Una partita complessa, fatta di mosse, attese e cambi di strategia. È l’immagine scelta dalla campagna “Scacco al Linfoma – Un nuovo ponte tra la ricerca e la cura”, promossa da AbbVie insieme ad AIL (Associazione Italiana contro Leucemie, Linfomi e Mieloma), FIL (Fondazione Italiana Linfomi) e GiFIL (Gruppo Italiano Infermieri Linfomi).

L’iniziativa, presentata in conferenza stampa a Roma il 12 febbraio, nasce con l’obiettivo di raccontare il percorso clinico e umano delle persone con linfoma non Hodgkin, tra fasi di risposta alle terapie, ricadute e nuove opportunità di cura. La metafora degli scacchi rappresenta proprio questa dinamica: ogni scelta terapeutica può modificare l’evoluzione della malattia e aprire prospettive inattese.

Le molte forme del linfoma

I linfomi sono tumori del sistema immunitario che originano dai linfociti e comprendono numerosi sottotipi con caratteristiche molto diverse. I linfomi non Hodgkin, in particolare, rappresentano una quota rilevante dei tumori del sangue e possono essere distinti in forme a crescita lenta e forme aggressive.

Tra i più diffusi il linfoma follicolare, generalmente indolente ma soggetto a ricadute e il linfoma diffuso a grandi cellule B, rapido ma spesso curabile.

Con il susseguirsi delle recidive la gestione diventa più complessa, perché la malattia può sviluppare resistenza ai trattamenti standard.

La svolta dell’immunoterapia

Negli ultimi anni lo scenario terapeutico è cambiato profondamente grazie all’arrivo di nuove immunoterapie. Accanto ai protocolli tradizionali sono oggi disponibili trattamenti cellulari e anticorpi in grado di attivare il sistema immunitario contro le cellule tumorali. Come spiega Enrico Derenzini, professore associato di ematologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore della divisione di oncoematologia e trapianto di cellule staminali dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, «Le nuove immunoterapie hanno rivoluzionato il trattamento del linfoma anche in fase di recidiva o refrattarietà. Possono dare risposte complete in pazienti già molto pretrattati con risultati che si mantengono nel tempo».

Tra le opzioni emergenti si distinguono due approcci diversi con meccanismi d'azione complementari. «La terapia CAR-T consiste nel prelevare i linfociti T del paziente, modificarli geneticamente in laboratorio per renderli capaci di riconoscere e attaccare le cellule tumorali, e poi reinfonderli. Richiede centri accreditati e tempi di preparazione di diverse settimane» spiega l’oncologo. «Gli anticorpi bispecifici invece sono farmaci già pronti all'uso che fungono da “ponte molecolare”: legano contemporaneamente la cellula tumorale e il linfocita T del paziente, attivando così una risposta immunitaria immediata. Sono somministrabili direttamente e consentono di intervenire rapidamente, soprattutto nei linfomi aggressivi».

I dati clinici mostrano quindi non solo un miglior controllo della malattia, ma anche la possibilità concreta di remissioni prolungate e, in alcuni pazienti, di guarigione.

La qualità di vita entra nella terapia

Accanto alle innovazioni cliniche, la partita contro il linfoma passa anche per la qualità della vita, la gestione degli effetti collaterali e l’organizzazione quotidiana delle cure.

Giuseppe Toro, presidente nazionale AIL, sottolinea: «Le prospettive dei pazienti stanno cambiando: oggi è possibile guarire o convivere a lungo con la malattia, ma l’impatto sulla vita quotidiana resta molto forte anche per le famiglie». Per questo, l’associazione affianca i pazienti con servizi di accoglienza, accompagnamento alle terapie e sostegno psicologico, elementi ormai considerati parte integrante del percorso assistenziale.

Una rete attorno al paziente

Nel modello promosso dalla campagna, il trattamento del linfoma coinvolge più figure: specialisti, infermieri e familiari. In quest’ottica, sono stati messi a punto strumenti digitali informativi, video-testimonianze e materiali divulgativi per orientare pazienti e caregiver nelle scelte terapeutiche e nella gestione quotidiana della malattia, con l’obiettivo di trasformare la partita a scacchi in un gioco di squadra.

A cura di Marida Cristofori

Nella lotta al cancro non ci sono solo diagnosi, terapie e farmaci. C'è anche chi ti resta accanto

In Italia si stimano tra i 7-8,5 milioni di caregiver che assistono un proprio caro non autosufficiente o affetto da patologie croniche, maggiormente oncologiche. Oltre il 17% della popolazione, con prevalenza di donne (80%) e un'età media di 45 e 65 anni. Ma non sono solo numeri: sono storie di amore, ma anche di isolamento, fatica, burnout e mancanza di supporto. Per la prima volta, dopo anni di attesa, una legge riconosce formalmente diritti e tutele a queste figure invisibili ma dal ruolo essenziale per la famiglia e lo stesso Sistema Sanitario Nazionale. Questo è il messaggio centrale dell'evento organizzato il 4 febbraio, in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro promossa dalla Union for International Cancer Control che ha riunito 48 associazioni di pazienti oncologici e onco-ematologici.

Il primo passo per i caregiver: il DDL Locatelli

«Per la prima volta nel nostro Paese, il tema del caregiver familiare viene affrontato in modo organico, superando una lunga fase di attesa fatta di annunci e iniziative prive di risposte strutturali», ha dichiarato Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna ODV e coordinatrice del Gruppo "La salute: un bene da promuovere. Un diritto da difendere".

Questo è stato grazie al disegno di legge del Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, approvato in Consiglio dei ministri il 12 gennaio 2026 e ora all'esame parlamentare con procedura d'urgenza. Il testo prevede sostegni economici, tutele lavorative, percorsi di conciliazione tra cura e impiego, inserimento formale del caregiver nel "progetto di vita" del paziente e fondi dedicati in Legge di Bilancio. «Finalmente abbiamo un testo che restituisce dignità e diritti a questa figura», sottolinea la Deputata Vanessa Cattoi, coordinatrice dell'Intergruppo parlamentare "Insieme per un impegno contro il cancro". «Non basta tutelare il paziente: dobbiamo proteggere anche chi lo assiste».

Tra le novità anche misure per i giovani caregiver, con crediti e agevolazioni universitarie per chi concilia studio e assistenza familiare. «Nel DDL Locatelli c'è un articolo dedicato alle tutele per gli studenti che fanno attività di caregiver in ambito familiare, con crediti e agevolazioni in termini universitari. È un passo avanti molto importante che coinvolge i nostri giovani e fa sentire che il loro apporto è fondamentale e viene riconosciuto anche da parte dello Stato» conclude Cattoi.

I racconti dietro i numeri

Durante la giornata è stato proiettato il cortometraggio "La luce nella crepa", presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia (disponibile sul sito di Salute Donna ODV e su YouTube), ispirato alla storia di Annamaria Mancuso, caregiver del fratello Tonino, venuto a mancare di recente.

L'evento ha dato voce a testimonianze dirette di alcuni caregiver presenti – Ilaria, Federica e Francesco. Storie di quotidianità fatta di turni, rinunce, paura, ma anche di dedizione. «Chi accompagna vive intensamente lo stesso percorso che vive il malato di cancro, con la sola differenza che non ha la malattia, ma tutti gli esiti, gli accompagnamenti, le tensioni, le ansie, il dover lasciare il posto di lavoro», ha spiegato Mancuso.

La sfida della prevenzione

Accanto al tema dell'assistenza, resta quello della prevenzione. Il vicepresidente della Camera dei Deputati, Giorgio Mulè, lancia un appello sulla necessità di investire sulla prevenzione: «Viviamo in un'epoca in cui si parla spesso di disuguaglianze. Il cancro è una malattia terribilmente democratica perché colpisce tutti, però non può colpire tutti se si ha la consapevolezza di fare prevenzione. Dobbiamo accompagnare le persone agli screening, riducendo le disuguaglianze territoriali». La diagnosi precoce, ricorda, non salva solo vite ma risorse: meno cronicità significa più fondi per ricerca e innovazione.

Una cura che diventa comunità

«Al cancro si può sopravvivere, anzi si può vivere dopo il cancro. "Sopravvivere" è la parola sbagliata», ha concluso Mancuso. «Le terapie innovative e i percorsi diagnostici terapeutici organizzati hanno fatto passi da gigante, così come la ricerca. Pertanto, c'è una migliore qualità di vita e si combatte meglio questa patologia, quindi oggi parliamo di malati cronici». Il messaggio del World Cancer Day 2026 è chiaro: il cancro non è più solo una questione clinica. Serve un approccio centrato sulla persona, ma anche su chi se ne prende cura, perché nessuno affronta la malattia da solo. E riconoscere il caregiver significa prendersi cura, finalmente, dell'intero percorso di cura.

A cura di Lucrezia Rogai

Per la prima volta dopo quasi quarant'anni, i pazienti italiani con carcinoma uroteliale avanzato possono accedere a un trattamento che non si basa sulla chemioterapia a base di platino. È stata annunciata il 3 febbraio da Astellas Pharma la rimborsabilità dell'associazione tra Enfortumab vedotin e Pembrolizumab, una combinazione che segna un cambio di paradigma nella cura del tumore della vescica in fase avanzata o metastatica.

Il carcinoma uroteliale è il quarto tumore più diffuso in Italia, con oltre 31.000 nuove diagnosi ogni anno e circa 8.300 decessi. Nonostante tassi di sopravvivenza a cinque anni elevati nelle fasi iniziali (80% negli uomini e 78% nelle donne), circa il 12% dei pazienti riceve la diagnosi quando la malattia è già avanzata, una condizione associata a prognosi nettamente peggiori e a opzioni terapeutiche storicamente limitate.

Un bisogno clinico rimasto irrisolto per decenni

Per anni, il trattamento del carcinoma uroteliale avanzato è rimasto sostanzialmente invariato: chemioterapia a base di platino come prima linea, seguita, nei casi selezionati, da immunoterapia. Tuttavia, una quota significativa di pazienti va incontro a progressione di malattia, spesso in tempi brevi. «Con la sola chemioterapia a base di platino, in passato la sopravvivenza mediana si collocava tra gli 8 e i 12 mesi», ricorda Patrizia Giannatempo, dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. «Oggi lo scenario è profondamente cambiato».

Come funziona la nuova combinazione terapeutica

Enfortumab vedotin appartiene alla classe dei coniugati anticorpo-farmaco (ADC): molecole progettate per colpire in modo selettivo le cellule tumorali. L'anticorpo riconosce la Nectina-4, una proteina altamente espressa sulle cellule del carcinoma uroteliale, e trasporta all'interno della cellula un agente citotossico che ne provoca la distruzione. In associazione con pembrolizumab, un'immunoterapia che riattiva il sistema immunitario contro il tumore, l'effetto è sinergico. «Questa opzione terapeutica rappresenta una grande novità perché ha la possibilità di cambiare la storia clinica di questi pazienti», sottolinea Roberto Iacovelli, Professore Associato di Oncologia Medica all'Università Cattolica e al Policlinico Gemelli di Roma. «Le evidenze ci dicono che in circa il 30% dei pazienti si può ottenere una scomparsa completa della malattia».

I risultati dello studio EV-302

I dati dello studio registrativo EV-302 mostrano un beneficio clinico senza precedenti in questo setting. La sopravvivenza globale mediana ha raggiunto i 31,5 mesi, rispetto ai 16,1 mesi osservati con la chemioterapia standard, con una riduzione del rischio di morte del 53%. Anche la sopravvivenza libera da progressione è raddoppiata: 12,5 mesi contro 6,3 mesi. «Oggi circa 30 pazienti su 100 tornano a una vita senza sintomi per periodi molto più lunghi», spiega Giannatempo. «La mediana di durata di risposta è di circa 24 mesi, e oltre il 74% dei pazienti con risposta completa continua a beneficiarne anche a due anni». Alla luce di questi risultati, le linee guida internazionali ESMO ed EAU hanno rapidamente posizionato l'associazione come prima scelta terapeutica.

Un accesso anticipato e un impatto concreto

Già prima della rimborsabilità, i pazienti italiani avevano potuto accedere al trattamento attraverso un programma di uso terapeutico nominale, attivato nel 2025. «Sappiamo quanto sia urgente, per chi affronta una diagnosi avanzata, poter contare su nuove opzioni», afferma Fulvio Berardo, Amministratore Delegato di Astellas Pharma Italia. «Offrire un'opportunità in più può fare una differenza reale per i pazienti e le loro famiglie».

Guardare avanti

L'arrivo di questa combinazione terapeutica segna un passaggio cruciale per il carcinoma uroteliale avanzato, una malattia rimasta a lungo priva di innovazioni significative. «Oggi possiamo parlare di un cambiamento concreto», conclude Berardo. «Non solo in termini di sopravvivenza, ma anche di qualità di vita e di prospettive future».

Osservata risposta biologica sesso-specifica al farmaco più usato nel diabete di tipo 2. La ricerca pubblicata sull'importante rivista scientifica internazionale European Journal of Pharmacology dai ricercatori SIMDO - Società Italiana Metabolismo, Diabete e Obesità.

La Società Italiana Metabolismo, Diabete e Obesità (SIMDO) rende noti i risultati dello studio che evidenzia come la metformina riduca in modo significativo lo stress ossidativo nelle donne con diabete di tipo 2.

Il dato emerge da una ricerca pubblicata sullo European Journal of Pharmacology e rappresenta una delle prime evidenze cliniche di una risposta antiossidante sesso-specifica al farmaco antidiabetico più prescritto al mondo.

LO STUDIO

Lo studio pilota è stato condotto in Sardegna presso l’Unità Operativa di Diabetologia dell’ASL Gallura di Olbia, insieme al laboratorio di sex-Gender Medicine del NIBB, al Dipartimento di Scienze Mediche della Università di Sassari (in collaborazione con le professoresse Campesi Ilaria e Franconi Flavia), al Dipartimento di Medicina Molecolare e di Biotecnologie dell’Università Federico II di Napoli (in collaborazione con la professoressa Margherita Ruppolo) e all’Unità di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari.

Sono stati arruolati 56 pazienti con diabete di tipo 2 (29 uomini e 27 donne), non fumatori, normotesi, normolipidemici, in buon controllo metabolico e privi di complicanze.

I partecipanti sono stati suddivisi in soggetti trattati con metformina e pazienti drug-naïve. Nelle donne trattate con metformina è stata osservata una riduzione del 38,9% della malondialdeide (MDA), principale marcatore di stress ossidativo e perossidazione lipidica. Negli uomini, al contrario non sono emerse riduzioni significative dei livelli di MDA.

Il dato mette in relazione l’effetto antiossidante della metformina con il sesso biologico di appartenenza.

LE BASI BIOLOGICHE DELLA DIFFERENZA

La riduzione dello stress ossidativo osservata nelle donne è accompagnata da una profonda modifica del metabolismo energetico: nelle pazienti donne trattate con metformina è stata registrata la riduzione di 23 acilcarnitine su 39 analizzate, mentre per gli uomini i marker metabolici ridotti sono solo 4.

COSA SONO LE ACILCARNITINE

Le acilcarnitine sono molecole coinvolte nel trasporto degli acidi grassi all’interno dei mitocondri, dove i grassi vengono trasformati in energia.

Nel diabete di tipo 2 questo processo è spesso inefficiente e porta all’accumulo di acilcarnitine nel sangue, condizione associata a disfunzione mitocondriale, infiammazione e aumento dello stress ossidativo.

La loro marcata riduzione nelle donne trattate con metformina indica quindi un potenziale miglioramento dell’efficienza energetica cellulare e una minore produzione di radicali ossidativi.

IL COMMENTO DELLA SIMDO

«Lo stress ossidativo è uno dei principali meccanismi responsabili delle complicanze del diabete», spiega Giancarlo Tonolo, Presidente della Società Italiana Metabolismo, Diabete e Obesità.
«Osservare che la metformina è in grado di ridurlo in modo significativo solo nelle donne rappresenta un risultato di grande rilevanza clinica. Lo studio dimostra che il sesso biologico condiziona profondamente la risposta al trattamento: integrare la medicina di genere nella pratica clinica non è più un’opzione, ma una necessità scientifica e clinica»

LE IMPLICAZIONI CLINICHE E LE APPLICAZIONI FUTURE

Le donne con diabete presentano una mortalità cardiovascolare relativa più elevata rispetto agli uomini, nonostante ricevano terapie simili. L’identificazione di un effetto antiossidante sesso-specifico della metformina assume quindi particolare rilevanza in ottica di prevenzione cardiovascolare, personalizzazione della terapia e riduzione delle disuguaglianze di genere in sanità.

I risultati dello studio indicano che il sesso deve essere considerato come variabile nella valutazione della prescrizione terapeutica per ottimizzare le strategie, per migliorare il compenso metabolico e ridurre le complicanze, nell’ottica di una medicina di precisione. Inoltre, l’utilizzo della metformina in altre condizioni come il cancro, disturbi neurologi e invecchiamento dovrebbe essere analizzate considerando le differenze di genere.

Attualmente, tuttavia, le linee guida non prevedono differenziazioni terapeutiche tra uomini e donne. «Come SIMDO riteniamo prioritario promuovere un approccio terapeutico sempre più personalizzato, capace di migliorare l’efficacia delle cure e ridurre le disuguaglianze di salute», conclude il Presidente.


Dal 1990, SIMDO riunisce diabetologi, endocrinologi, cardiologi, nefrologi, internisti, reumatologi, psicologi, infermieri e nutrizionisti nell'ottica di un coinvolgimento globale di tutte le figure sanitarie impegnate nella cura di diabete, malattie metaboliche e obesità. La Società promuove infatti iniziative mirate alla formazione costante degli specialisti con l’obiettivo di migliorare in ogni suo aspetto il percorso terapeutico dei pazienti.

L’Italia, culla della dieta mediterranea, nasconde una ferita profonda che divora il futuro: la malnutrizione forzata. Non è più solo la fame delle pance vuote, ma il paradosso di un Paese dove una mela costa più di uno snack ultra-processato e il diritto alla salute si ferma davanti allo scontrino. Nella riuscita presentazione tenutasi a Palazzo Ripetta a fine dicembre, il report OIPA ha sollevato il velo su una realtà brutale: il cibo è diventato un lusso escludente, un confine invisibile che separa chi può permettersi la vita da chi è condannato a nutrirsi di calorie vuote. Una frattura politica e sociale che ci interroga sulla nostra stessa dignità come comunità.

La voce degli esperti

L’insicurezza alimentare, intesa come difficoltà di accesso a un’alimentazione sana, adeguata e sostenibile, spiega Francesca Felici, ricercatrice e antropologa dell’OIPA: «riguarda tutte e tutti noi». «In Occidente non si muore di fame, ma tra le forme di povertà alimentare più diffuse c’è l’impossibilità di scegliere cosa mangiare: è una questione di dignità e di salute che in un certo senso tocca tutti».

Un allarme che trova conferma nelle parole di Davide Marino, Direttore scientifico dell’Osservatorio: «Un dato preoccupante, con un impatto considerevole sulle abitudini alimentare e sulla salute delle persone, in particolare dei bambini». Analizzando le conseguenze a lungo termine, Marino sottolinea come «un bambino obeso, è un adulto malato».

Infine, il Vice Direttore Generale della FAO, Maurizio Martina (citato nel volume in assenza di riferimenti a Bernaschi nei materiali), ha dichiarato: «Fanno bene gli autori a mettere in luce alcune connessioni urgenti da capire: come quella tra povertà alimentare e impatti sanitari o il legame stringente tra redditi, diete e disponibilità alimentari».


Il "Food Insecurity Premium": il costo della salute

Il dato più eclatante emerso dal volume "Povertà e insicurezza alimentare in Italia" riguarda il cosiddetto food insecurity premium: scegliere una dieta sana costa fino al 60% in più rispetto a un’alimentazione basata su prodotti ultra-processati. Tra il 2018 e il 2023, il prezzo della dieta raccomandata è salito del 24% a livello nazionale, raggiungendo i 2.130 euro annui pro-capite. Per una famiglia media, questo significa una spesa di circa 4.900 euro all'anno solo per garantire pasti equilibrati, una cifra insostenibile per i 4,9 milioni di italiani che vivono in povertà materiale.

Questa dinamica è alimentata dalla cheapflation: mentre i salari stagnano, i prezzi dei prodotti freschi sono esplosi. Tra il 2021 e il 2025, frutta e verdura hanno registrato rincari del 32,7%, superando di gran lunga l'aumento dei cibi industriali.

Una generazione che "tradisce" la dieta mediterranea

Il risultato di queste barriere economiche è un abbandono di massa del modello alimentare mediterraneo. Oggi, solo il 43% degli italiani lo segue, mentre oltre il 60% della popolazione presenta una dieta non conforme. La frattura è drammaticamente generazionale: tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, solo il 32% sceglie alimenti sani, mentre il 31% dei giovani adulti ha adottato il modello "occidentale", saturo di grassi e zuccheri.

Il paradosso è visibile soprattutto nelle aree più fragili, dove malnutrizione e obesità convivono. In Italia, più di un bambino su cinque convive con l’obesità, una quota che sale a uno su tre nelle zone più povere.

Nuove geografie della fragilità e limiti degli aiuti

L'insicurezza alimentare non è più un problema confinato al solo Mezzogiorno, che pure ha registrato un aumento dei prezzi alimentari del 27% nel 2023. La domanda di aiuto cresce con velocità inedita al Nord: in Trentino-Alto Adige i beneficiari di sostegni sono aumentati dell'89% in tre anni. Nelle grandi metropoli come Roma, sorgono i "deserti alimentari", quartieri dove reperire cibo fresco è fisicamente difficile e le reti di assistenza sono assenti.

Nonostante l’aumento dei beneficiari, il sistema degli aiuti mostra gravi lacune:

  • Esclusione: circa la metà delle persone in povertà assoluta non riceve alcuna assistenza a causa di barriere burocratiche.
  • Qualità nutrizionale: i pacchi alimentari sono spesso sbilanciati, con un eccesso di snack e zuccheri a scapito di frutta e verdura fresche.

In un Paese che ha fatto del cibo il proprio vessillo culturale, questi numeri raccontano una realtà diversa: quella in cui mangiare sano non è più un diritto garantito, ma una variabile dipendente dal reddito, capace di ipotecare la salute delle future generazioni.

A cura di Mario Zimbalo

Foto di Davies Designs Studio su Unsplash

Progetto da 3,8 milioni € valutato positivamente da Regione Lombardia tramite la “Misura Collabora&Innova”. Capofila CGM Telemedicine, in collaborazione con IRCCS Maugeri Lumezzane, Consiglio Nazionale delle Ricerche e altri partner tecnologici specializzati nel settore sanitario

Milano, 2 dicembre 2025 - Regione Lombardia punta sulla telemedicina per rafforzare l’assistenza a domicilio dei pazienti con patologie cardiovascolari: circa 400mila persone che necessitano di monitoraggio e supporto continuativi e di percorsi riabilitativi dedicati, fondamentali per migliorare gli outcome clinici e ridurre il rischio di eventi acuti.

Per rispondere in modo concreto a questo bisogno, nasce PERSonAID (Predictive Evaluation with Remote monitoring and rehabilitation System and Artificial Intelligence Decision-support), un innovativo progetto di telemedicina supportato dall’Intelligenza Artificiale, finanziato con risorse dell’Unione Europea, dello Stato italiano e di Regione Lombardia1.

L’iniziativa vede la collaborazione scientifica dell’IRCCS Maugeri Lumezzane (Brescia) e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), insieme ai partner tecnologici CGM Telemedicine, divisione del Gruppo CompuGroup Medical Italia specializzata nello sviluppo di soluzioni e tecnologie per la telemedicina e capofila del progetto; MedicAir Healthcare, società attiva nel campo dell’assistenza domiciliare; e Metreta, PMI specializzata in IA.

PERSonAID è stato valutato positivamente da Regione Lombardia nell’ambito della “Misura Collabora&Innova”2, ricevendo un contributo a sostegno delle attività di progetto stimate in 3,8 milioni €. Tra i criteri che hanno determinato l’assegnazione del finanziamento: l’impatto economico e di processo per il sistema regionale, la scalabilità della soluzione su un’ampia popolazione e la solidità del partenariato scientifico e tecnologico. Lo stanziamento di risorse conferma la rilevanza del bisogno clinico, in un contesto caratterizzato da un peso crescente delle patologie cardio-respiratorie, e riconosce il valore aggiunto della proposta sviluppata da CGM Telemedicine per i pazienti e per l’intero sistema regionale.

Il progetto prevede lo sviluppo di unprototipo di piattaforma digitale unica e innovativa, con relativa App, in grado di offrire prestazioni di e-health - teleassistenza, telemonitoraggio e teleriabilitazione -con un elevato grado di personalizzazione in ambito cardiologico.

Si tratta di servizi essenziali per favorire l’ottimizzazione dei percorsi clinici e una maggiore aderenza alle cure. Grazie all’integrazione dell’IA, la piattaforma elaborerà modelli predittivi basati sulla fenotipizzazione dei pazienti, cioè sull’analisi dei cambiamenti nei loro parametri biologici, per supportare le decisioni cliniche, valutare l’andamento delle patologie croniche e identificare precocemente eventuali riacutizzazioni.

PERSonAID valorizza in particolare la riabilitazione cardiologica, oggi ancora insufficiente rispetto al numero di pazienti che potrebbero beneficiarne, ma fondamentale per ridurre il rischio di recidive e di nuovi eventi cardiaci, con effetti positivi sulla diminuzione dei ricoveri ospedalieri e sulla qualità di vita dei pazienti.

L’efficacia del prototipo sarà valutata attraverso uno studio clinico pilota condotto dall’IRCCS Maugeri Lumezzane, sotto la supervisione scientifica della dr.ssa Simonetta Scalvini, Responsabile del Servizio di Continuità Assistenziale. Lo studio coinvolgerà sia soggetti sani, sia pazienti fragili con malattie cardiovascolari, per valutarne l’efficacia nella pratica clinica quotidiana, oltre a misurare il livello di accettazione da parte di pazienti e professionisti. Sarà inoltre valutata l’efficacia degli algoritmi di IA generati nell’ambito del progetto, in termini di corrette fenotipizzazione e rimodulazione del training riabilitativo sulla base delle condizioni cliniche del paziente.

“Abbiamo assoluta necessità di sviluppare e verificare nuovi modelli e nuovi setting riabilitativi più vicini alla realtà dei pazienti con eventi cardiovascolari e che ci permettano di seguirli a medio-lungo termine - dichiara Simonetta Scalvini, Responsabile del Servizio di Continuità Assistenziale dell’IRCCS Maugeri Lumezzane -.Già in passato abbiamo dimostrato su tutti i pazienti dimessi da un ospedale per acuti in Regione Lombardia una netta riduzione della mortalità e delle re-ospedalizzazioni per i pazienti che avevano seguito un percorso di riabilitazione cardiologica rispetto a quelli inviati a domicilio; contemporaneamente abbiamo bisogno di piattaforme in grado di permetterci sia la ricezione dei segnali biologici che di dati inerenti all’attività fisica, ma anche di contenitori di esercizi fisici e di modelli di training che aiutino i pazienti al proprio domicilio. A questo punto la presenza di algoritmi che siano in grado di valutare quando il paziente deve modificare il suo training per migliorare le sue prestazioni costituirebbe una innovazione importantissima”.

La piattaforma è pensata per essere collegabile all’infrastruttura regionale di telemedicina, integrandosi con il modello di sanità territoriale implementato da Regione Lombardia con l’obiettivo di ampliare l’accesso all’assistenza di prossimità, a beneficio dei pazienti e della sostenibilità del Sistema Sanitario Regionale (SSR).

“Siamo orgogliosi di partecipare a un progetto così innovativo, sviluppato insieme a partner scientifici e tecnologici di eccellenza e valutato in maniera decisamente positiva da Regione Lombardia, segno che sono stati colti appieno i benefici che PERSonAID apporterà ad una ampia popolazione e al Servizio Sanitario Regionale. Il Progetto PERSonAID permette di trasformare la presa in carico dei pazienti cronici grazie al supporto di applicazioni avanzate di medicina digitale rispondendo a un’esigenza concreta: garantire continuità assistenziale e accessibilità ai percorsi riabilitativi, riducendo il rischio di disorientamento dei pazienti al momento della dimissione dall’ospedale”, affermaAlberto Pravettoni, General Manager di CGM Telemedicine. “Grazie alle tecnologie sviluppate e sperimentate verrà data una ulteriore spinta al costante percorso di evoluzione delle tecnologie e soluzioni di CGM Telemedicine, permettendo a clienti, operatori sanitari e pazienti di beneficiare delle ricadute positive frutto delle attività di Ricerca & Sviluppo”.

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1 PERSonAID è un progetto realizzato con il concorso di risorse dell’Unione Europea, dello Stato italiano e di Regione Lombardia, in applicazione del Regolamento (UE) n. 2021/1060 e s.m.i. articoli 46, 47, 50 e Allegato IX. 

2 Misura Collabora&Innova è il bando di Regione Lombardia volto a promuovere progetti complessi di Ricerca industriale e Sviluppo sperimentale realizzati con la collaborazione tra PMI, Grandi imprese ed Organismi di Ricerca, per favorire grandi investimenti strategici per lo sviluppo di innovazioni di prodotto o di processo.

Un rapporto di 264 pagine pieno di dati e statistiche è quanto ci consegna anche quest'anno la Fondazione Gimbe. È salutato come una sorta di testo verità sullo stato del servizio sanitario nel nostro Paese ma, ad un'attenta analisi, emergono non poche perplessità per un palese pregiudizio “anti-privato”.

Quest'anno più di prima il rapporto appare privo di un metodo rigoroso e chiaro nella classificazione dei dati, errato finanche nelle operazioni matematiche, zeppo di luoghi comuni di stampo populista e demagogico ma, soprattutto, carente di analisi sistematica e fuorviante sulle cause dei problemi e sui rimedi possibili.

Ma andiamo con ordine. Dalla sintesi pubblicata ieri sul Sole 24 Ore emerge che un euro su quattro di spesa sanitaria sarebbe "sborsato dalle famiglie".

E questo 25% sarebbe così composto: "I 43 miliardi di spesa sanitaria privata vanno per 12,1 miliardi alle farmacie, per 10,6 miliardi a professionisti – di cui 5,8 miliardi odontoiatri e 2,6 miliardi ai medici – per 7,6 miliardi al privato accreditato con il SSN, per 7,2 miliardi al privato "puro" e per 2,2 miliardi al Servizio sanitario nazionale come retribuzione della libera professione".

L'operazione è errata matematicamente, segno che i numeri sono dati a caso (la somma fa 48,1, non 43) ma il punto intellettualmente obliquo è l'affermazione secondo la quale: "Questi numeri – osserva Cartabellotta – dicono che la privatizzazione della spesa sta determinando una progressiva uscita dei cittadini dal perimetro delle tutele pubbliche, con l'acquisto sul mercato delle prestazioni necessarie".

Suggestione che non può non cogliere nel segno e suscitare mormorii di indignazione e riprovazione verso il concetto di privato.

Tuttavia, a voler essere seri – o forse semplicemente conoscitori del sistema che si pretende di analizzare – si dovrebbe osservare come la spesa per il privato accreditato (indicata in 7,6 miliardi, ove fosse veritiero il dato) non fa parte di quel 25% che uscirebbe dalle tasche dei cittadini per il semplicissimo motivo che è servizio pubblico, che i cittadini non pagano niente quando chiedono cure all'ospedale privato accreditato e quindi, con buona pace di Gimbe, stanno dentro al "perimetro delle tutele pubbliche", non sono affatto "acquistate sul mercato delle prestazioni sanitarie".

Questo dovrebbero saperlo tutti gli osservatori, cioè che il sistema è questo e che il privato accreditato è servizio pubblico puro. Inserire una suggestione del genere in un rapporto presentato con cura di scientifica verità nell'aula del Senato è operazione non corretta e oggettivamente contraria all'obiettivo di contribuire a conoscere il grado di efficienza del sistema sanitario, ed a migliorarne le performance.

E questa convinzione è rafforzata da altri passaggi. A esempio questo: "L'altra faccia della medaglia nell'analisi della spesa sanitaria a carico dei cittadini è la "privatizzazione della produzione"; principalmente interessa da un lato le strutture private convenzionate che forniscono servizi e prestazioni per conto del SSN e vengono rimborsate con risorse pubbliche".

Affermazione formalmente corretta, la produzione delle strutture private convenzionate è effettivamente rimborsata con risorse pubbliche, ma inserire questa ovvietà nel contesto di una denuncia di privatizzazione di un servizio pubblico senza spiegare che tutto ciò significa che il cittadino non paga niente, che il rimborso è costituito da tariffe fissate dallo Stato ed è effettuato dopo verifiche e controlli su appropriatezza e qualità e infine che se gli stessi "servizi e prestazioni" fossero erogati dalle strutture pubbliche costerebbero all'erario più del doppio, è operazione intellettualmente fuorviante.

Ancora Gimbe: "il netto divario tra spesa delle famiglie verso il privato "puro" e verso il privato convenzionato si è praticamente azzerato passando da 2,2 miliardi nel 2016 a soli 390 milioni nel 2023". "Tra i fenomeni di privatizzazione – commenta Cartabellotta – la dinamica più preoccupante è dunque la velocità di crescita del privato "puro". Infatti, mentre il dibattito pubblico continua ad avvitarsi sul ruolo del privato convenzionato, la cui incidenza sulla spesa sanitaria si è addirittura ridotta, i dati documentano la crescita esponenziale della spesa out of pocket verso il privato-privato". Anche qui leggendo la premessa di questa argomentazione si stenta a credere alla sincera conoscenza del funzionamento del sistema.

Non v'è alcuna spesa possibile "delle famiglie per il privato accreditato", per il semplicissimo motivo che "accreditato" vuol dire pubblico. Ed il servizio pubblico NON è a carico delle famiglie.

Come si può consentire uno strafalcione del genere ad un ente così noto e relatore in un'aula del Senato della Repubblica?

Ma non è solo sulla sciatteria delle analisi che lo studio di Gimbe desta sorpresa. Anche sulla povertà delle idee sulle risposte possibili non si scorge alcuna volontà (o capacità) di approfondimento: "I dati documentano la crescita esponenziale della spesa out-of-pocket verso il privato-privato. Non trovando risposte tempestive nel pubblico né nel privato accreditato, chi può pagare cerca altrove ed esce definitivamente dal perimetro delle tutele pubbliche. Questo circuito, insieme all'intramoenia, rappresenta l'unica scappatoia per il cittadino intrappolato nelle liste di attesa".

Non è vero, il rimedio ci sarebbe: ed è l'applicazione della legge, cioè del d.lgs. 502/92 che prescrive che nei contratti con gli erogatori privati devono essere inseriti i criteri per la remunerazione con riduzioni progressive e proporzionate delle prestazioni rese oltre i tetti di spesa contrattualizzati. Previsione lungimirante per assicurare:

  1. la continuità del servizio (che non si blocca al raggiungimento del tetto)
  2. la libera scelta del cittadino (che può chiedere cura e assistenza dove e a chi sceglie lui)
  3. la libera impresa (che non è costretta a sospendere il servizio continuando a sostenere i costi fissi)
  4. l'abbattimento della lista d'attesa (il cittadino che trova risposta anche oltre il tetto di spesa non allunga la lista d'attesa)
  5. il contenimento dell'emigrazione sanitaria (il cittadino che trova risposta anche oltre il tetto di spesa non va a curarsi fuori regione)
  6. la diminuzione della spesa out of pocket (il cittadino che trova risposta anche oltre il tetto di spesa non la chiede alla struttura ove si paga)
  7. la diminuzione della spesa pubblica ed il rispetto della programmazione economica (le prestazioni che se rese altrove sarebbero pagate a prezzo pieno, in questo modo, sono remunerate con tariffe ridotte progressivamente all'interno di un fondo opportunamente accantonato)

Ora, pur avendo di fronte tutte queste opzioni ed altre, idonee a fornire ai lettori ed ai decisori politici indicazioni utili per cambiare le cose, tuttavia Gimbe non offre ai rapiti ascoltatori del suo verbo nient'altro che la banale, semplicistica, rassegnata richiesta di aumento indiscriminato del finanziamento statale.

Chiudiamo quindi con la proposta di Cartabellotta: "In questo scenario – commenta Cartabellotta – caratterizzato dal progressivo arretramento della sanità pubblica e al contempo da una sregolata espansione di innumerevoli soggetti privati che perseguono anche obiettivi di profitto, parlare di "integrazione pubblico-privato" diventa anacronistico e oltraggioso nei confronti dell'art. 32 della Costituzione e dei principi fondanti del Servizio sanitario nazionale. Dalla Fondazione Gimbe ribadiscono che è ancora possibile invertire la rotta. Come? Con un consistente e stabile rilancio del finanziamento pubblico, un "paniere" di Livelli essenziali di assistenza compatibile con l'entità delle risorse assegnate, un "secondo pilastro" che sia realmente integrativo rispetto al SSN ed eviti di dirottare fondi pubblici verso profitti privati e alimentare derive consumistiche, un rapporto pubblico-privato governato da regole pubbliche chiare sotto il segno di una reale integrazione e non della sterile competizione".

Ora, che l'aumento dei fondi destinati alla tutela della salute degli italiani sia necessario e sia una priorità, lo diciamo con convinzione ma con più autorevolezza lo ha ribadito anche la Corte Costituzionale con la nota sentenza 195/2024.

Tuttavia, un operatore "influencer" dovrebbe – deve – anche sfuggire a scorciatoie demagogiche ed indicare percorsi concreti per l'utilizzo dei fondi.

Invece da questo zibaldone di populismi ricaviamo solo che Gimbe ritiene che i soggetti privati che perseguono "anche obiettivi di profitto" dovrebbero essere espulsi dalle dinamiche di integrazione pubblico-privato, perché "oltraggiosi" nei confronti dell'art. 32 della Costituzione. Qui è bene ribadire che l'art. 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell'individuo. Non si capisce perché Gimbe colleghi questa tutela al divieto di profitto di aziende che contribuiscono alla realizzazione della tutela medesima. Come dire che chi scrive libri e li vende traendone profitto o chi produce e vende impianti a basse emissioni inquinanti o chi restaura opere d'arte, ricavandone un compenso oltraggia l'art. 9 della Costituzione.

Roba che sembra ricavata dalla più retrograda provincia culturale della Russia staliniana ma che suonerebbe meglio in una Repubblica delle banane dove il profitto (non l'imbroglio, la truffa, la speculazione, no; solo il profitto in quanto tale) viene ritenuto un demone da estirpare.

Con la conclusione che l'unico rimedio, invece di una politica seria, rigorosa, fatta di programmazione scevra da pregiudizio, rispettosa di valori e diritti, sarebbe quello di un bel po' di soldi in più, così, a casaccio, senza la minima indicazione di quanto, come e dove indirizzarli e come impiegarli purché tutto sia finalizzato a non "dirottare fondi pubblici" verso "profitti privati" (vade retro Satana) e si cancelli per sempre, perché "sterile" il principio fondante di ogni società liberale e socialista: la competizione, ovvero quella dinamica applicabile a tutti i settori dell'attività umana che suscita sempre, se ben regolata dalla politica e onestamente praticata, l'incremento della qualità e la diminuzione dei costi. Una regola naturale ferrea che non abbiamo trovato in nessuna delle 264 pagine perché forse stava in qualche slide che deve evidentemente essere sfuggita nella presentazione del rapporto, per un guasto del sistema.


Un contributo a cura dell'avvocato Enzo Paolini, Vicepresidente ACOP

https://acopnazionale.it/

Foto di Y M su Unsplash


Istituzioni, clinici e associazioni pazienti riuniti al Ministero della Salute per fare chiarezza su un approccio terapeutico che potrebbe rivoluzionare la cura delle malattie rare.

La medicina di precisione rappresenta un punto di svolta tecnologico e scientifico e, anche grazie al contributo di strumenti AI, sta rivoluzionando il modo di affrontare non solo i tumori, ma anche le malattie rare. Un approccio che individua meccanismi biologici o molecolari alterati per sviluppare farmaci mirati per quelle specifiche alterazioni.

Se ne è discusso al convegno "Medicina di precisione – Il futuro della cura tra innovazione, equità e sostenibilità", organizzato da Blueprint Medicines, Sanofi company, e HPS presso il Ministero della Salute. Un'occasione di confronto tra rappresentanti delle principali istituzioni sanitarie e regolatorie nazionali, clinici, associazioni pazienti, farmacisti ospedalieri e medici di medicina generale.

Cosa significa davvero "medicina di precisione" La medicina di precisione è un concetto che va oltre il DNA: «La presa in carico del paziente non è solo il suo genoma, ma si gioca tra biologia, stili di vita e fattori ambientali. In alcuni casi questo approccio ha dimostrato indubbi benefici; in altri, le evidenze sono ancora in fase di valutazione, ma le premesse sono molto buone», spiega Mauro Biffoni, Direttore del Dipartimento di Oncologia e Medicina Molecolare dell'Istituto Superiore di Sanità.

L'idea di una terapia mirata non è del tutto nuova: già dagli anni '90 farmaci come Trastuzumab per tumori HER2+ e Imatinib per la leucemia mieloide cronica hanno cambiato la storia della malattia. Allo stesso modo, gli oligonucleotidi antisenso e tecnologie come CRISPR-Cas9 hanno ampliato ulteriormente il pensiero terapeutico.

Medicina di precisione e medicina personalizzata: non sono la stessa cosa Uno degli aspetti chiariti al convegno è la distinzione tra medicina di precisione e medicina personalizzata, termini spesso usati come sinonimi ma che in realtà hanno significati diversi. «La medicina personalizzata è quella che noi medici facciamo tutti i giorni: consideriamo età, comorbidità, politerapie, massa grassa e massa magra» sottolinea Andrea Botticelli, ricercatore oncologo presso il Policlinico Umberto I e docente di Oncologia presso la Sapienza Università di Roma. «La medicina di precisione entra nel merito delle alterazioni molecolari: significa dare un farmaco target per quella alterazione in grado di modulare l'efficacia del farmaco. Le due cose procedono insieme, però non sono la stessa cosa».

La mastocitosi sistemica indolente: un modello che mostra cosa cambia davvero Oltre i tumori, sempre più malattie rare possono beneficiare della medicina di precisione, un esempio è la Mastocitosi sistemica indolente.

«È una malattia rara in cui l'applicazione degli approcci di precisione ha cambiato proprio l'evoluzione della malattia», interviene Massimo Triggiani, Chair of the European Competence Network on Mastocytosis e Professore Ordinario di Medicina Interna all'Università degli Studi di Salerno. «È causata da una mutazione nei mastociti, cellule dell'immunità presenti in tutti gli organi e tessuti, che tendono ad accumularsi e iperattivarsi, provocando sintomi "allergici", anche gravi come la reazione anafilattica».

Per anni, i pazienti si sono affidati a dosi elevate di antistaminici e cortisonici. Oggi, grazie a farmaci mirati, non si cura più solo il sintomo, ma direttamente la sua causa: «Avere farmaci che agiscono precisamente sul gene alterato significa miglior controllo clinico, minori effetti collaterali e riduzione dell'uso di cortisonici», sottolinea Triggiani.

Il ruolo chiave di farmacologi e farmacisti «La medicina di precisione nasce con l'intenzione di aumentare l'efficacia dei farmaci e diminuire le tossicità e le reazioni avverse», spiega Marzia Del Re, professore associato al Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences di Roma e membro della SIF - Società Italiana di Farmacologia.

«Parliamo di farmacogenetica come argomento che fa parte della medicina di precisione per capire quando il metabolismo dei farmaci può essere ridotto, quindi si può avere una reazione avversa importante, oppure quando c'è un target alterato e quindi si può avere una terapia target che possa aumentare l'efficacia in quella specifica patologia» conclude Del Re.

Anche la SIFO - Società Italiana di Farmacia Ospedaliera ha voluto dare il proprio contributo. «In questo ultimo quadriennio, la SIFO ha inserito tra i punti programmatici proprio la medicina di precisione», aggiunge Raffaella La Russa, coordinatore nazionale area scientifico-culturale medicina di precisione della SIFO. «Abbiamo avviato e attivato l'area scientifico-culturale che ha l'obiettivo di far crescere all'interno della società scientifica questa nuova disciplina».

Tra sostenibilità e accesso Le potenzialità dell'approccio sono enormi, ma non senza alcune criticità. Dal punto di vista scientifico, come evidenzia Biffoni, «la mancanza di dati solidi dovuta a insufficiente numerosità dei pazienti arruolati negli studi clinici» rappresenta un limite importante. Dal punto di vista economico, invece, «il costo elevato delle terapie di precisione richiede un impegno importante del Servizio Sanitario Nazionale». Come emerso durante il convegno, per garantire equità e sostenibilità sono fondamentali strumenti digitali, dati molecolari e collaborazione tra clinici e istituzioni.

Verso un futuro preciso e personalizzato L'evento ha rappresentato un momento importante di confronto e chiarezza sui tanti aspetti della medicina di precisione, nel rispetto della responsabilità scientifica e della trasparenza verso i pazienti. Queste innovazioni terapeutiche possono migliorare la qualità di vita dei pazienti, rendendoli di nuovo padroni della propria esistenza.

A cura di Lucrezia Rogai

L'Osservatorio Chiede una Regia Nazionale Stabile

Nel documento a cura di Cittadinanzattiva la sintesi delle attività di analisi e le proposte per intervenire sulle criticità in cinque aree chiave per l’accesso alla prevenzione.

La nota più positiva riguarda la gestione della prevenzione nella prima infanzia tramite l'anticorpo monoclonale: l'Osservatorio ha rilevato un successo significativo con coperture che superano l'80% e un modello organizzativo che prevede la somministrazione nei punti nascita per i nati "in stagione" (tra ottobre 2025 e marzo 2026) e l'attivazione di centri vaccinali o dei pediatri di libera scelta per la coorte di recupero (i nati fuori dalla stagione di massima circolazione del VRS, tra aprile 2025 e settembre 2025). Per la stagione 2025-2026, si è registrata una partenza sincronizzata in tutte le Regioni, per questo target. Nonostante questi dati positivi, l'analisi ha fatto emergere cinque criticità strutturali che compromettono l'equità e la stabilità del sistema: governance nazionale insufficiente, disomogeneità territoriale, comunicazione pubblica carente, non adeguato finanziamento sulla prevenzione, lentezza nell’accesso all’innovazione.

Sono queste alcune delle informazioni che emergono oggi dalla presentazione del documento finale del progetto “Osservatorio VRS: accesso equo alla prevenzione”, che offre un'analisi dettagliata degli elementi positivi e delle criticità relative all'introduzione dei nuovi strumenti di immunizzazione in Italia - il vaccino per le donne in gravidanza, l’anticorpo monoclonale per i neonati e i vaccini per adulti fragili e anziani - con proposte concrete relative ad ogni area di interesse. Il report, frutto di un anno di attività, e il lavoro dell’Osservatorio, sono promossi da Cittadinanzattiva.

“Il nostro Osservatorio mostra chiaramente che l'Italia ha tutti gli strumenti per contrastare efficacemente il Virus Respiratorio Sinciziale (VRS), ma manca ancora una visione programmatica unitaria” – dichiara Valeria Fava – Coordinatrice nazionale delle politiche per la salute di Cittadinanzattiva. “L’immunizzazione dei neonati con anticorpo monoclonale è ormai un modello che funziona; per la vaccinazione materna sembrerebbero esserci passi in avanti; mentre per gli adulti fragili e anziani non è stata definita alcuna programmazione nazionale strutturata, con la sola Sicilia ad aver formalizzato l'offerta, nonostante l’elevato impatto documentato in termini di ricoveri e decessi legati all’VRS negli over 60 e nei soggetti fragili. È urgente che le Istituzioni ricostruiscano al più presto una regia nazionale stabile, definiscano un quadro unico per il VRS che includa tutte le strategie nei vari target nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) aggiornando il Calendario vaccinale e assicurino finanziamenti adeguati. La prevenzione non è una spesa, ma un investimento strategico che produce un risparmio esponenziale per il Servizio Sanitario Nazionale."

Le criticità rilevate dall’Osservatorio hanno conseguenze in vari ambiti. Già in tema di vaccinazione materna, si può parlare di un'opportunità mancata per l'assenza, almeno fino ad oggi, di un indirizzo e di risorse nazionali dedicate, tanto che nella stagione 2025-2026 è stata inclusa nell'offerta solo da Sicilia, Marche e Basilicata. Il target degli adulti fragili e anziani rimane del tutto scoperto: nonostante vi siano raccomandazioni da parte del Calendario per la vita e delle società scientifiche; nonostante l’impatto del VRS sugli anziani e sui soggetti fragili sia davvero elevato; nonostante i principali Paesi europei abbiano già introdotto la vaccinazione anti-RSV negli adulti vulnerabili, in Italia, non è stata definita alcuna programmazione nazionale strutturata, con la sola Sicilia ad aver formalizzato l'offerta.

La bozza di Intesa di novembre 2025 poi, si limita a proporre uno studio pilota nazionale, che però rischia di rallentare enormemente le decisioni. Altro nodo cruciale, la sostenibilità economica: il finanziamento nazionale previsto di 50 milioni di euro è ritenuto anch’esso insufficiente, soprattutto includendo la vaccinazione in gravidanza. Inoltre, il finanziamento è sempre stato tardivo (metà ottobre 2024 per la stagione precedente e novembre 2025, ancora in bozza, per l'attuale) e la ripartizione tra le Regioni incompleta. Infine, anche nel modello positivo per la prima infanzia, la bozza di Intesa di novembre 2025 presenta un'incongruenza, restringendo inspiegabilmente la coorte di recupero ai soli nati nei 100 giorni precedenti. Considerazioni queste, del tutto in linea con quelle evidenziate dalle Regioni nel documento, reso noto ieri, del Coordinamento Interregionale Prevenzione.

A livello generale, infine, la prima stagione (2024-2025) è stata segnata da una regia nazionale assente e da forti disuguaglianze, mentre la stagione 2025-2026 è frammentata o carente per i target diversi dai neonati, situazione aggravata da un clima di stallo (proposta di proroga "isorisorse" del PNPV e scioglimento del NITAG, Gruppo Tecnico Consultivo Nazionale sulle Vaccinazioni).

Il documento finale dell'Osservatorio VRS di Cittadinanzattiva propone anche una serie di raccomandazioni operative raggruppate in cinque aree chiave per assicurare un accesso equo, stabile e sostenibile alla prevenzione contro il Virus Respiratorio Sinciziale (VRS) e rafforzare le politiche di prevenzione nazionale. Sul fronte della governance e coordinamento nazionale, si raccomanda l'immediata re-istituzione del NITAG (o organismo equivalente) per fornire raccomandazioni vincolanti, l'aggiornamento rapido del Calendario Nazionale e del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) e, infine, la garanzia di tempestività e omogeneità nei provvedimenti a tutti i livelli (risorse, target, accordi professionali, modelli organizzativi). Per superare le disomogeneità e garantire equità di accesso, si chiede di includere gli strumenti di immunizzazione efficaci nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), di prevedere un eventuale sistema di solidarietà interregionale per il supporto economico e la ridistribuzione delle dosi e di standardizzare i modelli organizzativi regionali tramite accordi quadro nazionali con i professionisti sanitari di prossimità. Riguardo alla comunicazione e fiducia pubblica, è fondamentale creare un piano nazionale integrato sulla prevenzione respiratoria (per VRS, influenza, pneumococco, Covid-19) specie per adulti fragili e anziani con messaggi univoci, formare attivamente i professionisti sanitari come veicoli primari di informazione e collaborare con associazioni di pazienti e organizzazioni civiche. Per la valutazione e sostenibilità economica, le proposte mirano ad aumentare progressivamente e vincolare la quota del Fondo Sanitario Nazionale destinata alla prevenzione, rendere tempestiva la ripartizione dei fondi stanziati, e rendere pubblici i dati di impatto economico e sanitario documentando risparmi e benefici delle campagne vaccinali. Infine, in una prospettiva di innovazione e prospettiva a lungo termine, l'Osservatorio raccomanda di dotarsi di un modello di governance proattivo, capace di pianificare e integrare tempestivamente le innovazioni nel sistema sanitario.

Tutte le informazioni su “Osservatorio VRS: accesso equo alla prevenzione” sono disponibili sul sito web di Cittadinanzattiva

“Osservatorio VRS: accesso equo alla prevenzione” è un progetto indipendente di Cittadinanzattiva realizzato con il contributo non condizionante di GSK, Pfizer e Sanofi.

In Italia 24 milioni di persone convivono con almeno una malattia cronica. Di queste, 11,6 milioni hanno una condizione cardio-renale-metabolica e 4 milioni hanno già sviluppato una forma di danno renale cronico. Solo quest'ultima assorbe 2,5 miliardi di euro l'anno, pari al 2% dell'intero bilancio del Servizio Sanitario Nazionale. Numeri che pesano non solo sui conti pubblici, ma soprattutto sulla vita quotidiana di milioni di cittadini.

Con questa consapevolezza, nell'ambito dell'iniziativa “Principi Attivi. Cuore, reni e metabolismo, tra musica, cinema e connessioni” promossa da Boehringer Ingelheim, dieci tra le principali associazioni di pazienti e società scientifiche hanno siglato alla Terrazza Caffarelli di Roma il “Patto per la Prevenzione”, impegnandosi a diffondere il messaggio dell'importanza di una diagnosi precoce.

In concomitanza, la presentazione in anteprima di "Compagni per la vita", cortometraggio scritto e diretto da Alessandro Guida, pensato per accendere i riflettori su patologie spesso silenziose, attraverso il linguaggio del cinema e della musica

Il Patto per la Prevenzione: un'alleanza per cambiare paradigma

Il “Patto per la Prevenzione” sottoscritto da Associazione Medici Diabetologi, Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie, Fondazione Italiana del Rene, Diabete Italia, e altre realtà del settore vuole rappresentare un cambio di paradigma nella lotta alle malattie cardio-renali-metaboliche. Come sottolineato da Nedim Pipic, presidente e amministratore delegato del Gruppo Boehringer Italia, l'iniziativa nasce dalla volontà di «entrare nelle case degli italiani non con la paura, ma con la consapevolezza che ogni diagnosi tardiva, ogni occasione persa, è una vita che avrebbe potuto cambiare direzione».

«Le malattie renali purtroppo sono asintomatiche: si individuano solo tramite semplici esami ma possono progredire silenziosamente verso l'insufficienza renale totale, quando basterebbero controlli di routine per individuarle precocemente», spiega il professor Massimo Morosetti, nefrologo e presidente della Fondazione Italiana del Rene, sottolineando l’importanza della prevenzione in ambito nefrologico, e aggiunge: «Siglare un patto per la prevenzione è fondamentale per diffondere, tra i medici di medicina generale, tra gli specialisti e sul territorio, l’idea che la prevenzione è un atteggiamento attivo».

La voce delle istituzioni

Presenti all’evento anche Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati, e Massimo Garavaglia, presidente della Commissione Finanze del Senato. E mentre Mulè ha sottolineato che «la chiave è quella della prevenzione, dell'attenzione continua e consapevole a 'guardarsi intorno' attraverso esami semplici ma fondamentali», Garavaglia, ha posto una questione scomoda: «Dobbiamo domandarci come mai a parità di risorse - il fondo sanitario è sostanzialmente distribuito pro capite - abbiamo enormi disparità sul territorio. Come mai in alcune aree del Paese il sistema sanitario funziona e in altre no?».

Una domanda che sposta l'attenzione dall'ammontare degli investimenti all'efficacia nell'utilizzo delle risorse, richiamando la necessità di modelli organizzativi più efficienti e capillari.

Le associazioni come sentinelle sul territorio

A tal proposito, Marco Sonnini, membro del consiglio direttivo di Diabete Italia e presidente della Federazione Toscana Diabete ha evidenziato il ruolo cruciale delle associazioni di pazienti nell'attuazione del Patto: «Le associazioni sul territorio possono far comprendere l'importanza di fare prevenzione, grazie al contatto diretto con i cittadini».

Un network diffuso che, attraverso la diffusione del cortometraggio e iniziative di sensibilizzazione, può raggiungere anche le fasce di popolazione più difficili da intercettare attraverso i canali sanitari tradizionali.

Cinema, musica e metafora: quando l'arte incontra la salute

Per medici e associazioni, il cortometraggio “Compagni per la vita” diventa così strumento divulgativo e di sensibilizzazione. Come spiega il regista Alessandro Guida: «Abbiamo raccontato le patologie cardio-renali-metaboliche attraverso il parallelismo con la storia di una classe dove ogni compagno rappresenta un organo diverso e il protagonista è il paziente che ha smesso di frequentare e ascoltare i propri compagni di classe, un po' come ha fatto con il suo corpo».

La trama segue Dario, paziente diabetico che tende a rimandare i controlli periodici e che si ritrova, suo malgrado, ad organizzare una rimpatriata con gli ex compagni di scuola dopo 35 anni. Attraverso questo incontro, Dario comprende che «come le persone con cui siamo cresciuti, anche gli organi sono compagni per la vita, con cui si è sempre connessi e che vanno curati e ascoltati».

Una nuova pagina per la prevenzione

Dietro i 24 milioni di malati cronici, gli 11,6 milioni con condizioni cardio-renali-metaboliche e i 4 milioni con danno renale cronico ci sono storie individuali, percorsi di vita che diagnosi tempestive potrebbero cambiare. In questo senso il “Patto per la Prevenzione"” siglato alla Terrazza Caffarelli rappresenta un impegno concreto e misurabile: trasformare la consapevolezza in azione, portando il messaggio della prevenzione cardio-renale-metabolica nelle case, negli ambulatori, nei congressi e sui social per far sì che salute e consapevolezza diventino davvero compagni per la vita di tutti.

A cura di Micol Weisz

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