I principali dati emersi dalla seconda edizione della campagna “Cuore in farmacia”, iniziativa di promozione della salute nell’ambito della medicina di genere realizzata da Cittadinanzattiva in collaborazione con Federfarma

Sulla base di 30 parametri presi in considerazione, tra misurazioni, patologie pregresse e stili di vita, è emerso che il 90% delle donne presenta almeno un fattore di rischio cardiovascolare. Il 37,4% delle donne (più di 4 su 10) presenta anomalie all’esame dell’elettrocardiogramma (ECG), soprattutto legate al ritmo cardiaco (50%) e alla conduzione intraventricolare (41,2%). Tra le 804 donne con anomalie ECG, il 23,6% è in sovrappeso e il 13,2% in condizione di obesità. I dati che riguardano l’analisi del profilo lipidico (colesterolo totale, lipoproteine ad alta densità - HDL, lipoproteine a bassa densità - LDL, trigliceridi), invece, mostrano aspetti incoraggianti (HDL protettivo nell’86,9% dei casi e trigliceridi nella norma nel 76,1%), ma evidenziano criticità per l’LDL: solo il 44,7% delle donne ha valori inferiori a 100 mg/dl. Al quadro rilevato si aggiungono fattori di rischio quali sedentarietà (57,2%), fumo (31,8%) e ipercolesterolemia pregressa (28,2%). Particolarmente allarmante il dato relativo alle donne già diagnosticate e in trattamento antipertensivo: quasi 3 su 10 (29,3%) mostrano valori pressori ancora alti, segnale di possibili problemi di aderenza terapeutica o di efficacia del trattamento. 

Sono questi i principali dati emersi dalla seconda edizione della campagna “Cuore in farmacia”, iniziativa di promozione della salute nell’ambito della medicina di genere realizzata, dal 9 giugno all’11 luglio 2025, da Cittadinanzattiva in collaborazione con Federfarma. Tutti i risultati, le conclusioni e le proposte sono contenuti nel Report pubblicato oggi e disponibile a questo link. All’iniziativa hanno aderito 234 farmacie associate a Federfarma, distribuite in sei Regioni (Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia). Coinvolte 2.328 donne tra i 40 e i 60 anni, fascia particolarmente a rischio, attraverso un percorso di prevenzione cardiovascolare gratuito con: misurazione di pressione arteriosa, peso, altezza e circonferenza vita; compilazione di un questionario indicizzato basato su 30 parametri; esecuzione di un elettrocardiogramma (ECG) con referto in tempo reale tramite telemedicina; analisi del profilo lipidico (colesterolo totale, HDL, LDL, trigliceridi).

“La campagna – dichiara Francesca Moccia, Vice Segretaria Generale di Cittadinanzattiva - conferma che una parte significativa della popolazione femminile convive con fattori di rischio multipli rispetto al rischio cardiovascolare, infatti oltre un quarto delle partecipanti presenta tre o più criticità concomitanti. Allo stesso tempo, i dati positivi rilevati (stili di vita corretti, valori protettivi di HDL, pressione nella norma nella maggioranza dei casi) mostrano come la prevenzione funzioni, se sostenuta da informazione, screening accessibili e monitoraggio costante. La campagna “Cuore in farmacia”, inoltre, ha il pregio di mettere in evidenza il ruolo delle farmacie di comunità come presidi di prossimità, capaci di intercettare bisogni sommersi e favorire l’accesso a percorsi di prevenzione di genere. L’esperienza, nel suo complesso, rappresenta un modello virtuoso e replicabile, che rafforza il contributo italiano al nascente Piano europeo per la salute cardiovascolare.”

Questa campagna consolida la collaborazione tra la rete delle farmacie e Cittadinanzattiva valorizzando il ruolo della farmacia dei servizi nella prevenzione sul territorio. La farmacia è il presidio sanitario più vicino al cittadino, soprattutto nei piccoli centri, dove accedere ai servizi sanitari è più difficoltoso. Grazie alla telemedicina in farmacia e alla sinergia tra farmacisti, medici e rappresentanze dei cittadini, la prevenzione e gli screening sono veramente a portata di tutti” afferma Marco Cossolo, presidente di Federfarma nazionale. “L’iniziativa Cuore in farmacia ha inoltre un importante valore aggiunto: quello di adottare l’approccio della medicina di genere, promuovendo la prevenzione a favore delle donne, che vengono in farmacia per le esigenze di salute di tutta la famiglia, spesso trascurando le proprie. Aderendo a questa campagna le farmacie hanno voluto contribuire quindi all’equità di accesso – territoriale e di genere – a prestazioni sanitarie fondamentali per la tutela della salute”.

Il report pubblicato oggi contiene anche alcune proposte. Alle Istituzioni si chiede innanzitutto di rafforzare le iniziative di prevenzione delle malattie cardiovascolari, in particolare tra le donne, data la loro vulnerabilità specifica, promuovendo campagne di sensibilizzazione pubblica sui fattori di rischio; inoltre è necessario creare le precondizioni per una maggiore collaborazione multi-professionale, a partire dalla messa a regime del Fascicolo Sanitario Elettronico. Alla rete delle farmacie è diretta la richiesta di ampliare la disponibilità di servizi di telemedicina, soprattutto nelle aree interne del paese per rendere gli screening più accessibili e tempestivi. Alle organizzazioni civiche e dei pazienti si raccomanda di promuovere una maggiore consapevolezza sulle malattie cardiovascolari tra le donne, attraverso programmi di educazione sanitaria e partnership con le farmacie locali. Infine, ai cittadini il consiglio di cogliere le opportunità di screening offerte, di adottare corretti stili di vita, di avere consapevolezza dei propri fattori di rischio e di aderire alle terapie prescritte.

Nel mese della prevenzione del tumore al seno, la politica, la medicina e le associazioni di pazienti si uniscono per promuovere nutrizione clinica, Breast Unit e cultura della diagnosi precoce

Due mozioni che puntano a migliorare la presa in carico dei pazienti oncologici e onco-ematologici: una sulla nutrizione clinica integrata e una sull'adozione omogenea del modello multidisciplinare delle Breast Unit. È questa l’iniziativa presentata il 29 ottobre 2025, alla Camera dei Deputati, dall'Intergruppo Parlamentare "Insieme per un impegno contro il cancro".

La prima mozione evidenzia l’importanza dell’alimentazione, chiedendo che la valutazione e il supporto nutrizionale diventino parte integrante dei PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenza) oncologici, dalla diagnosi al follow-up. Si chiede di definire screening nutrizionali approvati e interventi personalizzati, con l'inserimento di dietisti e nutrizionisti nell’equipe medica. Particolare attenzione è stata dedicata al monitoraggio reale delle diete ospedaliere, spesso non rispettate nonostante le linee guida.

La seconda mozione promuove l’adozione omogenea del modello delle Breast Unit sul territorio nazionale, con il coinvolgimento delle associazioni di pazienti nel monitoraggio e PDTA condivisi anche per la fase metastatica. L'obiettivo è garantire che AGENAS valuti non solo l’esistenza dei centri, ma anche il loro funzionamento reale e l’impatto per i pazienti.

«Siamo particolarmente soddisfatti per l’approdo in Aula della mozione sull’alimentazione, che riconosce finalmente questo tema come prioritario – ha dichiarato Vanessa Cattoi, Deputata e coordinatrice dell’Intergruppo –. Lo screening nutrizionale previene e corregge la malnutrizione fin dalla diagnosi, migliora la tolleranza alle terapie e garantisce una migliore qualità della vita».

La Deputata ha presentato le azioni chiave della mozione, volte anche a ridurre complicanze e costi per il Servizio Sanitario Nazionale: protocolli per valutare il supporto nutrizionale in parallelo al percorso oncologico, l'inserimento di nutrizionisti nei PDTA e campagne di sensibilizzazione sui corretti stili alimentari, oltre al fornimento delle giuste diete ospedaliere.

A sostenerla, Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna ODV e coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere", che riunisce 47 associazioni di pazienti: «Queste mozioni standardizzano ciò che davvero fa la differenza: nutrizione clinica integrata fin dalla diagnosi e Breast Unit multidisciplinari operative, monitorate per risultati e non solo per adempimenti formali. Sono passi necessari per garantire equità e qualità di vita ai pazienti oncologici di tutte le Regioni».

Durante la conferenza è intervenuto anche Paolo Tralongo, presidente del CIPOMO, (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri), che, oltre a parlare di dimensione clinica, ha toccando temi culturali e sociali della prevenzione. Studi mostrano che, se diagnosticato al primo stadio, il tumore al seno ha una probabilità di guarigione superiore al 95%. «Informare i cittadini su questo significa far capire che la prevenzione è un investimento altamente vantaggioso: anche un’azione minima può massimizzare la possibilità di guarigione» ha spiegato l’oncologo, che poi ha concluso sottolineando il ruolo dell’alimentazione e dell’attività fisica come strumenti terapeutici, capaci di ridurre il rischio di recidiva fino al 40%, tanto che l’attività fisica può essere considerata quasi una prescrizione di cura.

Nel corso della giornata, esponenti di diversi schieramenti politici hanno ribadito l'importanza di un impegno condiviso. Ilenia Malavasi, del Partito Democratico, ha sottolineato come nella Legge di Bilancio sia stato ottenuto l'ampliamento degli screening per il tumore al seno, «un segnale molto importante perché l'inizio di queste patologie è sempre più precoce». Anche Andrea Quartini, del Movimento 5 Stelle, ha evidenziato come il lavoro dell'Intergruppo rappresenti «la capacità del sistema di realizzare percorsi omogenei su tutto il territorio nazionale riducendo le disuguaglianze territoriali».

Durante il Mese Rosa, l'evento ha assunto un valore ancora più forte: ricordare che la diagnosi precoce salva la vita, ma solo se supportata da una rete sanitaria efficiente, una cultura della prevenzione e un sistema politico in grado di ascoltare.

A cura di Lucrezia Rogai

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La proposta di SIMDO sarà presentata il 6 novembre alla Commissione Camera-Senato

Garantire l’accesso gratuito ai nuovi farmaci anti-obesità e anti-diabete per le persone in difficoltà economica. È questo l’obiettivo della proposta che, come annunciato in occasione del XXIV Congresso Nazionale, in corso a Vibo Valentia, SIMDO (Società Italiana Metabolismo Diabete Obesità) presenterà il 6 novembre alla Commissione congiunta Camera-Senato sull’obesità e le malattie croniche.

«Questi farmaci possono salvare vite, ma spesso sono un lusso che molti non possono permettersi», dichiara il dottor Vincenzo Provenzano, Past President SIMDO e aggiunge: «Le persone più colpite da obesità e diabete sono proprio quelle con minori risorse economiche: è un’ingiustizia sanitaria che va corretta».

IL PARADOSSO: MENO TUTELE PER LE FASCE PIÙ A RISCHIO

L’obesità riguarda oltre sei milioni di italiani, e se un terzo dei bambini italiani è obeso o in sovrappeso, la percentuale sale al 43% nella popolazione adulta. «Per la prima volta con i nuovi farmaci, il diabete può regredire fino alla guarigione», spiega il dottor Giuseppe Crispino, Presidente del Congresso. «Ma oggi sono accessibili solo a chi può pagarli, nonostante la maggiore incidenza di diabete e obesità si registri nella fascia con reddito basso. Serve una svolta».

LA PROPOSTA SIMDO: ACCESSO MIRATO E SOSTENIBILE

SIMDO propone una rimborsabilità selettiva, destinata ai pazienti più fragili e a rischio elevato di:

  • Malattie cardiovascolari gravi
  • Scompenso cardiaco avanzato
  • Patologie respiratorie croniche
  • Malattie oncologiche in fase avanzata

«In questi casi – spiega il dottor Giancarlo Tonolo, Presidente Nazionale SIMDO – chiediamo che i farmaci anti-obesità siano forniti in esenzione ai pazienti affetti da diabete di tipo 1, come già accade per il diabete di tipo 2. Il Servizio Sanitario Nazionale non copre questi farmaci: si acquistano con ricetta bianca, a spese del paziente. È urgente rivedere le regole di rimborso».

MEDICINA SU MISURA: UNA DIABETOLOGIA DI GENERE

«Molti farmaci vengono testati solo su uomini o su donne in menopausa, senza prendere in considerazione le differenze biologiche e ormonali. Dobbiamo personalizzare i trattamenti in base a sesso, genere ed età: è una necessità clinica di grandissima importanza», sottolinea Tonolo, affrontando un altro dei temi per cui la Società si batte. «La Società sta conducendo importanti studi sulle differenze di genere nel trattamento del diabete, c’è bisogno di una diabetologia di genere».

Le sessioni congressuali dedicate alla medicina di genere hanno analizzato in profondità le differenze nella risposta terapeutica di pazienti con diabete e obesità. L’obiettivo è quello di delineare protocolli più efficaci, inclusivi e aderenti alle reali caratteristiche biologiche e cliniche di ogni paziente, tanto dal punto di vista terapeutico che da quello assistenziale. Tatiana Lai, figura di riferimento nell'ambito infermieristico presente al Congresso, evidenzia l'importanza di un approccio sempre più personalizzato: «La medicina di genere, una medicina sartoriale, è ormai diventata l'essenza della nostra professione, per questo l’infermiere deve accompagnare ogni persona nel proprio percorso terapeutico con attenzione alle specificità di genere, età e condizione clinica»

VERSO LA DEMOCRATIZZAZIONE DELLE CURE

«Il nostro obiettivo – conclude Provenzano – è democratizzare l’accesso alle cure. Prendersi cura significa ascoltare i bisogni delle persone e tradurli in azioni concrete, coinvolgendo la politica e le istituzioni».

SIMDO riunisce medici, infermieri, psicologi, pedagogisti e dietisti: un approccio multidisciplinare volto a migliorare a tutto tondo la vita dei pazienti affetti da malattie metaboliche.

DDL PELLA: RISULTATO STORICO MA SERVE RISCONTRO TANGIBILE

Dal 1° ottobre 2025, con la Legge Pella, l’Italia è il primo Paese al mondo a riconoscere l’obesità come come malattia cronica. «Un risultato storico – afferma Tonolo – ma ora bisogna inserire la patologia nei LEA per garantire a tutti diagnosi e terapie gratuite. L’obesità è la porta d’ingresso di ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e cancro: investire nella prevenzione significa risparmiare vite e risorse».

ANDeA Associazione Nazionale Dermatite Atopica OdV lancia una raccolta firme nazionale sul sito www.andea.it per chiedere il riconoscimento della patologia come malattia cronica invalidante e adeguate tutele sociali ed economiche per migliorare la qualità della vita dei pazienti.

Un Manifesto stilato da ANDeA segnala in 6 punti le istanze prioritarie fino ad oggi disattese.

La dermatite atopica è la più comune malattia infiammatoria cutanea nel mondo, con numeri
in aumento; l’Italia è tra i Paesi europei con la maggiore prevalenza, con una stima di circa
3 milioni di persone che ci convivono. Mancato riconoscimento come malattia cronica invalidante, fondamentale per il suo inserimento nel Piano Cronicità e nei LEA; forte frammentazione della presa in carico, con importanti ritardi della diagnosi; accesso non equo alle terapie innovative
ed elevati costi socio-sanitari: sono le principali criticità della patologia, che genera una spesa annua di oltre 20 miliardi di euro e, oltre a stravolgere la vita dei pazienti a causa del prurito severo e incessante, è gravata da un importante vuoto legislativo che va colmato.

È tempo di un cambio di direzione per la dermatite atopica, malattia infiammatoria cronica che riguarda milioni di persone, dall’infanzia all’età adulta, con un impatto fortemente negativo sulla salute fisica e psicologica a causa del prurito severo e incessante che la caratterizza. Oggi decine di migliaia sono le persone che in Italia convivono con la dermatite atopica senza un reale riconoscimento e senza tutele sul piano sanitario, sociale ed economico.

Per dare visibilità alla patologia, diffondere informazione, ma soprattutto per riportare all’attenzione del Governo i temi più urgenti legati alla malattia, questo pomeriggio a Montecitorio si è tenuto l’Evento istituzionale Dermatite atopica: i pazienti chiedono riconoscimento e tutele, promosso su iniziativa dell’On. Ilenia Malavasi.

Nel corso dell’Evento, ANDeA - Associazione Nazionale Dermatite Atopica OdV–alla presenza di ADOI - Associazione Dermatologi-Venereologi Ospedalieri Italiani e della Sanità Pubblica, SIDAPA - Società Italiana di Dermatologia Allergologica e Ambientale e SIDeMaST - Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse –ha lanciato per la prima volta una call to action di raccolta firme nazionale rivolta ai cittadini, che potranno aderire alla chiamata sul sito www.andea.it. I pazienti chiedono alle Istituzioni e al Legislatore il riconoscimento ufficiale della patologia come malattia cronica invalidante, passaggio essenziale per il suo inserimento nel Piano Nazionale delle Cronicità (PNC) e all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), e adeguate tutele sanitarie, sociali e finanziarie per un effettivo miglioramento della qualità di vita dei pazienti con un più equo accesso a prestazioni e terapie innovative.

«Nonostante sia riconosciuta come malattia infiammatoria cronica della pelle, la dermatite atopica non è inserita nel Piano Nazionale Cronicità né nei LEA: questo sarebbe un obiettivo fondamentale in quanto l’inclusione è indispensabile per omogeneizzare la presa in carico dei pazienti, uniformare i piani terapeutici e migliorare il percorso diagnostico sul territorio nazionale – afferma l’On. Ilenia Malavasi, Deputata, Membro XII Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati –
Ho depositato per questo un’interrogazione al Ministro della Salute, con l’obiettivo di spingere il più possibile l’iter di inclusione. Garantire equità di accesso e adeguata copertura economica è fondamentale per i pazienti e si può raggiungere con l’inclusione nei LEA per supportare economicamente l’acquisto di farmaci e prestazioni, ma si rende necessario anche lo stanziamento di adeguate risorse economiche che non siano destinate solo ai farmaci».

Mancato riconoscimento ufficiale come malattia cronica recidivante; forte frammentazione dello scenario assistenziale, in particolare della presa in carico con inevitabili e gravi ritardi della diagnosi; accesso non equo alle terapie innovative: sono le principali criticità della dermatite atopica che, oltre a stravolgere la vita delle persone a causa del prurito severo e incessante, è gravata da un importante vuoto legislativo che va colmato senza ulteriori rinvii.

«L’evento di oggi nasce da un intento e da un sentire comuni a tutti i pazienti: la necessità di vedere riconosciuta la dermatite atopica a livello istituzionale e legislativo come malattia che incide in maniera pesante sulla quotidianità e sulla qualità della vita, ma che ancora non viene riconosciuta invalidante, come è – dichiara Mario Coccioli, Presidente ANDeA - Associazione Nazionale Dermatite Atopica OdV – L’esigenza di un evento portato all’attenzione delle maggiori Istituzioni di governo è frutto di un lungo percorso e di ascolto delle storie e dei bisogni dei pazienti. La svolta è arrivata durante un incontro con l’On. Ilenia Malavasi, alla quale vanno i nostri sinceri ringraziamenti per la sensibilità mostrata e l’aiuto che si è concretizzato attraverso un impegno costante che ci ha portato dove siamo oggi. Il primo passo è stata la decisione di una call action di raccolta firme, preceduta dalla stesura di un Manifesto che contiene le principali istanze dei pazienti. L’iniziativa è segnalata sul sito dell’Associazione (www.andea.it) e durerà almeno sei mesi, con un monitoraggio sull’adesione dei cittadini in itinere».

Si stima che in Italia convivano con la dermatite atopica circa 3 milioni di persone. Enorme il peso sociale che la malattia comporta: oltre il 50% dei pazienti lamenta una compromissione della qualità della vita, mentre quasi due pazienti su tre la considerano un ostacolo significativo allo svolgimento delle attività quotidiane; un paziente con dermatite atopica moderata-grave perde in media 9 giorni lavorativi all’anno con una riduzione di produttività per ulteriori 21 giorni; rilevante lo stigma sociale che spesso accompagna i pazienti.

«Un recente studio italiano ha stimato un costo medio annuo per paziente intorno ai 7.000 euro,
di cui circa 3.000 a carico del Servizio Sanitario Nazionale, 2.000 come spesa diretta sostenuta dal paziente (
out-of-pocket) e altri 2.000 legati alla perdita di produttività – spiega Matteo Scortichini, Statistico presso il CEIS- EEHTA, Facoltà di Economia, Università di Roma ‘Tor Vergata’ –
Una nostra analisi, focalizzata su pazienti con forme moderate o severe, ha evidenziato un costo medio di oltre 4.000 euro annui a persona, di cui più del 60% riconducibili alla perdita produttiva del paziente e/o del caregiver. In sintesi, da questi dati si può stimare che la dermatite atopica generi ogni anno in Italia una spesa pari a 20 miliardi di euro, la metà a carico del SSN. Introdurre terapie innovative ed efficaci non solo significherebbe migliorare la salute e la qualità di vita dei pazienti,
ma anche ridurre sensibilmente i costi, con un conseguente risparmio per lo Stato».

Fino al 2017, anno in cui si è costituita ANDeA, le persone con dermatite atopica, soprattutto
i pazienti con forme severe che necessitano di trattamento sistemico, avevano a disposizione solo ciclosporina e cortisone, scarsamente efficaci e gravati da effetti collaterali.

«In questi ultimi anni, anche grazie al supporto di ANDeA alla ricerca medica, le cose hanno iniziato a cambiare e oggi sono disponibili numerosi farmaci, alcuni innovativi e molto efficaci e sicuri – commenta Mario Picozza, Consigliere ANDeA e Delegato rapporti con la comunità scientifica, Presidente Federasma e Allergie OdV – La nostra Associazione sin dai suoi primi passi si è attivata per essere al fianco dei pazienti e delle famiglie e per supportare fattivamente la ricerca, partecipando anche a molti studi osservazionali. Nonostante i progressi conseguiti, ci attendono ancora diverse sfide, sia sul fronte dello sviluppo di nuove molecole sempre più efficaci, maneggevoli e sicure, sia sul fronte dei diritti sociali, lavorativi ed economici dei pazienti che ANDeA è pronta
a intercettare per trovare risposte adeguate».

L’Associazione dei pazienti e le Società scientifiche di settore sollecitano le Istituzioni a porre in atto una serie di azioni strategiche e prioritarie, ancora oggi disattese, presentando una sorta di Manifesto delle istanze nel quale vengono segnalate in 6 punti le principali urgenze: riconoscimento della dermatite atopica come malattia cronica e invalidante, da inserire nel PNC e nei LEA per dare continuità, tutela e risposta terapeutica ai bisogni reali delle persone; istituzione di percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) uniformi e garantiti ovunque e centri di riferimento multidisciplinari; approccio terapeutico personalizzato; necessità di tutele economiche per pazienti e caregiver, affinché la cura non sia più un privilegio per pochi; promozione della formazione tra gli specialisti, i medici e pediatri di base; istituzione di una Giornata nazionale della dermatite atopica.

Conoscenza della malattia, visibilità dei pazienti, ascolto dei bisogni e risposte concrete: è l’unica strada da percorrere affinché chi convive con la dermatite atopica venga curato in modo rapido, appropriato, efficace ed equo.

La voce delle Società Scientifiche

Antonio Costanzo, Vicepresidente SIDeMaST – Società Italiana di Dermatologia
e Malattie Sessualmente Trasmesse

«La dermatite atopica è una delle condizioni più problematiche nei Paesi industrializzati, tanto che colpisce più del 20% dei bambini e oltre il 3% degli adulti. Si tratta di una malattia infiammatoria cronica recidivante della pelle, caratterizzata da forte prurito, sintomo cardine della malattia con un impatto significativo, a volte drammatico, sulla qualità di vita del paziente, ed eczema costituito da chiazze arrossate, formazione di vescicole ed essudato. Le lesioni a seguito del grattamento possono evolvere formando crosticine e ispessimento della pelle (lichenificazione). Le lesioni eczematose sono generalmente diffuse sul corpo, le sedi preferenziali sono viso, collo, torace, dorso delle mani, piedi, piega interna del gomito e piega posteriore delle ginocchia. I principali fattori di rischio sono la familiarità e una predisposizione genetica, in particolare riferita alla mutazione del gene della filaggrina. Tra i fattori che possono aggravare i sintomi ed esacerbare la malattia: la stagionalità e lo stress».

Cataldo Patruno, Presidente SIDAPA – Società Italiana di Dermatologia Allergologica Professionale e Ambientale

«La dermatite atopica è una malattia non di rado associata a comorbilità come asma e rinocongiuntivite. Il paziente atopico, quindi, è piuttosto complesso, poiché la presa in carico può
in alcuni casi coinvolgere diverse figure specialistiche; nella realtà italiana, tuttavia, non sempre questi professionisti lavorano in sinergia. Anche per la dermatite atopica, come per altre patologie croniche, sarebbe opportuno disporre di un percorso predefinito e preferenziale coordinato dal dermatologo che collabora con gli altri specialisti. Altra criticità riguarda alcuni test diagnostici. In alcuni casi, ad esempio, è necessario ricorrere al patch test che prevede il testaggio di allergeni che, per l’attuale normativa, sono considerati farmaci a tutti gli effetti. Purtroppo, allo stato attuale, non tutte queste sostanze hanno ricevuto l'autorizzazione all'immissione in commercio, di conseguenza alcune, soprattutto di più recente interesse, non possono essere testate e questo è un limite diagnostico».

Maria Mariano, Rappresentante ADOI – Associazione Dermatologi-Venereologi Ospedalieri Italiani e della Sanità Pubblica

«Lo scenario terapeutico attuale per la dermatite atopica è radicalmente cambiato in questi ultimi anni grazie all’arrivo di trattamenti innovativi che hanno di fatto rivoluzionato l’approccio a questa patologia. Attualmente, quindi, si può intervenire con farmaci mirati e selettivi, che vanno a colpire bersagli target coinvolti nei processi alla base della patologia. A differenza dei trattamenti classici, queste terapie possono offrire un mantenimento della risposta terapeutica nel tempo con un controllo della malattia a lungo termine: grazie a questi farmaci, l’ottenimento della cosiddetta minimal disease activity, o minima attività di patologia, è diventato un traguardo raggiungibile. Rendere più facili e rapidi i percorsi di accesso alle strutture dedicate, offrendo la possibilità di trattamenti adeguati ai pazienti che ne hanno necessità, significa assicurare un buon successo delle cure, con vantaggi sulla riduzione dei costi per ricoveri, recidive, complicanze e gestione quotidiana della patologia».

Presentati i dati finali della campagna “Obesità. Non ignorarla, affrontiamola insieme", promossa da Cittadinanzattiva in collaborazione con Federfarma.

Bene il riconoscimento come malattia cronica, adesso equità e accessibilità delle cure e lotta allo stigma sociale”

Il 74,1% dei cittadini si considera "abbastanza informato" (58,3%) o "molto informato" (15,8%) sul tema dell'obesità. Per il 66,6% di loro si tratta di una vera e propria malattia, per il 27,3% lo è solo in parte; il 6,2% non la ritiene tale. L'82,7% di chi la considera malattia ritiene sia importante affrontarla quanto altre patologie croniche. Il 46,7% pensa che in alcuni casi l'obesità sia più comune tra le persone in condizioni socio-economiche svantaggiate. L'obesità è percepita come fattore di rischio significativo per altre patologie, principalmente: malattie cardiovascolari (90,1%), malattie metaboliche - diabete (84%), malattie respiratorie (68,9%).

Circa metà degli intervistati ritiene che le persone con obesità abbiano bisogno di comprensione e supporto. Il 43,8% concorda che discriminazione ed emarginazione influiscono negativamente sulla gestione della condizione. Il 34,5% riconosce la discriminazione in vari contesti quali la scuola o il lavoro. e il 23,1% riconosce il forte pregiudizio sociale (chi è obeso o in sovrappeso è spesso percepito come pigro e demotivato). Circa un quarto delle persone che si dichiara in sovrappeso ha avviato una cura specifica, il 35,7% non lo ha mai fatto ed oltre il 33% ha abbandonato la cura poiché scoraggiato dalla mancanza di risultati o dalla difficoltà nel gestire le cure.

Sono questi alcuni dei dati che emergono dall’indagine condotta per la campagna "Obesità. Non ignorarla, affrontiamola insieme", un progetto di Cittadinanzattiva - in collaborazione con Federfarma - che ha coinvolto, dal marzo a giugno di quest’anno, 1509 farmacie su tutto il territorio italiano e 5543 cittadini con l’obiettivo di aumentare l’empowerment, la consapevolezza, l’informazione e la sensibilizzazione di questi ultimi e dei pazienti sui rischi connessi all’obesità. Lo strumento principale è stato un questionario in 18 domande, anonimo e volontario, mirato a valutare la conoscenza e la percezione dell'obesità come malattia cronica. La sua realizzazione è stata possibile anche grazie al lavoro di un Board scientifico composto da rappresentanti delle Istituzioni, delle organizzazioni dei professionisti sanitari, dei pazienti e dei cittadini.

Integrato da una sezione socio-demografica e da una dedicata alla rilevazione di parametri antropometrici per il calcolo di BMI (Indice Massa Corporea) e BAI (Indice Adiposità Corporea), il questionario ha permesso di far emergere anche informazioni molto importanti riguardo alle cause percepite dell’obesità: il 50% degli intervistati ritiene che a causare l’obesità siano patologie associate o alterazioni metaboliche,  mentre l’altra metà ritiene che dipenda da fattori psicologici o fattori ereditari. Ciò che stupisce è che oltre il 92% lega l’obesità agli eccessi alimentari e quasi il 90% ad inattività fisica. Rilevante, ancora, è il rapporto fra la percezione del proprio peso (autopercezione) e la condizione reale: il 44,8% degli intervistati si considera normopeso, il 32,9% leggermente in sovrappeso, il 14,6% in sovrappeso e il 4,3% con obesità. Tuttavia, la valutazione dei parametri antropometrici ha rivelato che il 60% delle donne si trova in condizioni di sovrappeso o obesità (40,5% obese, 19,6% sovrappeso). Dati analoghi per il 60,2% degli uomini (35,6% obesi, 24,6% sovrappeso).

A completamento dell’indagine è stata realizzata una survey tra i farmacisti che hanno partecipato alla campagna, con un breve questionario volto a rilevare aspetti positivi e criticità riscontrate. I farmacisti coinvolti hanno evidenziando principalmente due tipi di difficoltà: non tutte le farmacie hanno spazi adeguati o personale da dedicare a questo tipo di attività, difficile da svolgere mentre si lavora al banco; diversi cittadini hanno dimostrato una certa ritrosia ad essere coinvolti nell’indagine, perché imbarazzati o non consapevoli della propria condizione di salute. I farmacisti interpellati hanno anche avanzato delle proposte per eventuali future campagne, suggerendo di coinvolgere i medici e di adeguare le strategie di comunicazione tenendo conto delle criticità emerse.

“Siamo orgogliosi di presentare i risultati della nostra campagna - dichiara Tiziana Nicoletti, Responsabile Coordinamento Nazionale Associazioni Malati cronici e rari di Cittadinanzattiva - perché, grazie al prezioso contributo del nostro Board scientifico e alla collaborazione con Federfarma, abbiamo sensibilizzato migliaia di cittadini su questo tema importante e molto attuale. Vogliamo anche sottolineare come questa iniziativa si inserisca in un momento cruciale, con la Legge 741/2025 che riconosce finalmente l'obesità come malattia cronica. Il nostro impegno è nel continuare a promuovere un approccio integrato e diretto anche a combattere lo stigma sociale. Infatti, con “Obesità. Non ignorarla, affrontiamola insieme” vogliamo tenere insieme due messaggi: il primo è di non ignorarla in quanto l’obesità non è un fatto di volontà personale, ma una malattia che merita diagnosi, trattamenti, tutela dalla discriminazione e sostegno nei contesti di vita quotidiana. Il secondo messaggio è di affrontare insiemel’obesità perché solo un approccio corale che unisca cittadini, professionisti e decisori può ridurre le disuguaglianze, favorire prevenzione efficace e garantire percorsi di cura multidisciplinari, continuativi e uniformi.”

“Le farmacie hanno collaborato con convinzione a questa campagna, perché affronta una tematica molto attuale di forte impatto dal punto di vista sanitario, sociale ed economico” afferma Marco Cossolo, presidente di Federfarma nazionale. “L’obesità infatti è una patologia dalla quale derivano una serie di conseguenze negative per la condizione psico-fisica del paziente e quindi per la sostenibilità del Servizio sanitario. Una situazione resa ancor più complessa, come emerge dall’indagine di Cittadinanzattiva, dal fatto che chi è affetto da obesità tende a nascondere o a non riconoscere la propria condizione. Lo hanno sperimentato i farmacisti coinvolti nella campagna, che hanno riscontrato difficoltà di approccio al paziente e hanno dovuto affinare le proprie strategie di comunicazione per avviare il dialogo e svolgere le attività previste. Attività che peraltro rientrano a pieno titolo tra i servizi cognitivi normalmente svolti dalla farmacia di comunità, ai fini della presa in carico e del monitoraggio del paziente cronico in collaborazione con gli altri professionisti della salute”.

I dati dell’indagine si concretizzano nelle proposte per contrastare l'obesità che concludono il documento: cinque aree chiave, a partire dalla richiesta di un rafforzamento normativo attraverso l'approvazione dei decreti attuativi della Legge 741/2025, l'inclusione dell'obesità nei LEA e l'approvazione del Nuovo Piano Nazionale della Cronicità 2025. Quindi si propone una migliore organizzazione delle cure con la creazione di Centri per l'Obesità, percorsi di cura uniformi e l'istituzione di un registro nazionale. La terza area riguarda la formazione e la sensibilizzazione, con corsi obbligatori per gli operatori sanitari, la lotta allo stigma e il coinvolgimento delle organizzazioni civiche nell'Osservatorio nazionale. La quarta area prevede azioni concrete come programmi educativi nelle scuole, politiche fiscali mirate e la riqualificazione degli spazi urbani. Infine, si punta alla sostenibilità e all'accesso equo alle cure, garantendo la rimborsabilità dei trattamenti e un accesso equo alla chirurgia bariatrica.

L’indagine e tutte le informazioni e i materiali di “Obesità. Non ignorarla, affrontiamola insieme” sono disponibili sul sito web Federfarma e sul sito web di Cittadinanzattiva.

"Obesità. Non ignorarla, affrontiamola insieme" è un progetto indipendente di Cittadinanzattiva in collaborazione con Federfarma, realizzato con il supporto non condizionato di Eli Lilly.

Foto di Diana Polekhina su Unsplash

In occasione della Giornata Mondiale della Vista, l'Associazione Pazienti Malattie Oculari (APMO) ha organizzato a Roma il suo primo Congresso nazionale, riunendo istituzioni, società scientifiche, associazioni e aziende per affrontare le sfide della prevenzione e dell'accesso alle cure oculistiche in Italia.

Oltre sei milioni di persone in Italia convivono con una malattia oculare, e per un terzo di loro la riduzione della vista è invalidante. Eppure, all'oftalmologia è dedicato solo l'1% della spesa sanitaria pubblica, mentre screening e liste d'attesa variano ancora troppo tra le Regioni, ostacolando un accesso equo alla prevenzione.

Francesco Bandello, presidente di APMO, ha denunciato come le malattie oculari vengano spesso trascurate perché non considerate letali. Eppure, chi perde la vista vive peggio: ipovisione e cecità comportano costi altissimi — economici e sociali — e incidono profondamente sulla vita quotidiana. Servono quindi programmi diagnostici sistematici per le complicanze oculari legate a patologie come diabete e degenerazione maculare: interventi a basso costo ma con un altissimo ritorno in termini di salute e qualità della vita.

Le liste d'attesa rimangono uno dei problemi più critici. Teresio Avitabile, direttore della Clinica Oculistica di Catania, ha sottolineato come non si tratti di un fenomeno omogeneo: esistono realtà che garantiscono tempi rapidi, ma questo non dipende dai medici, bensì dalle amministrazioni. «Serve semplificare: non spendere di più, ma spendere meglio», ha precisato.

Durante il Congresso è intervenuto il Ministro della Salute Orazio Schillaci, sottolineando la necessità di una strategia nazionale chiara volta a ridurre l'incidenza delle malattie oculari. «Due persone su cento, dai 15 anni in su, soffrono di gravi limitazioni visive, percentuale che sale all'8% tra gli over 75», ha dichiarato. «La diagnosi precoce rallenta la progressione delle patologie e salvaguarda l'autonomia. Ma serve un cambio culturale: dobbiamo passare da un Servizio Sanitario che cura, a uno che previene». Schillaci ha poi annunciato l'intenzione di destinare fondi specifici alla prevenzione oculare nella prossima legge di bilancio e di reintrodurre l'esame del fondo oculare per i pazienti diabetici nei nuovi LEA – Livelli Essenziali di Assistenza.

Mario Barbuto, presidente dell'Unione Italiana Ciechi, ha ricordato che la Giornata Mondiale della Vista non è solo una celebrazione, ma un impegno da ricordare e praticare tutti i giorni. Un messaggio condiviso da Bandello: chi sta bene con gli occhi vive meglio. La vista è un bene comune, e difenderla significa garantire qualità della vita, dignità e autonomia.

In questi giorni, in molte città italiane, sono organizzate visite gratuite e iniziative di sensibilizzazione, promosse in collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale, le istituzioni locali e le associazioni dei pazienti.

A cura di Lucrezia Rogai

La FDA statunitense approva nerandomilast compresse di Boehringer come prima nuova opzione terapeutica per gli adulti con IPF in oltre un decennio

  • La fibrosi polmonare idiopatica (IPF) è una malattia progressiva che causa un declino continuo della funzione polmonare (1).
  • L'approvazione si basa sui risultati di due studi clinici, che hanno dimostrato la riduzione del declino della capacità vitale forzata con nerandomilast rispetto al placebo negli adulti con fibrosi polmonare idiopatica (IPF) (2,3).
  • Nerandomilast è una nuova opzione terapeutica per pazienti adulti con IPF e ha un profilo di sicurezza ben tollerato (2,3).

Milano, 10 ottobre 2025 – Nerandomilast compresse di Boehringer Ingelheim è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense come opzione terapeutica per via orale per la fibrosi polmonare idiopatica (IPF) nei pazienti adulti (2). Nerandomilast è il primo e unico inibitore preferenziale della fosfodiesterasi 4B (PDE4B) approvato in questa indicazione. Questo rappresenta un nuovo meccanismo d'azione che esercita effetti antifibrotici e immunomodulatori, rallentando il declino della funzione polmonare nei pazienti con IPF (2,3).

"Questo traguardo segna l'inizio di una nuova era nel trattamento della IPF, una condizione cronica rara e debilitante responsabile del peggioramento della funzione polmonare. Nerandomilast ha dimostrato di rallentare il declino della funzione polmonare nei pazienti con IPF", ha dichiarato Toby Maher, M.D., Ph.D., Professore di Medicina Clinica, Keck School of Medicine, USC Los Angeles. "Nerandomilast è una nuova opzione terapeutica accolta con favore dai medici, con un profilo di sicurezza ben tollerato, da utilizzare nei pazienti appropriati".

L'approvazione della FDA si basa sui dati di due studi clinici: FIBRONEER™-IPF (NCT05321069), e Trial 2 (NCT04419506). L'endpoint primario di FIBRONEER™-IPF era la variazione assoluta della capacità vitale forzata (CVF), un parametro della funzione polmonare (4), in mL dal basale alla Settimana 52 (2,3). Nerandomilast ha dimostrato un declino significativamente più ridotto della CVF rispetto al placebo (2,3). Nello specifico, il declino medio corretto nei pazienti trattati con 18 mg o 9 mg di nerandomilast è stato rispettivamente di -106 mL e -122 mL, a fronte di -170 mL nel gruppo placebo (2). Inoltre, un effetto del trattamento è stato evidenziato già alla settimana 2 con nerandomilast 18 mg in confronto al placebo, con variazioni della CVF rispetto al basale che hanno continuato a divergere nel corso del tempo fino alla settimana 52 (2,3).

"L'approvazione della FDA per nerandomilast rappresenta un momento fondamentale per le persone con IPF ed è la prima volta in oltre 10 anni che il panorama terapeutico evolve" ha affermato Shashank Deshpande, Presidente del Consiglio di Amministrazione e Head of Human Pharma di Boehringer Ingelheim. "Questo nuovo passo avanti è guidato dai significativi risultati dello studio FIBRONEER™-IPF e sottolinea il nostro impegno costante a cambiare le modalità di trattamento dei pazienti con IPF offrendo terapie innovative come nerandomilast".

Le reazioni avverse più comuni (≥ 5%) segnalate nei pazienti trattati con nerandomilast e più frequenti rispetto al gruppo placebo sono state rispettivamente per nerandomilast 18 mg, nerandomilast 9 mg e placebo: diarrea (42%, 31%, 17%), COVID-19 (13%, 16%, 12%), infezione delle vie respiratorie superiori (13%, 11%, 10%), depressione (12%, 11%, 10%), perdita di peso (11%, 10%, 8%), appetito ridotto (9%, 9%, 5%), nausea (8%, 9%, 7%), affaticamento (7%, 8%, 6%), mal di testa (7%, 6%, 5%), vomito (6%, 5%, 5%), mal di schiena (6%, 5%, 4%) e capogiri (5%, 6%, 5%) (2).

L'interruzione di trattamento dovuta a reazioni avverse è avvenuta più frequentemente nei pazienti trattati con nerandomilast (con o senza trattamento antifibrotico di backgroud) 18 mg (15%) e 9 mg (12%) rispetto a placebo (11%) (2). La reazione avversa più frequente, che ha portato all'interruzione del trattamento di nerandomilast 18 mg e 9 mg è stata la diarrea (6% e 2% rispettivamente) (2).

Non è presente la sezione "Avvertenze e Precauzioni d'uso" nella scheda di prodotto approvata dalla FDA (2).

"L'approvazione di nerandomilast da parte della FDA è una notizia entusiasmante per le persone affette da fibrosi polmonare idiopatica e per i loro caregiver", ha dichiarato Scott Staszak, Presidente e Amministratore delegato della Pulmonary Fibrosis Foundation. "La nostra comunità necessitava da tempo di nuove opzioni di trattamento per la IPF. Nerandomilast rappresenta un'aggiunta importante al panorama terapeutico".

Informazioni sulla IPF

La IPF è una delle malattie polmonari interstiziali fibrosanti progressive più comuni (1). È più letale di molte forme tumorali, con un tasso di sopravvivenza a cinque anni inferiore a quello del tumore della prostata, del tumore della mammella femminile e del tumore del colon (5,6). La IPF influisce in maniera sostanziale sulla qualità della vita e la metà dei pazienti soccombe alla malattia entro cinque anni dalla diagnosi (7,8). Nella IPF, la causa principale della fibrosi polmonare è sconosciuta (1). I sintomi e i segni della IPF includono tosse secca e persistente, respiro affannoso, affaticamento e ippocratismo digitale (ingrossamento e arrotondamento delle estremità delle dita) (9). La IPF può colpire fino a 3,6 milioni di persone in tutto il mondo e circa 200.000 casi stimati negli Stati Uniti (10-13). La patologia affligge principalmente persone di età superiore a 50 anni e interessa maggiormente gli uomini rispetto alle donne (14).

Informazioni su nerandomilast

Nerandomilast è un inibitore preferenziale di PDE4B per via orale approvato negli Stati Uniti per il trattamento della IPF nei pazienti adulti (2). Nerandomilast è stato approvato dalla FDA dopo aver ottenuto la Priority Review e la designazione di Breakthrough Therapy.

Domande di autorizzazione per nerandomilast nella IPF sono in fase di valutazione anche in Cina, in Giappone e nell'UE e verranno presentate in futuro in altri Paesi.

Informazioni su Boehringer Ingelheim

Boehringer Ingelheim è un'azienda biofarmaceutica attiva nel campo della salute umana e animale. Essendo uno dei principali investitori in ricerca e sviluppo del settore, la società si concentra sullo sviluppo di terapie innovative in grado di migliorare e prolungare la vita in aree a elevato bisogno terapeutico ancora insoddisfatto. Indipendente sin dalla sua fondazione nel 1885, Boehringer adotta una prospettiva a lungo termine, integrando la sostenibilità lungo tutta la catena del valore. I nostri circa 54.500 dipendenti operano in oltre 130 mercati con l'intento di costruire un domani più sano e sostenibile. Per ulteriori informazioni, consultare il sito www.boehringer-ingelheim.com.

Bibliografia

(1) Sauleda J, Núñez B, Sala E, Soriano JB. Idiopathic Pulmonary Fibrosis: Epidemiology, Natural History, Phenotypes. Med Sci (Basel). 2018;6(4):110. doi:10.3390/medsci6040110.

(2) Informazioni prescrittive di JASCAYD (nerandomilast). Ridgefield, CT: Boehringer Ingelheim Pharmaceuticals, Inc; 2025.

(3) Richeldi, Luca, Azuma, Arata, Cottin, Vincent, et al. Nerandomilast in Patients with Idiopathic Pulmonary Fibrosis. NEJM. 2025; 392:2193-2202. doi: 10.1056/NEJMoa2414108.

(4) Twisk JWR et al. (1998). Tracking of lung function parameters and the longitudinal relationship with lifestyle. European Respiratory Journal. 12(3):627–634.

(5) Zheng Q, Cox IA, Campbell JA, et al. Mortality and survival in idiopathic pulmonary fibrosis: a systematic review and meta-analysis. ERJ Open Res. 2022 Mar 14;8(1):00591-2021. doi: 10.1183/23120541.00591-2021. PMID: 35295232; PMCID: PMC8918939.

(6) Siegel RL, Giaquinto AN, Jemal A. Cancer statistics, 2024. CA Cancer J Clin. 2024 Jan-Feb;74(1):12-49. doi: 10.3322/caac.21820. Epub 2024 Jan 17. Erratum in: CA Cancer J Clin. 2024 Mar-Apr;74(2):203. doi: 10.3322/caac.21830. PMID: 38230766.

(7) Swigris JJ, Brown KK, Abdulqawi R, et al. Patients' perceptions and patient-reported outcomes in progressive-fibrosing interstitial lung diseases. Eur Respir Rev. 2018 Dec 21;27(150):180075. doi: 10.1183/16000617.0075-2018. PMID: 30578334; PMCID: PMC9489034.

(8) Tsubouchi K, Hamada N, Tokunaga S, et al. Survival and acute exacerbation for patients with idiopathic pulmonary fibrosis (IPF) or non-IPF idiopathic interstitial pneumonias: 5-year follow-up analysis of a prospective multi-institutional patient registry. BMJ Open Respiratory Research. 2023;10:e001864. https://doi.org/10.1136/bmjresp-2023-001864.

(9) Alsomali H, Palmer E, Aujayeb A, Funston W. Early Diagnosis and Treatment of Idiopathic Pulmonary Fibrosis: A Narrative Review. Pulm Ther. 2023 Jun;9(2):177-193. doi: 10.1007/s41030-023-00216-0. Epub 2023 Feb 11. Erratum in: Pulm Ther. 2023 Sep;9(3):459. doi: 10.1007/s41030-023-00235-x. PMID: 36773130; PMCID: PMC10203082.

(10) Maher TM, Bendstrup E, Dron L, et al. Global incidence and prevalence of idiopathic pulmonary fibrosis. Respir Res. 2021;22(1):197. doi:10.1186/s12931-021-01791-z.

(11) Esposito DB, Lanes S, Donneyong M, et al. Idiopathic Pulmonary Fibrosis in United States Automated Claims. Incidence, Prevalence, and Algorithm Validation. Am J Respir Crit Care Med. 2015 Nov 15;192(10):1200-7. doi: 10.1164/rccm.201504-0818OC. PMID: 26241562.

(12) Monthly Population Estimates for the United States: April 1, 2020 to December 1, 2022 (NA-EST2021-POP). US Census Bureau, Population Division; 2021. Data di consultazione: 1 ottobre 2025. https://www2.census.gov/programs-surveys/popest/tables/2020-2021/national/totals/NA-EST2021-POP.xlsx

(13) Monthly Population Estimates for the United States: April 1, 2010 to December 1, 2013. US Census Bureau, Population Division; 2012. Data di consultazione: 1 ottobre 2025. https://www2.census.gov/programs-surveys/popest/tables/2010-2012/national/totals/PEPMONTHN.pdf

(14) John, J., Clark, A.R., Kumar, H. et al. Pulmonary vessel volume in idiopathic pulmonary fibrosis compared with healthy controls aged > 50 years. Sci Rep 13, 4422 (2023). https://doi.org/10.1038/s41598-023-31470-6.

Un fenomeno sottostimato con numeri allarmanti

Ogni anno circa 290mila casi di infezione respiratoria acuta negli adulti e 1.800 decessi. Sono i numeri registrati solo in Italia per il virus respiratorio sinciziale (Vrs o Rsv nella sigla inglese), che si presenta con sintomi simil-influenzali, ma può determinare complicanze respiratorie significative nei soggetti fragili come over 60, persone immunocompromesse e neonati. Un fenomeno sottovalutato e sottostimato, specialmente nella popolazione adulta e anziana: spesso, infatti, la malattia da Rsv non viene diagnosticata correttamente. La protezione dei soggetti fragili resta la priorità: in Italia si registrano infatti oltre 50mila ricoveri all'anno. Nel dettaglio si contano circa 25mila ospedalizzazioni di bambini sotto i 5 anni di età legate alle complicanze come bronchiolite e polmoniti, e circa 26mila negli over 60. Sul fronte della prevenzione, sono oggi disponibili strumenti sicuri ed efficaci come la vaccinazione e l'immunoprofilassi; nonostante queste opportunità, però, l'Rsv non è ancora incluso nel Piano nazionale di prevenzione vaccinale (Pnpv).

L'importanza della sorveglianza e dell'informazione corretta

Di questi temi e della necessità di una informazione corretta e aggiornata sui rischi e sulle strategie di prevenzione a disposizione si è parlato al media tutorial "Giornalismo scientifico e comunicazione biomedica: il caso della malattia infettiva da virus respiratorio sinciziale" promosso dal Master Sgp - La Scienza nella pratica giornalistica della Sapienza Università di Roma, con il contributo non condizionante di Pfizer, che ha messo a confronto i giornalisti con gli esponenti del mondo medico-scientifico, specialisti in igiene, medicina preventiva e pediatria. "La maggior parte dei virus respiratori ha una spiccata tendenza stagionale", afferma Pier Luigi Lopalco, professore ordinario di Igiene dell'Università del Salento. "Nell'emisfero Nord del pianeta è nei mesi invernali che si verificano i picchi di infezioni da influenza, virus respiratorio sinciziale, Sars-CoV-2, metapneumovirus, rhinovirus e adenovirus. La circolazione combinata di questi virus rende la stagione invernale particolarmente critica in termini di pressione sul sistema sanitario. Ancora oggi le informazioni che abbiamo sulla circolazione dei virus respiratori sono affette da una forte sottostima". Il sistema di sorveglianza, osserva Lopalco, non è completamente efficiente nel rilevare i casi reali e ciò non consente di valutarne il reale impatto sociosanitario: a questo scopo sarebbe necessario impostare studi ad hoc che hanno mostrato che il danno individuale e sociale di queste infezioni va ben oltre il periodo della malattia acuta. Nei soggetti fragili e anziani, ad esempio, un periodo di ricovero dopo un'infezione respiratoria può scatenare una serie di complicanze e si associa spesso a una perdita consistente dell'autonomia.

RespiVirNet: il nuovo sistema di sorveglianza dopo il Covid-19

In Italia, dopo l'esperienza della pandemia da Covid-19, il sistema di sorveglianza dell'influenza Influnet si è ampliato diventando RespiVirNet, con l'obiettivo di migliorare le conoscenze su altri virus respiratori come l'Rsv che si possono prevenire con la vaccinazione. "La sorveglianza consente di misurare il reale carico di malattia, supporta la programmazione sanitaria e l'allocazione delle risorse, guida le decisioni sulle strategie preventive e aumenta la consapevolezza del carico di malattia", evidenzia Caterina Rizzo, professoressa ordinaria di Igiene e medicina preventiva dell'Università di Pisa. "Comprendere e comunicare il peso dell'Rsv a tutti gli attori coinvolti è essenziale per rafforzare la prevenzione, ridurre la sottostima e tutelare le fasce più vulnerabili della popolazione". Il virus respiratorio sinciziale colpisce in modo diverso nelle differenti fasce d'età. L'Rsv "è un virus ubiquitario che colpisce praticamente tutti i bambini entro i 2 anni di vita, con possibili reinfezioni nel corso della prima infanzia e financo in età adulta", illustra Paolo Manzoni, professore associato di Pediatria e neonatologia dell'Università di Torino. "Se nei soggetti oltre i 2 anni di età il virus causa spesso sintomi simil-influenzali, colpendo per lo più le vie aeree superiori, al contrario una percentuale importante di pazienti con età meno di 2 anni presenta coinvolgimento delle basse vie aeree che può sfociare, nello specifico, nel quadro clinico classico conosciuto come bronchiolite e nelle sue complicanze sia immediate, sia a lungo termine".

I vaccini disponibili e la loro efficacia

A partire dal 2023 nell'Unione europea sono stati resi disponibili vaccini contro l'Rsv indicati per proteggere sia i neonati fino ai 6 mesi, attraverso la vaccinazione della mamma (le donne in gravidanza possono vaccinarsi dalla 24esima alla 36esima settimana di gestazione), sia adulti e anziani (le società scientifiche raccomandano la vaccinazione per i soggetti a rischio di 60-74 anni e per le persone di età pari o superiore a 75 anni). L'efficacia della prevenzione nelle persone over 60 è stata evidenziata da diversi studi, tra cui una recente esperienza real world pubblicata sul New England Journal of Medicine, che ha valutato un primo impatto del vaccino nel prevenire i ricoveri: il bivalente ha ridotto da 0,66 a 0,11 gli eventi per mille persone/anno, con un'efficacia dell'83,3%. Per le forme più gravi (tratto respiratorio inferiore), l'efficacia è salita al 91,7%, superando ampiamente il criterio di successo prespecificato. "Numerosi Paesi hanno già emanato raccomandazioni per la vaccinazione contro l'Rsv in base all'età o ai fattori di rischio. Anche molte società scientifiche hanno fortemente raccomandato questa vaccinazione", rimarca Sara Boccalini, professoressa associata di Igiene dell'Università degli Studi di Firenze. "In Italia il Board del Calendario vaccinale per la vita raccomanda l'uso del vaccino contro l'Rsv per tutti i soggetti di età superiore-uguale ai 75 anni e per i soggetti affetti da patologie croniche di età uguale o superiore ai 60 anni. Tuttavia al momento la vaccinazione contro l'Rsv non è raccomandata in base all'attuale Pnpv 2023-2025. La speranza è che le istituzioni sanitarie italiane integrino quanto prima l'offerta del vaccino Rsv per la popolazione anziana e a soggetti a rischio per patologie nel calendario delle immunizzazioni offerte attivamente e gratuitamente alla popolazione".

La sfida futura: dati epidemiologici e strategie integrate

La sfida principale resta duplice: da un lato rafforzare la raccolta di dati epidemiologici solidi per comprendere con precisione la diffusione e l'impatto della malattia infettiva da virus respiratorio sinciziale; dall'altro integrare in modo equilibrato le strategie di prevenzione disponibili, tenendo conto di tutte le popolazioni fragili a rischio di complicanze. Oltre ai neonati prematuri e di età inferiore ai 6 mesi, le popolazioni a rischio di sviluppare una patologia respiratoria grave a seguito di Rsv sono le persone over 60 e quelle immunocompromesse o con patologie preesistenti come il diabete, le malattie cardiache e polmonari, nelle quali il virus può scendere alle vie respiratorie inferiori causando principalmente polmonite. Un approccio basato sulle evidenze scientifiche potrà fornire un contributo concreto al dibattito pubblico e istituzionale, sostenendo scelte consapevoli e mirate nella tutela della salute collettiva.

Il 90% dei pazienti oncologici non riceve il vaccino contro l'Herpes Zoster

In una stanza d'ospedale o in un ambulatorio oncologico, il tempo è scandito da controlli, esami, terapie. Spesso manca il tempo – e lo spazio – per la prevenzione. Eppure, è proprio lì, accanto ai pazienti più fragili, che deve esserci un vaccino che può evitare dolore cronico, infezioni invalidanti e ospedalizzazioni inutili.

È da questa consapevolezza che nasce Vax Populi, un progetto nazionale che porta la vaccinazione contro l'Herpes Zoster dentro i percorsi di cura di chi ne ha più bisogno, integrandola nelle routine cliniche e non trattandola come un'opzione accessoria.

Oltre la "sindrome di Calimero"

Il titolo del progetto richiama quella condizione descritta dallo psicanalista Saverio Tomasella: sentirsi sempre penalizzati o dimenticati, come il celebre pulcino nero. È così che molti pazienti fragili percepiscono la prevenzione: qualcosa che non arriva mai a loro, un diritto negato. Con Vax Populi l'obiettivo è ribaltare questa percezione, portando il vaccino direttamente nei luoghi di cura e trasformando un senso di esclusione in un'opportunità concreta di protezione.

Il progetto, di titolarità GSK e realizzato da Nume Plus, coinvolge 10 ospedali italiani da Nord a Sud con servizi di oncologia, reumatologia e immunologia clinica, mappando i percorsi per intercettare migliaia di pazienti eleggibili alla vaccinazione.

L'Herpes Zoster: un nemico subdolo

"L'Herpes Zoster, noto anche come Fuoco di Sant'Antonio, è una malattia frequente causata dalla riattivazione del virus della varicella, contratto in età pediatrica", spiega Ivan Gentile, ordinario di malattie infettive presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. "Quando si riattiva in età adulta provoca dolore intenso e bruciante. Si calcola che almeno un terzo della popolazione lo sviluppi nel corso della vita".

Nel nostro Paese, il 40,5% della popolazione convive con almeno una malattia cronica. Eppure, secondo un sondaggio Ipsos Healthcare, quasi il 50% di chi soffre di cronicità non conosce l'Herpes Zoster o ne ha solo una vaga idea.

Il vaccino: sicuro, efficace e sottoutilizzato

Il vaccino rappresenta uno strumento sicuro ed efficace, con una protezione superiore al 90% che si mantiene per oltre 10 anni. È raccomandato dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 per tutti gli over 50 e per i soggetti fragili dai 18 anni. Per questi ultimi e per gli over 65 è gratuito.

"Dai primi dati raccolti emerge che su 16mila pazienti fragili in transito in strutture di eccellenza, ad oggi solo il 10%-15% viene vaccinato per Herpes Zoster, pur avendone l'indicazione e il diritto", spiega Stefano Remiddi, coordinatore scientifico del progetto.

Dal curare al proteggere: il nuovo modello ospedaliero

"Il valore aggiunto di Vax Populi è l'integrazione: portare la vaccinazione direttamente dentro i percorsi di cura, accanto agli specialisti che già seguono i pazienti", commenta il professor Gentile. "Il paziente non deve cercare il vaccino: è il vaccino a raggiungerlo, nel luogo in cui è già seguito".

Come sottolinea Saverio Cinieri, presidente di Fondazione Aiom: "La vaccinazione, inserita in un percorso strutturato, è uno strumento concreto di prevenzione delle interruzioni terapeutiche e delle complicanze evitabili. La prevenzione significa meno ricoveri, meno antibiotici, meno dolore".

Un murale che non si limita a essere guardato, ma può essere anche toccato. È "Love Your Eyes", l'opera dell'artista statunitense Finley inaugurata questa mattina sulla facciata dell'Istituto Comprensivo di Via S. Pincherle 140, nel quartiere San Paolo di Roma.

Il progetto, promosso da Assottica in occasione della prima Giornata Mondiale delle Lenti a Contatto, celebra arte, salute visiva e inclusione. La vera novità sta nella versione tattile dell'opera, donata alla scuola per permettere agli studenti non vedenti di esplorare l'arte attraverso il tatto.

"L'arte ha il potere di connettere le persone oltre ogni barriera", ha dichiarato Finley durante la cerimonia. "Love Your Eyes è un invito a guardare il mondo con occhi nuovi e a non avere paura di esprimersi".

Vedere bene per vivere meglio

Francesca La Forgia, Vicepresidente di Assottica, ha sottolineato l'importanza della prevenzione: "La sensibilizzazione dei giovani alla cura della vista è un impegno prioritario. Vedere bene significa vivere meglio in ogni contesto, dallo studio allo sport".

All'inaugurazione hanno partecipato studenti, insegnanti e rappresentanti istituzionali, tra cui gli assessori del Municipio Roma VIII Luciano Ummarino (Cultura) e Francesca Vetrugno (Scuola). Presente anche la scrittrice e TEDx speaker Deborah Tramentozzi, che ha coinvolto i ragazzi in un dialogo sull'inclusione: "Questo progetto insegna che ogni sguardo ha valore e che l'arte può essere vissuta con tutti i sensi".

Da Leonardo da Vinci al 2026

La Giornata Mondiale delle Lenti a Contatto, celebrata il 15 aprile, rende omaggio a Leonardo da Vinci che nel 1508 ebbe l'intuizione che aprì la strada al concetto di lenti a contatto. Durante l'evento è stata lanciata la campagna di adesione per l'edizione 2026, a cui gli ottici italiani possono già iscriversi sul sito di Assottica.

La versione tattile del murale è stata realizzata grazie al contributo delle organizzazioni non profit TFOS Tear Film & Ocular Surface Society e Italian & International Patrons of the Arts in the Vatican Museums.

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