'obesità, che la SIO ha coordinato in collaborazione con un gruppo di 34 Società Scientifiche, su commissione dell'Istituto Superiore di Sanità.

«Per molti aspetti siamo a metà del guado – continua Barazzoni –. I nuovi farmaci non sono rimborsabili per la grande maggioranza delle persone, e ostacoli diversi portano purtroppo a un mancato accesso ai trattamenti, creando di fatto disuguaglianze non accettabili. La SIO punta quindi all'ottimizzazione e personalizzazione dei trattamenti in ogni persona con obesità, a rafforzare la multidisciplinarietà e a collaborare fattivamente con tutte le discipline e le professionalità coinvolte».

Le terapie farmacologiche saranno al centro delle due sessioni della prima giornata, nell'ambito del nuovo Corso SIO integrato. Ampio spazio sarà dedicato alle malattie obesità-correlate: dalla sindrome cardio-renale ai problemi epatici, dalle patologie respiratorie al tema del weight regain – il recupero del peso che purtroppo può seguire anche trattamenti efficaci – fino al diabete e alle neoplasie. Non mancheranno focus sul danno cognitivo neurologico e le problematiche psicologiche e psichiatriche. Per ciascuna comorbidità si parlerà anche delle opportunità aperte dai nuovi interventi farmacologici e dei trial in corso.

Una parte delle sessioni sarà dedicata allo stile di vita e alla nutrizione, nell'ottica della priorità di integrare sempre l'intervento comportamentale con gli altri trattamenti, attentamente monitorato nel tempo. Diverse le letture magistrali, e non mancherà la voce dei pazienti con focus sul tema dell'advocacy e dell'attuale legislatura.

La Società Italiana dell'Obesità punta sulla multidisciplinarietà, come dimostrano le collaborazioni congressuali con AIOM e i Medici di Medicina Generale: un approccio integrato per una malattia che richiede risposte coordinate e basate sull'evidenza scientifica.

Con il patrocinio della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCEO) e del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi

Molti hanno una relazione stabile ma uno su tre dichiara di aver tradito o di tradire. La maggior parte usa fantasie erotiche nella coppia e non disdegna l’assunzione di sostanze per abbandonare un po’ di inibizione. È un quadro articolato quello offerto dall’ultima indagine condotta dalla Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS) su sessualità e relazioni. Fluidità, barriere emotive e nuove tecnologie sono alcuni dei temi affrontati nel questionario online (somministrato da aprile a luglio) che accompagna la XI edizione della Settimana del Benessere Sessuale (SBS), promossa dalla FISS in programma dal 6 al 12 ottobre 2025 su tutto il territorio nazionale. 

Incontri per capire e condividere. L'iniziativa offre al pubblico la possibilità di porre domande e confrontarsi con specialisti su educazione sessuale e affettività. Attraverso eventi e incontri la SBS mira a sensibilizzare sull'importanza di una sana sessualità per il benessere individuale e collettivo. Gli appuntamenti hanno lo scopo di sensibilizzare la popolazione riguardo alla salute sessuale, una componente essenziale per il raggiungimento e il mantenimento del benessere globale della persona secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).  

L’attrazione nella relazione. Oltre il 99% del campione dichiara di sperimentare attrazione sessuale. Alla domanda se l’attrazione fisica coincida sempre con quella romantica, due su tre (73,7%) risponde che le due cose sono separate. Scorrendo ancora gli item, si rileva che l’attrazione fisica e romantica nelle relazioni eterosessuali prevalga, tuttavia non è trascurabile osservare come l’attrazione dichiarata di tipo bisessuale o verso le persone transgender rappresenti il 32% di natura fisica e il 17% romantica, a testimonianza del fatto che i rispondenti farebbero sesso anche con persone transgender e gender variant, ma non è detto che avrebbero con loro una relazione duratura. Inoltre è significativo che il 22% delle persone si dichiari pansessuale, ossia si senta attratto dalla persona, indipendentemente dai fattori di sesso biologico o genere. 

Incontri on line e fantasie. L’81% ha una relazione stabile. Il 18,8% dichiara di utilizzare le app di incontri sia per un bisogno erotico sia per trovare una relazione e il 12% ha conosciuto l’attuale partner tramite le applicazioni. Le persone che hanno una relazione di coppia a distanza sono il 7%, di queste, principalmente si affidano al sexting o alle video chiamate con internet per praticare l’autoerotismo in coppia. Per eccitarsi, il 62,9% si affida a delle fantasie erotiche, fra le quali a prevalere sono quelle a carattere feticistico. In particolare nel 54% dei casi sono di dominio e sottomissione che, in accordo con i dati in letteratura, non necessariamente si configurano quali disturbi sessuali. 

Sostanze usate in coppia e sesso sicuro. Il 25% fa uso di sostanze di abuso: nel 70% dei casi le assume in coppia e, in particolare, per aumentare l’eccitazione e disinibirsi (83%). Il 56% delle persone non pratica sempre sesso sicuro e dunque si espone al rischio di infezioni sessualmente trasmissibili. Si rileva che, in caso di malattia contratta, il 98% lo direbbe al partner ma è interessante osservare che il 2% delle persone non lo farebbe per paura della reazione ma anche di essere lasciato o discriminato. 

Gravidanze e pilastri. In una relazione eterosessuale, una persona su due non si protegge sempre da gravidanze indesiderate (50%). Quanto invece pesino gli elementi della sessualità, per i rispondenti la progettualità ottiene il 57%, l’intimità emotiva l’86% e l’attrazione fisica il 79,7%. Alla domanda quali elementi (eroticità, intimità, progettualità, amore) cerchino nel partner anche occasionale, fra le risposte delle persone emerge l’81% che sceglie l’eroticità e il 75% l’intimità. 

Soddisfazione, tradimenti e disfunzioni. Il 42% del campione si dichiara soddisfatto dalla relazione. Più del 32% ha avuto o ha attualmente più partner contemporaneamente, dunque uno su tre dichiara di aver tradito o di tradire. Il 38% ha avuto disfunzioni sessuali. Nel 90% dei casi la disfunzione riguardava la funzione erotica, ovvero la ricerca del piacere indipendentemente dalla procreazione che interessa gli elementi del piacere (eccitamento, desiderio e orgasmo) ed è significativo che il 41% sia legato solo al desiderio. 

Problemi, con chi parlarne? Chi ha avuto disfunzioni non ne ha parlato con nessuno nel 31% dei casi. Di questi, oltre il 90% non ne ha parlato per la paura del giudizio, per l’imbarazzo, perché pensava fosse inutile o non sapeva a chi rivolgersi. Il 98% sa che si può rivolgere a figure come ad esempio sessuologi, ginecologi e andrologi. Sanno dunque che esistono degli specialisti ma non li contattano, probabilmente per carenza di informazioni o imbarazzo. 

La stima è al primo posto. Il 71,3% delle relazioni è definita “equilibrata funzionale e appagante” e si può osservare che nelle coppie disfunzionali - che rappresentano il 15% - il 9% siano riconosciute come “distanti” e il 3% “tossiche, distruttive aggressive”. Nell’ambito della relazione, le persone quasi all’unanimità confessano che vorrebbero dedicare più tempo per fare delle cose insieme. Fra le emozioni provate, c’è in cima la stima (81,4%), seguita da amore (80,8%), condivisione (74,6%), gioia (75%) e gioco (61,4%). Il fatto che oltre il 70% delle coppie dica di possedere tutti gli elementi si accompagna alla definizione data dalla maggior parte di relazione equilibrata e all’indicazione di intimità e condivisione quali due bisogni della coppia. 

“Il sondaggio mette in luce alcuni aspetti della relazione nelle “coppie” italiane, e i disagi in cui il singolo si ritrova, spesso parcheggiati in una sorta di stanza di attesa alla ricerca di un indirizzo a cui rivolgersi per affrontarli adeguatamente. Un dato particolarmente interessante è che, sebbene il 38% delle persone dichiari di avere avuto o ha una qualche disfunzione sessuale, la relazione viene definita da buona parte di loro soddisfacente. Probabilmente questo dato conferma, da una parte la complementarietà tra i partner di una relazione non soltanto basata sulla intimità sessuale ma su altri tipi di intimità; dall’altra, sulla presenza di disfunzione sessuale con cui convivere e per la quale non si chiede consulenza. Probabilmente una diffusione più capillare e priva di barriere culturali e informative di servizi dedicati potrebbe consentire un’apertura ad ambiti che ancora sono ricchi di pregiudizi”, afferma il professor Salvo Caruso, presidente della FISS, ginecologo e già professore associato dell’Università di Catania. 

“I dati che emergono da questa indagine restituiscono un’immagine complessa e articolata della sessualità, con una ricerca di equilibrio tra erotismo e intimità da una parte, ma anche una difficoltà nella comunicazione e nella prevenzione. Si evidenzia una necessità di autenticità, rispetto e libertà, ma anche un disagio legato al giudizio, al desiderio e alla soddisfazione. È necessario rafforzare e diffondere nelle diverse fasi di vita l’educazione affettiva e sessuale, per promuovere la salute sessuale riducendo lo stigma e favorendo una cultura del dialogo e della cura, all’interno e fuori dalla coppia”, conferma la dottoressa Roberta Rossi, psicosessuologa, past president della Fiss. 

Commenta Anna Gualerzi, psichiatra, psicoterapeuta e sessuologa clinica: “I dati evidenziano che molte persone non usano sempre metodi efficaci per prevenire gravidanze indesiderate (50%) e infezioni sessualmente trasmissibili (56%), con rischi significativi per la salute pubblica e conseguenze come aborti e aumento della spesa sanitaria. Il 38% ha sperimentato disfunzioni sessuali, spesso non trattate per stigma o mancanza di informazioni, con aumentato rischio di depressione e peggioramento della qualità di vita. Circa l’1% si identifica come transgender o gender variant e il 22% come pansessuale, sottolineando l’importanza di un’educazione sessuale e sentimentale integrata, inclusiva e rispettosa delle diverse identità e orientamenti. La scarsa consapevolezza sessuale e affettiva può portare a relazioni disfunzionali, con rischi di violenza e, nei casi più gravi, anche di infanticidio legato a figli non desiderati o al disagio familiare. È quindi essenziale promuovere un’educazione integrata e facilitare l’accesso a professionisti specializzati per tutelare il benessere individuale e salute pubblica”.

“Pensare alle coppie e lavorare per creare una consultazione relativa ai problemi che ci vengono raccontati ­­– sostiene Roberta Giommi, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica, coordinatore dell’Istituto Internazionale di sessuologia e dell’Istituto Ricerca e Formazione e vicepresidente della FISS – credo che sia un motivo valido per sostenere e proteggere il benessere sessuale. Le coppie cercano parole e indicazioni che gli permettano di raggiungere in situazioni diverse la consapevolezza e il benessere. Questo è il nostro obiettivo vogliamo farci trovare pronti e offrire risorse che possano darci le risposte utili nelle esperienze che si presentano nel percorso di vita delle coppie”.

Dati sul campione 

Il questionario è stato elaborato dal dalla commissione che si occupa della Settimana del Benessere Sessuale e diffuso in forma anonima sul sito e sui social della FISS da aprile a luglio 2025. Al 31 luglio hanno risposto, dando il proprio consenso al trattamento dei dati personali, oltre 703 persone, da 18 a 78 anni (età media 40 anni), di cui oltre il 90% ha dichiarato di avere nazionalità italiana. Il 68% si identificava nel genere femminile, il 31% in quello maschile e circa l'1% come transgender o gender variant, in accordo con i dati della letteratura che riportano valori analoghi quando si indaga il genere percepito attraverso questionari on line. L’85,2% ha conseguito la laurea e il 13,1% il diploma di scuola secondaria. Il 44% dei partecipanti dichiara di avere figli. Il 91,5% è occupato o studente. Su due, meno di uno professa una religione, di cui solo uno su dieci si riconosce in una fede diversa da quella cattolica. 

Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS)

La FISS è nata nel 2000 e riunisce le principali scuole e associazioni di sessuologia attive in Italia. Fra le finalità, la Federazione persegue la conoscenza degli ambiti della sessualità e la tutela della professionalità di chi opera nel campo della scienza sessuologica.

Foto di Mathieu Stern su Unsplash

Nascosto agli occhi dell'Italia, il lavoro quotidiano di 115 giovani tra i 18 e i 30 anni, mentre studiano o muovono i primi passi nel mondo del lavoro, consiste nel prendersi cura di nonni o genitori malati.

Nasce così Impressions of Humanity, promossa da Fondazione MSD per celebrare i suoi primi venti anni, per raccontare queste storie attraverso l'arte. Un'iniziativa che ha fatto emergere per la prima volta nel nostro paese i numeri di questo fenomeno: la ricerca, realizzata da Eikon Strategic Consulting ha coinvolto 115 giovani da 17 regioni rivelando che il 62% dedica da 1 a 5 ore al giorno alla cura e più di un terzo lo fa da oltre tre anni, con un impegno settimanale che va dalle 7 alle 35 ore.

«I giovani caregiver sono il pilastro silenzioso di un'Italia che invecchia», racconta Cristina Cenci, antropologa e Senior Partner di Eikon. «Il lavoro di cura è fatto con amore e pazienza, ma comporta anche fatica e sacrificio degli anni più importanti per costruire la propria vita. Il 58% dei giovani dichiara di assistere 'per affetto', ma l'82% chiede riconoscimento ufficiale, supporto e informazioni per affrontare meglio un compito così impegnativo».

Impressions of Humanity non si ferma solo alla ricerca. Giovani studenti della Rufa (Rome University of Fine Arts), con il supporto dell'intelligenza artificiale, hanno trasformato le esperienze dei Young Caregivers in vere opere d'arte, guidati dall'artista e regista multimediale Francesca Fini.

«Più che una mostra si tratta di un percorso fatto anche con un seminario con gli studenti», commenta Fini. «È un percorso che mi ha sorpresa tantissimo perché tutte le banalità e i cliché che inevitabilmente escono fuori sono stati evitati e la mostra analizza il rapporto uomo-macchina in maniera matura e sorprendente».

Per Marina Panfilo, Direttrice di Fondazione MSD, il progetto rappresenta la sintesi della missione della Fondazione: «Oggi coniughiamo health literacy, salute e giovani. Attraverso arte e tecnologia raccontiamo storie che meritano di essere ascoltate». Il focus sui caregiver rappresenta un valore fondamentale: «È un grande valore che ha l'Italia quello di avere delle persone che si prendono cura di altre persone. Attraverso l'arte verrà espressa in un modo che ha a che fare anche con la tecnologia, quindi con l'innovazione a tutto tondo».

Hanno partecipato anche le Associazioni Pazienti - APMARR, Cittadinanzattiva, F.A.V.O., Salute Donna ODV, Salute Uomo, UNIAMO e Young Care Italia – sottolineando l'urgenza del tema: «La narrazione che emerge contrasta con l'evidente gap istituzionale. Una carenza che richiede urgenti interventi sistemici e, soprattutto, una normativa nazionale adeguata».

La mostra, inaugurata oggi alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma, proseguirà anche in formato digitale e sarà inserita nel programma della Rome Art Week, dal 20 al 25 ottobre, portando l'attenzione della città sull'importanza del caregiving giovanile.

Un modo per far sì che queste storie, finalmente emerse dall'invisibilità, continuino a interrogare la società italiana sul futuro del valore del prendersi cura.

A cura di Lucrezia Rogai

Le infezioni respiratorie non si limitano più ai comuni raffreddori stagionali. Polmoniti, virus respiratorio sinciziale (RSV) e COVID-19 costituiscono attualmente una minaccia reale, soprattutto per anziani e persone fragili, con un forte impatto sul Sistema Sanitario Nazionale: ogni anno la spesa stimata, legata a queste patologie, si aggira intorno ai 7,5 miliardi di euro.

I dati emersi durante l’incontro “Infezioni respiratorie: impatti sull’healthy ageing e costi del SSN”, promosso da The European House – Ambrosetti con il contributo non condizionante di Pfizer, sono preoccupanti: ogni anno in Italia si registrano circa 188.300 casi ogni 100.000 abitanti. La mortalità è aumentata del 57,8% tra il 2012 e il 2019 e, con la pandemia, l’incremento complessivo ha superato il +560%.

La popolazione over-65 subisce l’impatto maggiore: rappresentano l'88% dei decessi influenzali nell'Unione Europea e oltre il 96% dei decessi per COVID-19 in Italia. Anche l’RSV, spesso sottovalutato, provoca ogni anno più di 26.000 ricoveri e 1.800 decessi soprattutto tra gli anziani.

"Ogni anno si registrano tra i 5.000 e i 15.000 decessi in eccesso, con gli anziani e i soggetti fragili che sono tra i più colpiti" sottolinea Massimo Andreoni, Direttore Scientifico della SIMIT e Professore Ordinario di Malattie Infettive presso l’Università Tor Vergata di Roma.

Nonostante la prevenzione vaccinale sia riconosciuta come l’intervento più efficace per ridurre la diffusione delle infezioni respiratorie, i dati non migliorano a causa della scarsa adesione alle campagne vaccinali. In Italia, il vaccino antinfluenzale raggiunge solo il 52,5% degli over-65, ben lontano dal target OMS del 75%; il vaccino anti-COVID copre appena il 4,5% degli over-60, mentre quello antipneumococcico si attesta sotto il 30%.

Le vaccinazioni rimangono il più grande mezzo di prevenzione della salute pubblica che abbiamo”, sottolinea la senatrice Beatrice Lorenzin. “Dobbiamo occuparci molto di più delle persone adulte e fragili, rendendo la vaccinazione semplice e accessibile nella loro quotidianità”.

I vaccini non hanno un ruolo fondamentale solo sulla salute dei singoli cittadini, ma permettono anche dei risparmi significativi per il SSN: raggiungere il 50% di copertura per influenza, pneumococco, COVID-19 e RSV farebbe risparmiare circa 1 miliardo di euro all’anno, cifra che supererebbe i 2 miliardi con coperture vicine al 95%.

Per garantire una corretta adesione alle campagne vaccinali, migliorare la salute pubblica e ridurre i costi che gravano sul sistema sanitario, è fondamentale una comunicazione efficace. Circa un quarto degli over-60 non intende vaccinarsi contro le infezioni respiratorie, spesso a causa di una percezione errata del rischio. Tuttavia, una parte consistente della popolazione oggi indecisa (tra il 21% e il 43%) si dice pronta a rivedere la propria posizione se ricevesse informazioni più chiare e affidabili. Il 42% degli italiani segnala confusione comunicativa e oltre un terzo chiede campagne istituzionali più frequenti e semplici.

Lara Morelli di FIMMG Roma evidenzia che solo attraverso comunicazioni chiare e coerenti da parte di tutti gli operatori sanitari, i pazienti possono tornare a fidarsi della scienza.

Gli esperti sottolineano che la vaccinazione deve diventare diffusa e accessibile: non solo negli ospedali, ma nei luoghi di vita quotidiana, dalle farmacie alle piazze. Negli ultimi anni, le aziende sanitarie hanno adottato nuove misure per migliorare l’adesione alle campagne vaccinali: la chiamata attiva dei cittadini – tramite lettere, telefonate o SMS – oggi utilizzata dal 70,7% delle strutture, rimane lo strumento più efficace. Dopo la pandemia, quasi la metà delle aziende (47,6%) ha aperto nuovi hub vaccinali.

Un ruolo centrale continuano ad averlo i medici di famiglia: il 96,2% somministra il vaccino antinfluenzale e il 94,9% l’antipneumococcico, mentre la quota scende al 75,9% per il vaccino anti-COVID.

Anche le farmacie si sono dimostrate un valido alleato grazie alla capillarità della loro rete territoriale e agli orari di apertura estesi. "Il modello operativo adottato dalle farmacie durante la pandemia è stato esteso anche alla vaccinazione antinfluenzale", aggiunge Michele Pellegrini Calace, Segretario nazionale di Federfarma.

Con la prospettiva che entro il 2050 oltre un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, l'Italia deve necessariamente rafforzare la prevenzione e rilanciare le campagne vaccinali, superando le barriere organizzative e culturali che oggi ne ostacolano la partecipazione.

A cura di Lucrezia Rogai

L'Associazione Coordinamento Ospedalità Privata (ACOP) sollecita il Ministero della Salute ad avviare immediatamente le trattative per il rinnovo del contratto di lavoro del settore sanitario privato. Una richiesta che nasce dalla necessità di tutelare i diritti dei lavoratori e garantire l'efficienza del Sistema Sanitario Nazionale.

"ACOP ha chiesto al Ministro della Salute di aprire subito un tavolo di negoziato per il rinnovo del contratto di lavoro della sanità privata. Ad ACOP stanno a cuore le legittime aspettative dei lavoratori e l'efficienza del SSN di cui l'ospedalità privata è parte integrante", ha dichiarato il Presidente Michele Vietti.

La posizione dell'associazione evidenzia l'importanza strategica della sanità privata accreditata nel panorama sanitario italiano, sottolineando come questa rappresenti un pilastro fondamentale del sistema pubblico. Il settore privato convenzionato, infatti, contribuisce significativamente all'erogazione dei servizi sanitari, alleggerendo la pressione sulle strutture pubbliche e garantendo tempi di risposta più rapidi per i cittadini.

"Confidiamo che il Ministero fornisca un adeguato supporto per la sostenibilità anche economica degli adeguamenti contrattuali", ha aggiunto Vietti, ponendo l'accento sulla necessità di un equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e la sostenibilità economica delle strutture sanitarie private.

La richiesta arriva in un momento delicato per il settore sanitario, alle prese con le crescenti difficoltà nel reperimento di personale qualificato.

Un nuovo approccio alla sicurezza farmaceutica nasce dall'industria italiana

A cura di Cesare Buquicchio

La comunicazione sulla sicurezza dei farmaci rappresenta oggi una delle sfide più complesse e decisive per il sistema sanitario nazionale. In un'epoca dominata dalla disinformazione e dalla diffidenza verso le istituzioni sanitarie, la trasparenza e la chiarezza informativa diventano elementi fondamentali per preservare e rafforzare la fiducia dei cittadini.

Il progetto "Rethink Safety Communication", promosso dall'Associazione Farmaceutici dell'Industria (AFI) in collaborazione con Federfarma, rappresenta un primo passo concreto verso questa direzione. L'iniziativa, supportata da Roche e sviluppata con IQVIA, mira a ridefinire completamente l'approccio alla comunicazione sulla sicurezza farmaceutica, partendo dalla consapevolezza che i tradizionali metodi di diffusione delle informazioni sui rischi e benefici dei medicinali necessitano di una profonda revisione.

Il contesto: quando l'informazione insufficiente alimenta la sfiducia

La fiducia dei cittadini italiani verso i farmaci cresce molto lentamente, evidenziando come sia necessaria una strategia comunicativa più efficace. I cittadini hanno la possibilità di segnalare sospette reazioni avverse direttamente alle autorità regolatorie competenti, ma medici e farmacisti devono svolgere un ruolo determinante nel promuovere questa partecipazione attiva.

Il problema della disinformazione sanitaria assume dimensioni sempre più preoccupanti. La disinformazione sui farmaci coinvolge ruoli e responsabilità complesse che riguardano media, istituzioni e aziende. In questo scenario, la mancanza di strumenti comunicativi adeguati e tempestivi può facilmente trasformarsi in terreno fertile per teorie complottiste e false credenze che minano la fiducia nel sistema sanitario.

Le proposte concrete: verso un sistema più trasparente e accessibile

Il documento di posizione elaborato dal progetto "Rethink Safety Communication" identifica tre aree di intervento prioritarie, tutte orientate a migliorare la qualità e l'accessibilità dell'informazione farmaceutica.

Standardizzazione e riconoscibilità delle informazioni

La prima esigenza riguarda l'uniformità nella struttura e nel formato dei materiali informativi. Attualmente, la molteplicità di formati e presentazioni crea confusione tra i professionisti sanitari e, indirettamente, tra i pazienti. La proposta prevede l'introduzione di elaborati riassuntivi standardizzati che accompagnino tutti i materiali informativi sui farmaci, rendendo l'informazione più immediata e comprensibile.

Innovazione digitale al servizio della trasparenza

La nuova Rete Nazionale di Farmacovigilanza, operativa dal 2022, rappresenta già un passo avanti nella gestione digitale delle segnalazioni. Tuttavia, il progetto AFI va oltre, proponendo la creazione di un repository istituzionale centralizzato che raccolga in modo completo e aggiornato tutti i materiali informativi sui farmaci.

Questo strumento digitale garantirebbe ai professionisti sanitari un accesso immediato alle informazioni più aggiornate sui rischi e benefici dei medicinali, eliminando le attuali difficoltà nella ricerca e consultazione di documenti sparsi su diverse piattaforme.

Formazione e sensibilizzazione dei professionisti

La terza area di intervento riguarda la formazione continua dei professionisti sanitari. L'obiettivo è aumentare la consapevolezza sull'esistenza e l'importanza dei materiali informativi sulla sicurezza farmaceutica, trasformando medici e farmacisti in veri e propri "ambasciatori" della corretta informazione.

L'integrazione nel sistema sanitario: una visione sistemica

Una delle proposte più innovative riguarda l'integrazione dei materiali informativi direttamente nelle banche dati di prescrizione e dispensazione. Questa soluzione garantirebbe che ogni prescrizione o dispensazione di un farmaco sia accompagnata dalle informazioni di sicurezza più aggiornate, rendendo la consultazione parte integrante del processo assistenziale.

Il sistema europeo di farmacovigilanza, coordinato dall'EMA attraverso il PRAC, già prevede strumenti come i piani di gestione dei rischi e i rapporti periodici di sicurezza. L'integrazione di questi strumenti nei sistemi informatici utilizzati quotidianamente dai professionisti rappresenterebbe un salto qualitativo nella diffusione dell'informazione.

Comunicazione efficace: la chiave per contrastare la disinformazione

Non si può costruire un rapporto di fiducia se si ignorano gli atteggiamenti e le sensibilità più intime delle persone in relazione alla salute propria e dei propri cari. Questa considerazione, nata nell'ambito della comunicazione vaccinale, si applica perfettamente anche alla comunicazione sui farmaci.

La trasparenza non può limitarsi alla mera disponibilità di informazioni tecniche. È necessario sviluppare strategie comunicative che tengano conto delle preoccupazioni e delle paure dei cittadini, fornendo risposte chiare e comprensibili senza nascondere i rischi, ma contextualizzandoli adeguatamente rispetto ai benefici.

Verso il futuro: collaborazione tra istituzioni e industria

Il progetto "Rethink Safety Communication" rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione tra industria farmaceutica e istituzioni. Le proposte elaborate saranno ora condivise con l'Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), con l'obiettivo di contribuire alla definizione di nuove linee guida europee.

Nonostante l'unanime riconoscimento dell'importanza dell'informazione in farmacovigilanza, non esistono indicazioni chiare su come e quando utilizzare gli strumenti comunicativi. Il documento AFI-Federfarma potrebbe rappresentare la base per colmare questa lacuna normativa.

Conclusioni: un investimento nella fiducia pubblica

La rivoluzione della comunicazione sulla sicurezza dei farmaci non rappresenta solo un miglioramento tecnico, ma un vero e proprio investimento nella fiducia pubblica verso il sistema sanitario. In un momento storico in cui la disinformazione sanitaria rappresenta una minaccia concreta per la salute pubblica, iniziative come il progetto "Rethink Safety Communication" dimostrano che è possibile costruire ponti tra istituzioni, industria e cittadini attraverso la trasparenza e la chiarezza informativa.

Il successo di queste iniziative dipenderà dalla capacità di tutti gli attori coinvolti di superare logiche autoreferenziali e abbracciare un approccio realmente centrato sui bisogni informativi dei cittadini. Solo così sarà possibile trasformare la comunicazione sulla sicurezza farmaceutica da obbligo normativo a strumento effettivo di tutela della salute pubblica e di rafforzamento del rapporto di fiducia tra sistema sanitario e comunità.

La sfida è ambiziosa ma necessaria: costruire un sistema informativo che sia al tempo stesso rigoroso scientificamente, accessibile al pubblico e capace di anticipare e contrastare la disinformazione. Il progetto AFI-Federfarma ha posto le basi; ora spetta alle istituzioni e a tutti i professionisti sanitari trasformare queste proposte in realtà operativa.

Circa 19mila le domande per i 20.699 posti a bando, mentre si attendono ancora i dati dalle private e le ricadute del “semestre filtro”: più del 20% degli iscritti a Medicina ha espresso Infermieristica come prima opzione

Ai test di ammissione ai corsi di laurea in Infermieristica attivi in 41 atenei pubblici, previsti lunedì 8 settembre in tutta Italia, il numero complessivo di domande non coprirà nell'immediato il numero di posti messi a bando.

Il progressivo aumento, negli anni, della disponibilità di posti - chiesto con forza da Regioni/Province Autonome e Ordine professionale - non è andato di pari passo con una analoga crescita di iscrizioni ai test, pur con differenze territoriali, con le regioni del Meridione in cui il rapporto domande/posti si attesta sul valore medio di 1,5.

Se da inizio secolo a oggi i posti a bando sono passati dai 10.614 del 2001 ai 20.699 attuali (di cui 290 di Infermieristica pediatrica), il numero delle domande è stato altalenante: dai picchi del 2010 alle circa 19mila attese quest’anno, al netto dei dati delle otto università private, in cui i test sono previsti successivamente. Tuttavia, da questo anno accademico, a conclusione del “semestre filtro” istituito a Medicina, per la prima volta si riverserà su Infermieristica una quota significativa delle migliaia di studenti che andranno fuori graduatoria dopo aver sostenuto gli esami di Chimica, Fisica e Biologia (i posti disponibili a Medicina saranno in ogni caso 24mila e il 20,4% dei 54mila candidati di Medicina ha indicato Infermieristica come prima scelta tra i corsi affini). Va inoltre tenuto in considerazione il “meccanismo” di immatricolazione al corso di laurea in Infermieristica per coloro che l’hanno opzionata partecipando al test insieme ad altre professioni sanitarie.

“In questo delicato anno accademico, sarà fondamentale analizzare, oltre il numero attuale dei partecipanti ai test, il numero finale di iscritti al primo anno di Infermieristica. Malgrado il crollo da più parti paventato e dato per scontato, la professione tiene e siamo orgogliosi degli sforzi compiuti con Ministeri, Regioni e Università per garantire un numero sempre maggiore di posti a bando. Le richieste di accesso non aumentano con la stessa proporzionalità, ma ciò accade nel contesto di un calo demografico che ormai impatta sul numero complessivo di studenti universitari e che ci preoccupa non poco per la tenuta futura del sistema sanitario”, dichiara FNOPI.

Attualmente in Italia circa due diplomati su tre decidono di proseguire il proprio percorso formativo con l’università: un dato lontano dai livelli registrati all’inizio degli anni Duemila, quando la percentuale si attestava al 75%. I dati peggiori rispetto ai test - con cali anche superiori al 20% - coincidono poi con le aree metropolitane dove il costo della vita e il caro-affitti non rendono più i grandi atenei meta ideale per i fuori sede. Il boom tra i giovani diplomati delle lauree telematiche, inoltre, non migliora certamente i dati di Infermieristica, trattandosi di una laurea triennale abilitante che prevede, sin dal primo anno, una intensa attività di tirocinio sul campo e un numero ridotto di insegnamenti fruibili a distanza.

Un trend negativo che, numeri alla mano, si è affermato nel tempo e colpisce in maniera omogenea tutte le professioni di cura, a testimoniare la necessità di affrontare il problema della carenza e della scarsa attrattività del settore in maniera sistemica e corale.

Per la FNOPI, tra le cause strutturali di questo calo di appeal sono certamente da considerare: mancanza di prospettive concrete di carriera, retribuzioni inadeguate a fronte di responsabilità crescenti, carichi di lavoro eccessivi, difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare, scarso riconoscimento sociale, con limitazioni ancora forti dell’esercizio libero professionale tipico di gran parte delle professioni mediche e sanitarie. Nel caso specifico poi di Infermieristica, diventa indispensabile ampliare il lasso temporale dedicato alle iscrizioni ai test, pubblicando i bandi con maggiore anticipo (quest’anno c’è stato un mese scarso a disposizione per gli aspiranti infermieri, per giunta a ridosso di Ferragosto) per permettere a studenti e famiglie di individuare nel corso di Infermieristica un’opportunità su cui riflettere e scegliere con ponderazione.

Nonostante questo, il numero complessivo di laureati in Infermieristica cresce costantemente: se nel 2004 erano stati 8.866 a indossare la divisa dopo la triennale abilitante, a distanza di vent’anni, nel 2024, sono saliti a quota 11.404 (+28,6%), con una previsione a 14.500 nel 2027. Numeri comunque insufficienti a colmare il turnover con gli infermieri che man mano vanno in pensione ogni anno, dato stimano attorno alle 25mila unità.

“Il nostro Paese invecchia e invecchiano anche i nostri infermieri: senza una presa d’atto importante, da parte di tutte le istituzioni, della questione infermieristica, abbiamo ormai la certezza di una impossibilità a garantire adeguati livelli di assistenza nei prossimi anni: occorre un investimento strutturale, già da questa legge di bilancio, su tutte le leve che possano rendere più attrattive le professioni di cura, senza ricorrere a soluzioni tampone, con scarse prospettive. Come FNOPI ribadiamo la necessità di dichiarare questa situazione una emergenza nazionale e prevedere, al pari di altri casi emergenziali, provvedimenti immediati, come l’istituzione di una cabina di regia permanente, interministeriale e con poteri speciali, per affrontare i problemi evidenziati prima che sia troppo tardi”.

https://www.fnopi.it/2025/09/08/test-infermieristica-2025

Foto di Max Shilov su Unsplash

Il 14 gennaio 2025, all'Auditorium "Cosimo Piccinno" del Ministero della Salute, Roma è stata il centro di un dibattito di importanza strategica con CRESP - Comunicazione Responsabile - in collaborazione con Culture - protagonista della gestione mediatica. Il convegno "Un Istituto per il futuro della popolazione – Prevenzione, invecchiamento attivo e demografia positiva", promosso dal programma di ricerca Age-It, ha riunito istituzioni, università, scienziati e media di ogni tipo. CRESP - Comunicazione Responsabile in collaborazione con Culture ha orchestrato una campagna mediatica capillare che ha trasformato questo evento scientifico in un momento di riflessione nazionale, raggiungendo ogni segmento dell'informazione italiana.

Dalla diretta del TG1 alle pagine del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore, dalla voce del GR1 alle piattaforme online come AboutPharma, Quotidiano Sanità, Fanpage: la strategia comunicativa di CRESP ha saputo coinvolgere media generalisti e specializzati, creando un dibattito trasversale che ha portato il tema demografico al centro dell'agenda pubblica.

Una visione strategica: l'Istituto Italiano sull'Invecchiamento

L'obiettivo presentato è stato chiaro e ambizioso: creare l'Istituto Italiano sull'Invecchiamento per affrontare "l'eccezionale sfida demografica dell'Italia", dare al Paese una visione del futuro della popolazione e soluzioni innovative per essere competitivo sullo scenario globale, sostenibile e in salute, inclusivo per tutte le età e con il giusto equilibrio intergenerazionale.

Secondo l'Adnkronos, si tratta di fare dell'Italia "un laboratorio per una longevità sostenibile" capace di aiutare la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative per invertire la crisi demografica, colmando il vuoto di "un centro scientifico di eccellenza sulla ricerca e la raccolta dati".

Le voci dal palco

Il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha dichiarato: "La creazione di un Istituto per l'Invecchiamento può contribuire ad affrontare le sfide che abbiamo davanti dovute all'andamento demografico e all'impatto sociale e sanitario che ne deriva. Nazioni più giovani guardano all'Italia come modello".

La rettrice dell'Università di Firenze, Alessandra Petrucci, ha ricordato che Age-It rappresenta "la più importante ricerca mai fatta in Europa su prevenzione, invecchiamento attivo e demografia positiva", con la prospettiva di fare dell'Italia un "Paese leader nella ricerca sul tema".

Fertilità, tecnologia e nuove sfide sociali

Ampio spazio è stato dedicato anche al tema della natalità e della procreazione medicalmente assistita. Come ha dichiarato Ermanno Greco, Presidente della Società Italiana di Riproduzione: "Le tecniche di riproduzione assistita, come la fecondazione in vitro (IVF), assicurano alte percentuali di successo rispetto al passato, soprattutto se vengono impiegate l'intelligenza artificiale e la diagnosi genetica preimpianto. Una realtà importante, come emerge dai dati del programma Age-It dell'Università di Firenze, che evidenziano come la PMA abbia contribuito all'aumento del 76 per cento della fecondità totale in Italia nell'arco di dieci anni, con la nascita di un figlio su tre dopo i 40 anni".

Una fotografia demografica preoccupante

Dai dati presentati emerge un quadro chiaro: "Siamo ai primi posti perché viviamo più a lungo e in salute migliore rispetto agli altri, ma siamo ai primi posti anche perché facciamo meno figli. Questa eccezione demografica italiana crea una delle strutture di popolazione per età più vecchie al mondo, in cui la proporzione di anziani sul totale della popolazione continua a crescere velocemente aprendo scenari inediti per la storia dell'umanità".

L'eco sui media: la forza della rete CRESP

L'evento ha generato un'onda mediatica trasversale orchestrata magistralmente da CRESP, che ha saputo valorizzare ogni aspetto del convegno attraverso la propria consolidata rete di contatti nel panorama dell'informazione italiana. TG1, TG La7 e TG1 Speciale Medicina hanno raccontato in video la portata del progetto, mentre le testate radiofoniche come GR1 e GiornaleRadio.fm hanno portato il dibattito nelle case degli italiani.

La stampa nazionale – dal Corriere della Sera a Il Sole 24 Ore, da Libero a La Nuova Sardegna – ha dedicato approfondimenti sulle ricadute sociali e sanitarie dell'iniziativa. Anche Dagospia ha seguito l'evento con il titolo evocativo "Alla ricerca dell'eterna gioventù", evidenziando come il progetto Age-It, finanziato dal PNRR, abbia presentato risultati significativi per raggiungere l'invecchiamento attivo.

La capacità di CRESP di entrare in sintonia con testate di ogni tipo emerge chiaramente dalla varietà della copertura mediatica. Il mondo online si è mobilitato con grande partecipazione: AboutPharma e The Watcher Post hanno documentato i protagonisti e gli obiettivi; Sanità 33 e Quotidiano Sanità hanno analizzato il legame tra longevità e politiche di natalità; Molise Network e Tiscali hanno posto l'attenzione sulle ricerche sull'inquinamento e il Parkinson.

L'approccio strategico del gruppo CRESP ha permesso di far emergere anche le criticità regionali – come la Basilicata e la Sardegna, ultime nelle classifiche per cure adeguate agli anziani – attraverso il coinvolgimento di testate locali e nazionali, dimostrando come la comunicazione responsabile sappia trasformare un evento scientifico in un'agenda politica e sociale condivisa.

Il valore aggiunto della comunicazione strategica

Dal dibattito sono emerse le sfide di un'agenda che fatica ancora a imporsi come priorità condivisa. Ma grazie alla cura comunicativa di CRESP e alla sua capacità di creare ponti tra mondo scientifico, istituzionale e mediatico, l'Istituto per il futuro della popolazione è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico, trasformando dati e ricerche in una narrazione accessibile e coinvolgente per tutti i cittadini italiani.

Foto di The Climate Reality Project su Unsplash

COMUNICAZIONE RESPONSABILE
Roma | Milano | Napoli | Torino | Bologna | Firenze | Padova | Pisa | Bari
CONTATTACI