In questi anni i farmaci equivalenti hanno favorito l’accesso alle cure, la tenuta della spesa sanitaria e la valorizzazione della filiera produttiva italiana ed europea.
“Il farmaco equivalente non rappresenta soltanto un’opzione sostenibile, ma un’opportunità di garantire a più cittadini l’accesso a farmaci di qualità, sicuri ed efficaci, liberando così risorse per l’innovazione e per la presa in carico dei nuovi bisogni di salute” sottolinea Riccardo Zagaria, CEO DOC Pharma.

Rendere le cure più accessibili, contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale e valorizzare una filiera farmaceutica di qualità, fortemente radicata in Italia e in Europa. Sono questi i temi al centro dell’evento istituzionale con cui DOC Pharma ha celebrato a Roma i 30 anni dalla fondazione, ripercorrendo una storia nata insieme allo sviluppo del farmaco equivalente in Italia e guardando alle sfide future del sistema salute.
Nata nel 1996, negli stessi anni in cui il farmaco equivalente muoveva i primi passi nel nostro Paese, prima DOC Pharma ha accompagnato l’evoluzione di un mercato che ha progressivamente assunto un ruolo centrale per il Servizio Sanitario Nazionale.
In trent’anni, il farmaco equivalente è diventato una leva concreta di accessibilità e sostenibilità: consente di offrire ai cittadini medicinali di qualità, sicurezza ed efficacia equivalenti a quelli di riferimento, contribuendo al contenimento della spesa e alla possibilità di liberare risorse da destinare all’innovazione, all’assistenza e alla presa in carico dei bisogni di salute.
Il tema dell’accesso ai farmaci assume oggi un valore ancora più rilevante in uno scenario segnato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle cronicità e dalla necessità di garantire continuità terapeutica in un contesto di risorse finite.
In questo quadro, il farmaco equivalente rappresenta uno degli strumenti più efficaci per tenere insieme qualità della cura e sostenibilità economica. Il suo contributo non si esaurisce nel prezzo più contenuto, ma riguarda la capacità di rendere più ampio e stabile l’accesso alle terapie, generando benefici per pazienti, professionisti sanitari e sistema pubblico.
La qualità del farmaco equivalente passa anche dalla solidità della filiera. Per DOC Pharma questo significa affidarsi a una rete produttiva fortemente radicata in Italia e Europa:
Un modello che valorizza il “Made in Italy” farmaceutico e la prossimità produttiva europea, elementi sempre più centrali per garantire qualità, sicurezza degli approvvigionamenti e continuità terapeutica sul territorio nazionale.
In questi trent’anni DOC Pharma è cresciuta fino a diventare una delle realtà di riferimento del farmaco equivalente in Italia. Nel 2025 l’azienda ha registrato un fatturato di 350 milioni di euro ed è indicata come seconda azienda per fatturato nel mercato dei farmaci equivalenti in Italia e quinta azienda nel retail Italia.
Il portafoglio resta fortemente legato alla storia dell’azienda: il 70% è composto da farmaci equivalenti, mentre il restante 30% riguarda prodotti branded e OTC. Una ripartizione che conferma il peso centrale degli equivalenti, ma racconta anche una fase di progressiva evoluzione verso un perimetro più ampio nel mercato della salute.
Negli ultimi anni l’azienda ha avviato una nuova fase di sviluppo, accompagnata dal passaggio da DOC Generici a DOC Pharma. Il cambio di identità non segna un allontanamento dal farmaco equivalente, che resta il cuore della storia aziendale, ma l’ampliamento di una cultura dell’accesso maturata in trent’anni di attività.
La stessa logica che ha guidato la crescita nei farmaci equivalenti orienta oggi lo sviluppo in nuove aree terapeutiche, nei prodotti branded e OTC, con l’obiettivo di rispondere a bisogni di salute sempre più articolati e di rafforzare il contributo dell’azienda al sistema sanitario.
“In questi trent’anni il farmaco equivalente ha dimostrato di essere una leva fondamentale per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale – sottolinea Riccardo Zagaria, CEO DOC Pharma – Non parliamo soltanto di un tema di prezzo, ma della possibilità concreta di garantire a più cittadini l’accesso a farmaci di qualità, sicuri ed efficaci, liberando al tempo stesso risorse per l’innovazione e per la presa in carico dei nuovi bisogni di salute.
DOC Pharma ha contribuito a far crescere nel Paese una cultura sul farmaco equivalente fondata su fiducia, responsabilità e qualità, fino a rappresentare oggi un modello d’eccellenza del “Made in Italy” farmaceutico. Oggi il tema della filiera è altrettanto centrale: poter contare su una rete produttiva fortemente radicata in Italia e Europa significa rafforzare qualità, continuità terapeutica e sicurezza degli approvvigionamenti.
Il passaggio da DOC Generici a DOC Pharma racconta proprio questa evoluzione: il farmaco equivalente resta il cuore della nostra identità, ma quella stessa cultura dell’accesso ci guida oggi verso un perimetro più ampio, con l’obiettivo di continuare a generare valore per i pazienti, i professionisti sanitari e l’intero sistema salute”.
I 30 anni rappresentano quindi non solo un anniversario, ma l’avvio di una nuova fase. DOC Pharma guarda ai prossimi anni con l’obiettivo di rafforzare il proprio ruolo come piattaforma farmaceutica italiana, capace di coniugare la solidità maturata nel farmaco equivalente con nuove competenze, nuove aree terapeutiche e una presenza sempre più ampia nel sistema salute.
La direzione resta quella che ha accompagnato l’azienda fin dalla nascita: rendere l’accesso alla salute un valore concreto e sostenibile, contribuendo alla qualità delle cure, alla continuità terapeutica e alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.
Per ulteriori approfondimenti, visitare il sito: https://docpharma.com/
Presentate a Roma le 6 azioni prioritarie per le Istituzioni: l'Encefalopatia Epatica (EE) non è solo un’emergenza acuta, ma una sfida di gestione cronica che incide per oltre 200 milioni di euro l'anno sulle casse del SSN.
L’Encefalopatia Epatica rappresenta la seconda manifestazione più grave e frequente della cirrosi scompensata. Eppure, nonostante colpisca il 30-45% dei pazienti cirrotici, questa patologia rimane spesso "nascosta" a causa di una carenza di diagnosi precoce e di un significativo sommerso clinico.
L’attuale gestione dell’EE evidenzia criticità strutturali e organizzative che si riflettono direttamente sulla sostenibilità del sistema:
Il documento “Un nuovo paradigma per le cronicità complesse: il caso dell’Encefalopatia Epatica” delinea una strategia per superare l’attuale gestione "frammentata" dell'evento acuto, proponendo un modello di presa in carico globale.
| Ambito di Intervento | Obiettivo Strategico |
| Percorsi Diagnostici (PDTA) | Implementazione di percorsi specifici per cirrosi ed EE. |
| Identificazione Precoce | Utilizzo di strumenti di screening per i pazienti a rischio. |
| Prevenzione Secondaria | Rafforzamento delle terapie per evitare la recidiva. |
| Integrazione Ospedale-Territorio | Continuità assistenziale nella fase post-dimissione. |
| Supporto ai Caregiver | Valorizzazione del ruolo strategico della famiglia. |
| Aderenza Terapeutica | Monitoraggio strutturato del percorso di cura. |
Per contrastare il ritardo diagnostico, la campagna promossa da Alfasigma in collaborazione con Associazione EpaC – ETS punta a rendere riconoscibili i sintomi sfumati (confusione, alterazioni dell'umore, sonnolenza) che precedono le fasi gravi.
L'iniziativa vanta il patrocinio delle principali società scientifiche del settore, a testimonianza della rilevanza del tema per la medicina specialistica e generale:
“L’Encefalopatia Epatica è vittima di limiti clinici e organizzativi. È necessario passare dalla gestione dell’urgenza a un modello di gestione cronica e multidisciplinare per migliorare la sopravvivenza e l'appropriatezza delle cure.”
ROMA, 29 aprile 2026 – Non è solo una disciplina medica, ma "una delle espressioni più alte della civiltà dell’amore". Con queste parole cariche di significato, S. Ecc. Mons. Vincenzo Paglia ha aperto la presentazione del “Libro Bianco per la promozione delle cure palliative in Italia”, svoltasi oggi presso la Camera dei Deputati.
Il volume, che giunge in un momento cruciale per il dibattito sul fine vita in Italia, è il frutto di un lavoro corale promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita (PAV) e dalla Conferenza Episcopale Lombarda (CEL), con il sostegno fondamentale di associazioni di pazienti come Salute Donna ODV, Salute Uomo e Fondazione Floriani ETS.
Curato da Tullio Proserpio, Fabrizio Mastrofini e Augusto Caraceni, e pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, il Libro Bianco non è un semplice manuale tecnico. Si compone di 16 capitoli redatti da un pool di oltre 40 esperti in ambito medico, filosofico, pastorale e sociale.
L’obiettivo è chiaro: fornire alle Istituzioni e agli operatori sanitari una serie di raccomandazioni concrete per colmare il divario tra il bisogno di cure palliative e la loro effettiva erogazione sul territorio nazionale.
"Quando la guarigione non è più possibile, la cura non finisce, ma si trasfigura: diventa tenerezza, presenza fedele, dignità custodita fino alla fine", ha ribadito Mons. Paglia.
Il documento sottolinea come, nonostante le cure palliative siano la risposta più efficace e nobile alla sofferenza estrema, esse soffrano ancora di una scarsa valorizzazione culturale e accademica.
Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, ha evidenziato la missione della Chiesa in questo ambito: "Vogliamo che nessuno resti solo o si senta abbandonato. La Chiesa prende per mano ogni malato e ogni famiglia per proteggere la dignità di ogni fase dell’esistenza". Un concetto ribadito anche da Mons. Renzo Pegoraro, che ha sottolineato come una rete di cura competente e compassionevole sia l'unico vero antidoto a ogni "deriva eutanasica".
Particolarmente incisivo l'intervento di Anna Maria Mancuso, Presidente di Salute Donna ODV. Dal punto di vista di chi vive la malattia sulla propria pelle, l’accesso alle cure palliative non è un'opzione, ma un diritto che garantisce l'aderenza terapeutica e la qualità della vita.
L'evento ha visto una massiccia partecipazione istituzionale, dall'apertura del Presidente della Camera, On. Lorenzo Fontana, alla presenza del Vicepresidente On. Giorgio Mulè.
L'On. Vanessa Cattoi, Coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro”, ha raccolto la sfida lanciata dal Libro Bianco: "Garantire dignità fino all’ultimo momento è una responsabilità dello Stato. Accogliamo questo documento come una chiamata all’azione per rendere il diritto alle cure palliative reale, uniforme e accessibile in tutto il Paese".
Il messaggio finale è un ritorno alla vocazione originaria della medicina: quella di un’alleanza terapeutica e umana che non si arrende davanti al limite, ma lo abita con competenza e prossimità. Perché, come ricorda il Libro Bianco, anche quando non si può più guarire, si può e si deve sempre curare.
Oggi le donne rappresentano oltre il 50% dei medici in Italia e in Europa, con punte che sfiorano il 63% nel settore dell'oncologia. Eppure, se guardiamo indietro, la storia ufficiale della medicina sembra un monologo maschile. Ma è davvero così?

A scardinare questa narrazione ci pensa Daniela Minerva con il suo nuovo libro "Medicina femminile plurale – Il sapere delle donne nella storia", presentato a Roma lo scorso 22 aprile. L'opera non è solo un saggio storico, ma un atto politico che punta a trasformare il futuro della sanità partendo dalle radici sommerse della cura.
Per secoli, il contributo femminile alla medicina non è passato per le aule universitarie — da cui le donne erano rigorosamente escluse — ma si è nutrito del lavoro silenzioso in case, conventi e spezierie.
“Il contributo delle donne non è stato il risultato di singole figure eccezionali, ma un'impresa collettiva”, ha spiegato l'autrice durante l'evento moderato dalla giornalista Francesca Schianchi. Le donne hanno gestito la riproduzione, scoperto rimedi erboristici e tramandato competenze farmacologiche fondamentali, creando le basi della sanità moderna nel silenzio delle mura domestiche.
Il libro riporta alla luce figure straordinarie che hanno sfidato i pregiudizi del loro tempo:
Nonostante l'attuale "tsunami" rosa nelle corsie degli ospedali, la sfida non è ancora vinta. Il libro di Daniela Minerva evidenzia come la prassi medica odierna sia ancora intrisa di una matrice patriarcale: molte terapie e protocolli di ricerca sono tuttora pensati e costruiti su misura per corpi maschili.
La presentazione del volume, realizzata con il contributo di Lilly, ha visto la partecipazione trasversale di parlamentari di ogni schieramento, a testimonianza di quanto il tema della medicina di genere sia ormai centrale nell'agenda politica. Rileggere il passato con uno sguardo femminile non è dunque un semplice esercizio accademico, ma la chiave per garantire una cura più equa, efficace e universale per il futuro.

L’associazione Amici Obesi cambia nome e diventa Amici Oltre il Peso ETS. Restano immutati impegni, missione e obiettivi: supportare le persone che vivono quotidianamente questa condizione fornendo informazione corretta, attuare campagne di sensibilizzazione, collaborare con la comunità scientifica e soprattutto contrastare qualsiasi tipo di stigma legato all’obesità, promuovendo una visione più inclusiva e rispettosa delle persone che convivono con questa malattia cronica multifattoriale.
Il nuovo nome vuole rappresentare l’importante cambiamento di prospettiva rispetto all’obesità, dato dall’approvazione della legge italiana, prima in Europa e al mondo, che riconosce l’obesità come una malattia cronica, recidivante e multifattoriale. Si è dunque reso necessario cambiare il modo di rappresentare l’obesità e le persone che la vivono, per costruire un ponte tra pazienti, opinione pubblica e Istituzioni, favorendo la comprensione di una patologia che ancora oggi, nonostante il riconoscimento ufficiale a livello legislativo, è considerata da molti il risultato di una serie di scelte individuali, piuttosto che una condizione medica complessa.

«Amici, perché è ciò che si diventa frequentando la nostra Associazione; Oltre il Peso, perché ognuno di noi è una persona unica, con sogni, ispirazioni e impegni, degni di essere rispettati e accettati, esattamente come chi viene definito normopeso e indipendentemente dai chili di troppo – dichiara Iris Zani, Presidente di Amici Oltre il Peso ETS – Negli anni abbiamo compreso quanto fosse poco edificante venire etichettato come ‘obeso’, termine che ha assunto una simbologia penalizzante e spesso offensiva. Serviva un cambiamento, un’evoluzione, un passo avanti per dare dignità a tutte le persone che convivono con questa patologia. Un cambiamento significativo per la nostra associazione e per tutti coloro che negli anni ci hanno sostenuto e continuano a farlo che ci fa avviare una nuova fase del nostro percorso associativo con rinnovata determinazione».
Intorno all’obesità persiste uno stigma sociale significativo: i giudizi e gli sguardi negativi, pervasivi, eppure tollerati, rendono difficile, talvolta impossibile, la vita delle persone che convivono con questa malattia, fino a peggiorarne la loro stessa salute fisica e mentale. Inoltre, come emerso da uno studio globale di IPSOS1, molte persone tendono a considerare l’obesità meno grave rispetto ad alcune patologie croniche, ritenendo che la perdita di peso sia legata principalmente alla forza di volontà e che l’obesità sia dovuta a dieta scorretta e scarsa attività fisica, con il ruolo dei fattori biologici e genetici riconosciuto e considerato da pochi.
Cambiare nome per cambiare una comunità, che possa essere capace di abbracciare la diversità e valorizzare ogni persona, incoraggiando il dialogo e la comprensione: questo il messaggio di Amici Oltre il Peso ETS. L’associazione prosegue il suo cammino per assicurare l’assistenza sociale e socio-sanitaria nei confronti delle persone con obesità e/o disturbi alimentari; continuare a svolgere attività di informazione e supporto ai pazienti; combattere lo stigma e il body shaming affinché nessuno si senta escluso e discriminato, ma accolto e compreso; proteggere e garantire i diritti delle persone che vivono con l’obesità; promuovere e organizzare incontri, eventi, convegni, dibattiti sui social, campagne di sensibilizzazione; e soprattutto coinvolgere la comunità scientifica, le Istituzioni, i ricercatori, i pazienti e i loro caregiver per abbattere barriere, accrescere consapevolezza e sensibilizzazione su questa patologia e sul modo migliore per affrontarla e curarla.
Riferimenti
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Il panorama scientifico italiano segna un passo avanti decisivo nella gestione delle patologie orfane con la presentazione ufficiale del Progetto ARGO presso il Senato della Repubblica. L'iniziativa, focalizzata sull'ottimizzazione dei percorsi assistenziali, poggia su basi cliniche solide recentemente validate a livello internazionale dalla pubblicazione sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature.
A differenza dei modelli tradizionali, ARGO nasce da una Delphi consensus nazionale che ha visto la partecipazione coordinata di 55 esperti provenienti da 18 Regioni italiane. Il gruppo di lavoro, guidato dal professor Giuseppe Limongelli, ha sintetizzato le evidenze cliniche per superare l'attuale frammentazione diagnostica.
In Italia, il ritardo nella corretta identificazione di una malattia rara oscilla mediamente tra i cinque e i dieci anni. L'applicazione sistematica degli indicatori ARGO mira a invertire questa tendenza, con una stima di riduzione dei tempi d'attesa fino al 60% attraverso un corretto indirizzamento ai centri di riferimento.
Il cuore della pubblicazione scientifica è l'individuazione di 22 parametri specifici studiati per supportare pediatri e medici di famiglia nel riconoscimento precoce dei sintomi. Questi "segnali d'allarme" includono:
Il progetto ARGO non propone solo criteri medici, ma delinea una vera e propria strategia organizzativa. Come sottolineato dal Senatore Orfeo Mazzella durante l'incontro, l'obiettivo è creare una sinergia concreta tra decisori politici, comunità scientifica e associazioni per garantire equità di cure in ogni territorio.
Secondo Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe, la sfida attuale risiede nel rendere questi criteri operativi su scala nazionale. L'integrazione delle informazioni, la formazione continua dei professionisti sanitari e la creazione di un linguaggio clinico comune sono le fondamenta su cui ARGO intende costruire la nuova rete italiana per le malattie rare.
C'è una storia che dice molto di chi è Fabrizio Pulvirenti, prima ancora di aprire il suo libro. Era il 2014 quando questo medico siciliano, specializzato in malattie infettive, si trovava in Sierra Leone come volontario di Emergency per combattere l'epidemia di Ebola che stava devastando l'Africa occidentale. Lì contrasse il virus. Rimpatriato d'urgenza in Italia, fu ricoverato all'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma dove si salvò grazie alla straordinaria risposta coordinata del Ministero della Salute, dell'AIFA, della Regione Lazio e di decine di professionisti sanitari. Un caso che commosse il mondo, tanto che Papa Francesco chiamò personalmente l'allora Ministro Beatrice Lorenzin per esprimere la sua vicinanza.
Quella vicenda, che avrebbe potuto spezzare una carriera, ha invece rafforzato la vocazione di Pulvirenti. Da quella frontiera estrema, attraverso anni di lavoro nei reparti ospedalieri italiani - sempre nel sistema pubblico, sempre rifiutando la libera professione intramoenia - è maturata una visione organica del Servizio Sanitario Nazionale: le sue radici storiche, le sue profonde contraddizioni, e, soprattutto, i rimedi possibili.
Oggi questa visione è un libro: SSN 4.0. Proposte per la rifondazione del Servizio Sanitario Nazionale, edito da Edizioni ETS di Pisa, con la prefazione di Beatrice Lorenzin.
Un SSN in bilico tra eccellenza e diseguaglianza
Il libro di Pulvirenti è la riflessione di un medico che conosce il SSN dall'interno, dalle corsie ospedaliere delle Regioni meridionali fino alle emergenze internazionali, e che non si accontenta di descriverne complessità e alcuni ingranaggi ossidati ma si assume la responsabilità di proporre soluzioni concrete, partendo dall’anamnesi, proseguendo con la diagnosi – basata sulle evidenze scientifiche e sui dati più aggiornati e rigorosi – per arrivare a delle possibili terapie, facendo quello che ogni medico dovrebbe fare, partire dall’ascolto e procedere nel solco dell’alleanza con il paziente, in questo caso il nostro SSN che, alla vigilia dei 50 anni, ha bisogno di un check-up completo.
«Questo libro è – si legge nell’introduzione del volume - un invito a guardare il cuore pulsante del nostro sistema sanitario, a metterne in luce le potenzialità; è un invito al confronto sereno e pacato per immaginare un futuro in cui il Servizio Sanitario Nazionale possa superare le fragilità per tornare ad essere, ancora una volta, un modello di salute per il mondo.»
Il titolo - SSN 4.0 - richiama l'evoluzione storica del sistema sanitario italiano: dal SSN 1.0 della Legge 833 del 1978, al SSN 2.0 del 1992 dell’aziendalizzazione, al SSN 3.0 della devoluzione regionale a cavallo del 2000, fino alla versione 4.0 che l'autore immagina e propone. Una versione che torni a essere universale, equa, meritocratica.
Il nodo irrisolto: una Repubblica con venti sistemi sanitari
Il cuore del libro è una tesi scomoda ma documentata: la devoluzione della sanità alle Regioni è stata un errore storico. Non un'opinione, un dato clinico: chi nasce in Calabria rischia di morire per un infarto con probabilità significativamente più alte rispetto a chi nasce in Emilia-Romagna, non per colpa dei medici calabresi, ma per colpa di un sistema frammentato che ha prodotto venti diverse qualità di assistenza. Un’evidenza così solida che anche il Ministro della Salute, Orazio Schillaci ha recentemente stigmatizzato che “non può essere il cap (codice avviamento postale) a decidere quanto si vive”.
«La devoluzione delle competenze sanitarie dallo Stato alle Regioni – scrive l’autore - è stata una follia politica che deve essere corretta se si vuole seriamente intervenire per offrire a tutti gli italiani gli stessi standard assistenziali da Nord a Sud, isole comprese.»
Ogni anno - stando ai dati citati nel volume - oltre mezzo milione di italiani migra da Sud a Nord per ricevere cure che dovrebbero poter ottenere a casa propria. Questo fenomeno – la famigerata "migrazione sanitaria" - impoverisce ulteriormente le Regioni meridionali, costrette a pagare le prestazioni erogate altrove, in un circolo vizioso che alimenta le diseguaglianze invece di correggerle.
Alcune proposte: ospedali ministeriali, case management, merito
Pulvirenti non si ferma alla denuncia. Con lo stesso rigore con cui analizza i dati del Programma Nazionale Esiti - la banca dati che misura la qualità dell'assistenza ospedaliera in Italia - elabora una serie di punti utili a un progetto di riforma articolato. Propone la creazione di circa 25 Grandi Ospedali “ministeriali” distribuiti sul territorio nazionale, sottratti all'influenza delle amministrazioni regionali e posti sotto la diretta supervisione del Ministero della Salute. Immagina una "Centrale Unica di Case Management" per garantire la continuità di cura tra ospedale e territorio. Suggerisce retribuzioni differenziate per i medici in base all'intensità del lavoro svolto, percorsi di carriera meritocratici per tutti i professionisti sanitari, la trasformazione del medico di medicina generale in dipendente del SSN.
Il filo rosso di queste proposte è la convinzione - maturata sul campo, testimoniata dall'esperienza personale - che il SSN sia ancora uno strumento straordinario di uguaglianza sociale, ma che per sopravvivere abbia bisogno di visione, merito e coraggio politico.
«Scrivere su questi temi non è stato un esercizio accademico - conclude Pulvirenti - ma un atto di partecipazione, un tentativo di "cura" diverso, fatto senza fonendoscopio, ma con le idee».
RIFERIMENTI EDITORIALI
Titolo: SSN 4.0. Proposte per la rifondazione del Servizio Sanitario Nazionale
Autore: Fabrizio Benedetto Maria Pulvirenti
Prefazione: On. Beatrice Lorenzin, già Ministro della Salute
Editore: Edizioni ETS, Pisa
ISBN: 978-884677345-6
Anno: 2026
Un terzo dei decessi legati alla trombosi potrebbe essere evitato attraverso una gestione più oculata delle terapie e protocolli di prevenzione efficaci. Se ne è discusso a Roma nel corso dell'evento promosso da Motore Sanità.

Il sistema sanitario italiano si trova a fronteggiare ogni anno circa 600.000 casi di trombosi, una patologia che causa 200.000 decessi nel nostro Paese. Si stima che, nei Paesi occidentali, una persona perda la vita a causa di un coagulo di sangue ogni 37 secondi. Proprio per analizzare queste criticità e individuare soluzioni concrete, il primo aprile si è tenuto a Roma il convegno “Per combattere la trombosi non rimaniamo in panchina”, iniziativa organizzata da Motore Sanità con il contributo incondizionato di Viatris.
Al centro del dibattito, la necessità di migliorare l'appropriatezza terapeutica non solo per fini clinici, ma anche per garantire la tenuta dei conti pubblici. Come spiegato da Claudio Zanon, Direttore Scientifico di Motore Sanità:
«La trombosi colpisce 600.000 persone ogni anno soltanto in Italia, causando 200.000 decessi, dei quali un terzo si potrebbe evitare».
Zanon ha inoltre ribadito quanto una scelta terapeutica corretta possa generare un risparmio di milioni di euro per il Servizio Sanitario Nazionale, ottimizzando gli esiti per il paziente e riducendo il rischio di complicazioni.
La lotta alla trombosi passa attraverso l'adozione di protocolli clinici condivisi che facilitino l'aderenza del paziente alla cura e garantiscano tempestività d'intervento. Gli esperti hanno evidenziato l'importanza della formazione medica: il clinico deve poter scegliere terapie che coniughino efficacia, sicurezza e sostenibilità economica, personalizzando il trattamento sulle specifiche esigenze del malato.
Secondo Davide Pugliese, Responsabile della Business Unit Hospital Care di Viatris, la sinergia tra i diversi attori del sistema è fondamentale:
«Iniziative come questa dimostrano come gli sforzi congiunti possano contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario».
Pugliese ha confermato l'impegno dell'azienda nel garantire l'accesso alle cure, in linea con la missione di favorire una vita sana in ogni sua fase.
Tecnicamente, la trombosi consiste nella formazione di un coagulo che ostruisce vasi arteriosi o venosi. I fattori scatenanti principali restano il danno endoteliale, le alterazioni del flusso ematico e l'ipercoagulabilità. Tra le forme più temibili figura la Trombosi Venosa Profonda (TVP), che interessa spesso gli arti inferiori e può degenerare in embolia polmonare (responsabile di 100.000 morti l'anno). Ad oggi, il tromboembolismo venoso rappresenta la prima causa di decesso tra i pazienti ospedalizzati e la terza tra la popolazione adulta complessiva, preceduta solo da cardiopatia ischemica e ictus.
Nonostante la centralità delle cure farmacologiche, la prevenzione primaria resta il primo baluardo. Gli esperti concordano sul fatto che uno stile di vita sano — caratterizzato da un’attività fisica costante, una dieta bilanciata e l'eliminazione del tabagismo — sia determinante per abbattere i fattori di rischio e prevenire le recidive, riducendo drasticamente il carico della malattia sulla società.
02 aprile 2026
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Un impegno concreto per l’innovazione medica e il supporto alla fragilità: la Fondazione Baroni ha premiato oggi tre progetti di ricerca scientifica d’eccellenza, confermando uno stanziamento di 150 mila euro dedicato all’ambito medico e riabilitativo.

I tre vincitori della categoria "Ricerca Scientifica" fanno parte dei dodici progetti complessivi selezionati tra ben 262 candidature, per un finanziamento totale che raggiunge i 400 mila euro. L'annuncio ufficiale è avvenuto durante la Cerimonia 2026 presso il Circolo Canottieri Aniene di Roma, alla prestigiosa presenza della Ministra per le disabilità, Alessandra Locatelli.
I progetti selezionati si distinguono per l'uso di tecnologie all'avanguardia e per un approccio profondamente umanizzato alla cura:
Il Presidente della Fondazione, Giuseppe Signoriello, ha sottolineato l'importanza del ruolo sussidiario del terzo settore nel panorama italiano:
«In Italia vivono più di 3 milioni di persone con gravi disabilità. Dove non arrivano le famiglie nell’assistenza quotidiana arriviamo noi del terzo settore, sopperendo alle mancanze pubbliche. Investire fondi per la disabilità ora non equivale a fare mero assistenzialismo: come riportato da autorevoli studi, ogni euro investito nel sociale genera almeno tre euro di PIL nel medio periodo».
Fondata oltre cinquant'anni fa, la Fondazione Baroni ha destinato nella sua storia oltre 8 milioni di euro a opere di solidarietà e ricerca scientifica. Per l’anno in corso, i bandi hanno messo a disposizione un totale di 400 mila euro, equamente suddivisi per coprire le diverse necessità del settore:
Questo nuovo stanziamento ribadisce la missione della Fondazione: trasformare la ricerca in soluzioni pratiche capaci di migliorare sensibilmente la qualità della vita delle persone con disabilità.
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Presentato il nuovo Barometro di Helaglobe. Se il coinvolgimento nelle decisioni cliniche migliora, il divario digitale resta uno scoglio per la prevenzione. Davide Cafiero: «L’engagement non è un’opzione, ma un acceleratore di salute: serve co-progettare i servizi con i cittadini».

Il Servizio Sanitario Nazionale si trova oggi a un bivio: da un lato, una crescente consapevolezza del paziente nelle decisioni di cura; dall'altro, un'accessibilità digitale che fatica a decollare, frenando le campagne di prevenzione. È questo il quadro tracciato dal Barometro del Patient Engagement 2025, l'indagine nazionale di Helaglobe presentata presso la ASL Roma 1, che ha coinvolto oltre 4.200 cittadini.
«Siamo al secondo anno di monitoraggio dei risultati del Barometro», spiega Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe. «Oltre 4.000 cittadini si sono espressi per definire quanto siano coinvolti dal sistema sanitario nelle decisioni e nella valutazione dell’erogato. È fondamentale ascoltare le persone, perché l’engagement aumenta poi il risultato di salute».
L'indagine analizza il coinvolgimento su tre livelli distinti: clinico, istituzionale e organizzativo. Se sui primi due si registrano segnali incoraggianti, il fronte organizzativo (il "fare con" le ASL e le aziende ospedaliere) mostra ancora forti criticità.
«Sul livello clinico notiamo miglioramenti, così come su quello istituzionale abbiamo registrato punti di incremento», sottolinea Cafiero. «Purtroppo, a livello organizzativo notiamo uno scarto deficitario rispetto all'anno scorso. I cittadini chiedono di essere più coinvolti nella valutazione e nella riprogettazione del sistema erogativo locale».
Uno dei dati più impattanti dell'edizione 2025 è l'Indice di Accessibilità Digitale per la Salute (IADS), che si attesta su una media nazionale di 46 su 100. Il divario digitale non è solo una questione tecnica, ma un vero e proprio ostacolo alla salute: l'adesione agli screening scende al 71% tra chi ha scarso accesso web, contro l'89% dei cittadini digitalmente evoluti.
Secondo Cafiero, il legame tra competenza digitale e salute è diretto: «Chi è più pratico del tema digitale ha risultati di engagement più potenti: partecipa di più agli screening e percepisce con maggiore positività l’erogato del sistema sanitario».
Tuttavia, l'innovazione non deve creare nuove barriere. «È importante investire nel sistema digitale, ma è altrettanto fondamentale co-progettare con l’utente finale affinché non siano esclusi coloro che non sono nativi digitali, come le fasce d’età più alte. La progettazione del sistema digitale deve avvenire con il coinvolgimento diretto di queste persone».
Il report evidenzia come il coinvolgimento attivo riduca del 46% la probabilità di vivere esperienze emotive negative (rabbia o frustrazione) durante il percorso di cura. Un dato che spinge le istituzioni verso una revisione dei paradigmi educativi.
Annamaria Colao, vicepresidente del Consiglio Superiore della Sanità, punta sulla formazione: «Il coinvolgimento attivo deve iniziare dai banchi di scuola: sto lavorando perché la biologia umana diventi materia di studio per cittadini consapevoli». Per Giuseppe Quintavalle (ASL Roma 1 - FIASO), la sfida è culturale: «Migliorare la sanità oggi significa passare dal “fare per il paziente” al “fare con il paziente”».
Il mancato coinvolgimento ha anche un costo economico insostenibile. In Italia, la sola non-aderenza farmacologica pesa per circa 2 miliardi di euro l'anno. Come ricordato da Matteo Scortichini (Università Tor Vergata), «una maggiore consapevolezza può ridurre la spesa sanitaria dell'8,3%», rendendo l'alfabetizzazione sanitaria una leva strategica di sostenibilità per l'intero SSN.
In conclusione, il Barometro 2025 non è solo una fotografia, ma un monito. Come sintetizzato da Davide Cafiero: «Il Barometro vuole offrire alle istituzioni una bussola per trasformare il SSN in un sistema che non solo cura, ma che sa ascoltare e coinvolgere».

