È stato presentato a Roma il primo confronto istituzionale della campagna “Colite Ulcerosa, IO ESCO”, iniziativa promossa da Alfasigma in collaborazione con AMICI Italia e con il patrocinio di IG-IBD. L’evento ha acceso i riflettori sulla necessità di una presa in carico dei pazienti che sia realmente personalizzata, umana e innovativa, partendo dai dati emersi da due importanti indagini nazionali.
Dall’indagine nazionale SUNRISE emerge un quadro chiaro sui bisogni insoddisfatti dei pazienti che convivono con malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD):
Nonostante circa il 65% dei pazienti si dichiari in fase di remissione clinica, la malattia continua a pesare significativamente sulla sfera mentale: il 53% riferisce stati di nervosismo, il 50,9% preoccupazione costante e il 46,8% mancanza di energie e un diffuso senso di solitudine.
A completare il quadro, i dati presentati da Elma Research confermano che 1 paziente su 2 manifesta il bisogno di una gestione più efficace della patologia. In particolare:
Un punto cruciale emerso dal confronto riguarda il "gap" tra la valutazione medica e il vissuto reale del paziente. Sebbene il 43% dei pazienti si dichiari in remissione, l’84% di questi continua a manifestare sintomi extraintestinali che minano profondamente la qualità della vita quotidiana.
Questi dati evidenziano l'urgenza di implementare strategie di cura condivise che non si limitino al controllo dei parametri clinici, ma che puntino a un esito di cura soddisfacente dal punto di vista dell’umanizzazione e del benessere complessivo della persona.
Un calendario di appuntamenti fino a maggio per riflettere su benessere, sanità digitale e alimentazione. Presentato il programma che coinvolgerà esperti, istituzioni e cittadini.
Tornano gli Stati Generali della Salute di Siena, l'appuntamento che dal 2024 rappresenta il punto di riferimento per il dialogo su benessere e sanità. L’edizione 2026, presentata ufficialmente presso la Cappella del Manto dell’Ex Ospedale Santa Maria della Scala, si focalizzerà su tre pilastri fondamentali: longevità, innovazione digitale e alimentazione.
L’obiettivo è chiaro: promuovere una riflessione condivisa tra professionisti, mondo accademico e società civile per affrontare le sfide del sistema sanitario attraverso un approccio integrato che unisca prevenzione, cura e nuove tecnologie.
Il Sindaco di Siena, Nicoletta Fabio, ha sottolineato l'importanza dell'inclusione:
"Quest’anno vedremo coinvolti tutti gli attori della sanità: medici, infermieri, università e ospiti internazionali. Il diritto alla salute richiede l’impegno di tutti; questi incontri sono momenti di contatto diretto con la comunità attraverso laboratori e attività interattive."
L'assessore alla Sanità, Giuseppe Giordano, ha invece rimarcato l'originalità del format:
"Un modello unico a livello nazionale che rafforza l’impegno del Comune nel promuovere l’educazione sanitaria attraverso screening gratuiti e tavoli specialistici."
Alla presentazione ha partecipato anche l’attore e conduttore Beppe Convertini, che ha illustrato i successi delle passate edizioni, come i risultati della pet therapy e della video art nelle RSA sienaesi.
Gli incontri si svilupperanno in tre giornate tematiche, ognuna ospitata in una sede prestigiosa della città:
Tema: Longevità e Qualità della Vita Si parlerà della cultura del benessere come responsabilità individuale e collettiva. L'attenzione sarà rivolta ai modelli delle "zone blu", dove stili di vita equilibrati e coesione sociale garantiscono una vita lunga e in salute.
Tema: Innovazione Digitale in Sanità Un confronto su Intelligenza Artificiale e nuove tecnologie a supporto dei medici. L'evento fungerà da piattaforma tra istituzioni, imprese e centri di ricerca per integrare il digitale nei percorsi di cura quotidiani.
Tema: Alimentazione e Salute L'appuntamento conclusivo sarà dedicato alla Scienza della Nutrizione (linee guida AIRC e SINU).
Per questa edizione, durante le tre giornate sarà allestito un corner dedicato ai podcast. Gli ospiti e i relatori approfondiranno i temi trattati in pillole audio e video che verranno poi diffuse sui canali social ufficiali degli Stati Generali, rendendo i contenuti accessibili a tutti anche dopo l'evento.
L’evento, ideato dall’Assessorato alla Sanità del Comune di Siena, vede la partecipazione di:
Dall’ottava edizione del summit promosso da MSD Italia a Roma, emerge la necessità di una riforma strutturale: superamento del payback, investimenti in prevenzione e un piano nazionale contro l'HPV.
L’ottava edizione dell’Investing for Life Health Summit, svoltasi il 4 marzo 2026 a Roma, ha tracciato un profilo netto delle urgenze della sanità italiana. Il dato di partenza è una sfida di fiducia: secondo le ultime rilevazioni di Euromedia Research, gli italiani assegnano al Servizio Sanitario Nazionale un voto di 5,74 su 10. Una percezione di insufficienza che nasce principalmente dalla difficoltà di accesso alle prestazioni, nonostante l'alta considerazione per l'innovazione scientifica.
L'analisi presentata da Alessandra Ghisleri evidenzia come le liste d’attesa rappresentino la preoccupazione primaria per il 58% della popolazione. Accanto a questo, emerge una forte richiesta di equità: i cittadini chiedono che lo Stato garantisca livelli di assistenza uniformi, superando i divari regionali.
Tuttavia, il pessimismo non è assoluto. Il 44% degli intervistati riconosce il valore strategico degli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) delle aziende farmaceutiche, viste come il motore principale per l'allungamento e il miglioramento della qualità della vita.
Uno dei pilastri del dibattito è stata la necessità di superare i freni burocratici che rallentano la competitività del Paese. Nicoletta Luppi, Presidente e AD di MSD Italia, ha ribadito l'insostenibilità del payback farmaceutico.
Per rilanciare il sistema, sono state indicate tre direttrici fondamentali:
Su questo punto è intervenuto il senatore Massimo Garavaglia, auspicando l'eliminazione del payback per restituire alle Regioni una programmazione basata sulla responsabilità e su tetti di spesa realistici.
«Investire in prevenzione non è solo una scelta etica, ma economica». Questo il monito di Maria Rosaria Campitiello (Ministero della Salute), che ha ricordato come ogni euro speso in questo ambito generi un ritorno triplo in termini di salute e risparmio per il sistema.
Le priorità del nuovo corso includono:
Il Summit ha dedicato ampio spazio alla sfida dell’eliminazione del Papillomavirus, in linea con l’Europe’s Beating Cancer Plan. L'obiettivo è raggiungere i target 90-90-90 (vaccinazione, screening e trattamento) entro il 2030.
Attualmente, l’Italia viaggia a due velocità:
Enrico Di Rosa (SItI) e Antonio Ferro (APSS Trento) hanno evidenziato come l’organizzazione e la volontà politica siano determinanti: l'esempio di Trento dimostra che la gratuità estesa della vaccinazione può portare a risultati d'eccellenza. La richiesta corale è l'adozione entro il 2026 di un Piano Nazionale Straordinario che coordini istituzioni e medici di base.
L'Investing for Life Health Summit 2026 si è chiuso con un appello a una sanità più vicina alla persona. Digitalizzazione, intelligenza artificiale e telemedicina sono viste dai cittadini non come sostituti del rapporto umano, ma come strumenti per rendere il sistema più efficiente e partecipato.
La sfida è ora tradurre queste evidenze scientifiche e istanze sociali in azioni politiche concrete.
In Europa, quasi il 60% degli adulti e un bambino su tre convivono con il sovrappeso o l’obesità. Nonostante i numeri, lo stigma e un linguaggio spesso impreciso o denigratorio continuano a rappresentare una barriera invisibile che peggiora la qualità della vita e ostacola l'accesso alle cure.
Per rispondere a questa sfida, in occasione del World Obesity Day 2026, l’associazione Parole O_Stili, in collaborazione con Lilly, lancia il primo glossario europeo dedicato a una narrazione rispettosa e accurata della patologia.
Il glossario raccoglie e approfondisce 25 parole e concetti chiave, tra cui:
Per ogni termine, la guida evidenzia non solo i giudizi palesemente offensivi, ma anche quei commenti di uso comune che, pur sembrando positivi, risultano inappropriati e lesivi per la sensibilità del paziente. L’obiettivo è trasformare il linguaggio da strumento di esclusione a strumento di cura.
L’iniziativa, nata lo scorso anno in Italia con il patrocinio dell’Associazione Amici Obesi, si espande ora oltre i confini nazionali. Il glossario è già disponibile in polacco, rumeno e ceco, e presto verrà tradotto in croato e ungherese, con il supporto delle associazioni pazienti locali per garantire la massima coerenza culturale.
“Le parole hanno un peso reale: possono ferire o colpevolizzare, ma possono anche diventare strumenti di cura” – dichiara Rosy Russo, presidente di Parole O_Stili. “Cambiare le parole è il primo passo per cambiare lo sguardo e restituire dignità alle persone”.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’obesità come una malattia cronica complessa e multifattoriale, legata a fattori genetici, ambientali e sociali, e non alla semplice "mancanza di volontà".
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, lo stigma ha effetti concreti e pericolosi:
Federico Villa, Associate Vice President di Lilly Italy Hub, sottolinea: “Il linguaggio può favorire l'accoglienza o alimentare l'esclusione. Questa guida è un passo concreto per sensibilizzare il sistema salute e riaffermare la nostra responsabilità verso chi vive con questa patologia”.
A supporto del progetto, Parole O_Stili e Lilly hanno realizzato un video-manifesto, disponibile sui canali social dal 4 marzo. Il filmato invita a superare gli stereotipi visivi e verbali, ricordando che una comunicazione consapevole è parte integrante del percorso terapeutico.
Il glossario è consultabile gratuitamente online ed è rivolto a media, istituzioni, professionisti della salute e cittadini che desiderano contribuire a una cultura della cura più inclusiva.
RareMenti 2026: a Sorrento il convegno nazionale sulle malattie rare
Oltre 300 milioni di persone nel mondo. Trenta milioni in Europa. Due milioni solo in Italia, con ventimila nuove diagnosi ogni anno. Sono i numeri delle malattie rare: patologie a bassa prevalenza individuale, ma dal peso collettivo enorme, spesso invisibili ai più eppure capaci di stravolgere la vita di chi ne è colpito e delle famiglie che lo affiancano.
Per parlarne, Sorrento torna ad essere teatro di un appuntamento nazionale. Il 28 febbraio 2026, in occasione del Rare Disease Day, il Teatro Comunale Tasso ospita la seconda edizione di RareMenti – RDD2026, convegno promosso dall'associazione Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione APS, inserito nel quadro della campagna internazionale coordinata da EURORDIS e UNIAMO.
Il tema: chi viene lasciato indietro?
Il filo conduttore dell'edizione 2026 è semplice da enunciare quanto difficile da garantire nella pratica: “Accesso equo, tempestivo e omogeneo alle terapie e ai trattamenti farmacologici e non farmacologici”. Una questione di diritti, prima ancora che di farmaci.
Le criticità che il convegno intende affrontare sono note a chi lavora nel settore: ritardi nella diagnosi, forti disomogeneità territoriali nell'offerta di servizi, difficoltà nella transizione dall'età pediatrica a quella adulta, discontinuità nell'assistenza. Problemi strutturali che, nel caso delle malattie rare, si traducono spesso in anni di attesa e percorsi accidentati per pazienti già fragili.
RareMenti articola il tema lungo tre direttrici: quella scientifico-clinica, con approfondimenti su diagnosi, percorsi terapeutici e innovazioni farmacologiche; quella psicologica e psicosociale, con attenzione alla comunicazione della diagnosi e al sostegno nel corso del ciclo di vita; quella comunitaria e territoriale, che allarga lo sguardo a scuole, associazioni e istituzioni.
Genetisti, psicologi, legislatori: multidisciplinarietà
La direzione scientifica è affidata alla Dott.ssa Antonella Esposito, presidente di Thélema e direttrice del Master di II livello in Malattie Rare del Consorzio Universitario Humanitas, affiancata dal Prof. Luigi Tarani della Sapienza Università di Roma e del Policlinico Umberto I.
Sul palco si alterneranno genetisti clinici, pediatri, cardiologi, rappresentanti del coordinamento regionale malattie rare e dell'Osservatorio Malattie Rare. Non mancherà un approfondimento sul quadro legislativo e sui diritti delle persone con malattia rara, spesso il nodo più trascurato nel dibattito clinico.
Ampio spazio è riservato alle terapie non farmacologiche, dalla riabilitazione alla musicoterapia, e alla salute mentale: una sessione dedicata esplorerà il rapporto tra psicoterapia e qualità della vita per pazienti e caregiver.
Niente cattedre: il modello è il TED Talk
La scelta di format è essa stessa una dichiarazione d'intenti. RareMenti abbandona l'impostazione tradizionale del congresso medico per adottare un modello dialogico ispirato ai TED Talk con interventi brevi, conversazioni sul palco, confronto diretto tra professionisti, istituzioni e associazioni di pazienti. L’obiettivo è dare visibilità alle malattie rare e fornire a chiunque gli strumenti necessari per conoscerle rendendo l’ascolto la prima forma di cura.
Una partita complessa, fatta di mosse, attese e cambi di strategia. È l’immagine scelta dalla campagna “Scacco al Linfoma – Un nuovo ponte tra la ricerca e la cura”, promossa da AbbVie insieme ad AIL (Associazione Italiana contro Leucemie, Linfomi e Mieloma), FIL (Fondazione Italiana Linfomi) e GiFIL (Gruppo Italiano Infermieri Linfomi).
L’iniziativa, presentata in conferenza stampa a Roma il 12 febbraio, nasce con l’obiettivo di raccontare il percorso clinico e umano delle persone con linfoma non Hodgkin, tra fasi di risposta alle terapie, ricadute e nuove opportunità di cura. La metafora degli scacchi rappresenta proprio questa dinamica: ogni scelta terapeutica può modificare l’evoluzione della malattia e aprire prospettive inattese.
Le molte forme del linfoma
I linfomi sono tumori del sistema immunitario che originano dai linfociti e comprendono numerosi sottotipi con caratteristiche molto diverse. I linfomi non Hodgkin, in particolare, rappresentano una quota rilevante dei tumori del sangue e possono essere distinti in forme a crescita lenta e forme aggressive.
Tra i più diffusi il linfoma follicolare, generalmente indolente ma soggetto a ricadute e il linfoma diffuso a grandi cellule B, rapido ma spesso curabile.
Con il susseguirsi delle recidive la gestione diventa più complessa, perché la malattia può sviluppare resistenza ai trattamenti standard.
La svolta dell’immunoterapia
Negli ultimi anni lo scenario terapeutico è cambiato profondamente grazie all’arrivo di nuove immunoterapie. Accanto ai protocolli tradizionali sono oggi disponibili trattamenti cellulari e anticorpi in grado di attivare il sistema immunitario contro le cellule tumorali. Come spiega Enrico Derenzini, professore associato di ematologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore della divisione di oncoematologia e trapianto di cellule staminali dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, «Le nuove immunoterapie hanno rivoluzionato il trattamento del linfoma anche in fase di recidiva o refrattarietà. Possono dare risposte complete in pazienti già molto pretrattati con risultati che si mantengono nel tempo».
Tra le opzioni emergenti si distinguono due approcci diversi con meccanismi d'azione complementari. «La terapia CAR-T consiste nel prelevare i linfociti T del paziente, modificarli geneticamente in laboratorio per renderli capaci di riconoscere e attaccare le cellule tumorali, e poi reinfonderli. Richiede centri accreditati e tempi di preparazione di diverse settimane» spiega l’oncologo. «Gli anticorpi bispecifici invece sono farmaci già pronti all'uso che fungono da “ponte molecolare”: legano contemporaneamente la cellula tumorale e il linfocita T del paziente, attivando così una risposta immunitaria immediata. Sono somministrabili direttamente e consentono di intervenire rapidamente, soprattutto nei linfomi aggressivi».
I dati clinici mostrano quindi non solo un miglior controllo della malattia, ma anche la possibilità concreta di remissioni prolungate e, in alcuni pazienti, di guarigione.
La qualità di vita entra nella terapia
Accanto alle innovazioni cliniche, la partita contro il linfoma passa anche per la qualità della vita, la gestione degli effetti collaterali e l’organizzazione quotidiana delle cure.
Giuseppe Toro, presidente nazionale AIL, sottolinea: «Le prospettive dei pazienti stanno cambiando: oggi è possibile guarire o convivere a lungo con la malattia, ma l’impatto sulla vita quotidiana resta molto forte anche per le famiglie». Per questo, l’associazione affianca i pazienti con servizi di accoglienza, accompagnamento alle terapie e sostegno psicologico, elementi ormai considerati parte integrante del percorso assistenziale.
Una rete attorno al paziente
Nel modello promosso dalla campagna, il trattamento del linfoma coinvolge più figure: specialisti, infermieri e familiari. In quest’ottica, sono stati messi a punto strumenti digitali informativi, video-testimonianze e materiali divulgativi per orientare pazienti e caregiver nelle scelte terapeutiche e nella gestione quotidiana della malattia, con l’obiettivo di trasformare la partita a scacchi in un gioco di squadra.
A cura di Marida Cristofori
Nella lotta al cancro non ci sono solo diagnosi, terapie e farmaci. C'è anche chi ti resta accanto
In Italia si stimano tra i 7-8,5 milioni di caregiver che assistono un proprio caro non autosufficiente o affetto da patologie croniche, maggiormente oncologiche. Oltre il 17% della popolazione, con prevalenza di donne (80%) e un'età media di 45 e 65 anni. Ma non sono solo numeri: sono storie di amore, ma anche di isolamento, fatica, burnout e mancanza di supporto. Per la prima volta, dopo anni di attesa, una legge riconosce formalmente diritti e tutele a queste figure invisibili ma dal ruolo essenziale per la famiglia e lo stesso Sistema Sanitario Nazionale. Questo è il messaggio centrale dell'evento organizzato il 4 febbraio, in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro promossa dalla Union for International Cancer Control che ha riunito 48 associazioni di pazienti oncologici e onco-ematologici.
Il primo passo per i caregiver: il DDL Locatelli
«Per la prima volta nel nostro Paese, il tema del caregiver familiare viene affrontato in modo organico, superando una lunga fase di attesa fatta di annunci e iniziative prive di risposte strutturali», ha dichiarato Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna ODV e coordinatrice del Gruppo "La salute: un bene da promuovere. Un diritto da difendere".
Questo è stato grazie al disegno di legge del Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, approvato in Consiglio dei ministri il 12 gennaio 2026 e ora all'esame parlamentare con procedura d'urgenza. Il testo prevede sostegni economici, tutele lavorative, percorsi di conciliazione tra cura e impiego, inserimento formale del caregiver nel "progetto di vita" del paziente e fondi dedicati in Legge di Bilancio. «Finalmente abbiamo un testo che restituisce dignità e diritti a questa figura», sottolinea la Deputata Vanessa Cattoi, coordinatrice dell'Intergruppo parlamentare "Insieme per un impegno contro il cancro". «Non basta tutelare il paziente: dobbiamo proteggere anche chi lo assiste».
Tra le novità anche misure per i giovani caregiver, con crediti e agevolazioni universitarie per chi concilia studio e assistenza familiare. «Nel DDL Locatelli c'è un articolo dedicato alle tutele per gli studenti che fanno attività di caregiver in ambito familiare, con crediti e agevolazioni in termini universitari. È un passo avanti molto importante che coinvolge i nostri giovani e fa sentire che il loro apporto è fondamentale e viene riconosciuto anche da parte dello Stato» conclude Cattoi.
I racconti dietro i numeri
Durante la giornata è stato proiettato il cortometraggio "La luce nella crepa", presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia (disponibile sul sito di Salute Donna ODV e su YouTube), ispirato alla storia di Annamaria Mancuso, caregiver del fratello Tonino, venuto a mancare di recente.
L'evento ha dato voce a testimonianze dirette di alcuni caregiver presenti – Ilaria, Federica e Francesco. Storie di quotidianità fatta di turni, rinunce, paura, ma anche di dedizione. «Chi accompagna vive intensamente lo stesso percorso che vive il malato di cancro, con la sola differenza che non ha la malattia, ma tutti gli esiti, gli accompagnamenti, le tensioni, le ansie, il dover lasciare il posto di lavoro», ha spiegato Mancuso.
La sfida della prevenzione
Accanto al tema dell'assistenza, resta quello della prevenzione. Il vicepresidente della Camera dei Deputati, Giorgio Mulè, lancia un appello sulla necessità di investire sulla prevenzione: «Viviamo in un'epoca in cui si parla spesso di disuguaglianze. Il cancro è una malattia terribilmente democratica perché colpisce tutti, però non può colpire tutti se si ha la consapevolezza di fare prevenzione. Dobbiamo accompagnare le persone agli screening, riducendo le disuguaglianze territoriali». La diagnosi precoce, ricorda, non salva solo vite ma risorse: meno cronicità significa più fondi per ricerca e innovazione.
Una cura che diventa comunità
«Al cancro si può sopravvivere, anzi si può vivere dopo il cancro. "Sopravvivere" è la parola sbagliata», ha concluso Mancuso. «Le terapie innovative e i percorsi diagnostici terapeutici organizzati hanno fatto passi da gigante, così come la ricerca. Pertanto, c'è una migliore qualità di vita e si combatte meglio questa patologia, quindi oggi parliamo di malati cronici». Il messaggio del World Cancer Day 2026 è chiaro: il cancro non è più solo una questione clinica. Serve un approccio centrato sulla persona, ma anche su chi se ne prende cura, perché nessuno affronta la malattia da solo. E riconoscere il caregiver significa prendersi cura, finalmente, dell'intero percorso di cura.
A cura di Lucrezia Rogai
Per la prima volta dopo quasi quarant'anni, i pazienti italiani con carcinoma uroteliale avanzato possono accedere a un trattamento che non si basa sulla chemioterapia a base di platino. È stata annunciata il 3 febbraio da Astellas Pharma la rimborsabilità dell'associazione tra Enfortumab vedotin e Pembrolizumab, una combinazione che segna un cambio di paradigma nella cura del tumore della vescica in fase avanzata o metastatica.

Il carcinoma uroteliale è il quarto tumore più diffuso in Italia, con oltre 31.000 nuove diagnosi ogni anno e circa 8.300 decessi. Nonostante tassi di sopravvivenza a cinque anni elevati nelle fasi iniziali (80% negli uomini e 78% nelle donne), circa il 12% dei pazienti riceve la diagnosi quando la malattia è già avanzata, una condizione associata a prognosi nettamente peggiori e a opzioni terapeutiche storicamente limitate.
Un bisogno clinico rimasto irrisolto per decenni
Per anni, il trattamento del carcinoma uroteliale avanzato è rimasto sostanzialmente invariato: chemioterapia a base di platino come prima linea, seguita, nei casi selezionati, da immunoterapia. Tuttavia, una quota significativa di pazienti va incontro a progressione di malattia, spesso in tempi brevi. «Con la sola chemioterapia a base di platino, in passato la sopravvivenza mediana si collocava tra gli 8 e i 12 mesi», ricorda Patrizia Giannatempo, dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. «Oggi lo scenario è profondamente cambiato».
Come funziona la nuova combinazione terapeutica
Enfortumab vedotin appartiene alla classe dei coniugati anticorpo-farmaco (ADC): molecole progettate per colpire in modo selettivo le cellule tumorali. L'anticorpo riconosce la Nectina-4, una proteina altamente espressa sulle cellule del carcinoma uroteliale, e trasporta all'interno della cellula un agente citotossico che ne provoca la distruzione. In associazione con pembrolizumab, un'immunoterapia che riattiva il sistema immunitario contro il tumore, l'effetto è sinergico. «Questa opzione terapeutica rappresenta una grande novità perché ha la possibilità di cambiare la storia clinica di questi pazienti», sottolinea Roberto Iacovelli, Professore Associato di Oncologia Medica all'Università Cattolica e al Policlinico Gemelli di Roma. «Le evidenze ci dicono che in circa il 30% dei pazienti si può ottenere una scomparsa completa della malattia».
I risultati dello studio EV-302
I dati dello studio registrativo EV-302 mostrano un beneficio clinico senza precedenti in questo setting. La sopravvivenza globale mediana ha raggiunto i 31,5 mesi, rispetto ai 16,1 mesi osservati con la chemioterapia standard, con una riduzione del rischio di morte del 53%. Anche la sopravvivenza libera da progressione è raddoppiata: 12,5 mesi contro 6,3 mesi. «Oggi circa 30 pazienti su 100 tornano a una vita senza sintomi per periodi molto più lunghi», spiega Giannatempo. «La mediana di durata di risposta è di circa 24 mesi, e oltre il 74% dei pazienti con risposta completa continua a beneficiarne anche a due anni». Alla luce di questi risultati, le linee guida internazionali ESMO ed EAU hanno rapidamente posizionato l'associazione come prima scelta terapeutica.
Un accesso anticipato e un impatto concreto
Già prima della rimborsabilità, i pazienti italiani avevano potuto accedere al trattamento attraverso un programma di uso terapeutico nominale, attivato nel 2025. «Sappiamo quanto sia urgente, per chi affronta una diagnosi avanzata, poter contare su nuove opzioni», afferma Fulvio Berardo, Amministratore Delegato di Astellas Pharma Italia. «Offrire un'opportunità in più può fare una differenza reale per i pazienti e le loro famiglie».
Guardare avanti
L'arrivo di questa combinazione terapeutica segna un passaggio cruciale per il carcinoma uroteliale avanzato, una malattia rimasta a lungo priva di innovazioni significative. «Oggi possiamo parlare di un cambiamento concreto», conclude Berardo. «Non solo in termini di sopravvivenza, ma anche di qualità di vita e di prospettive future».
Osservata risposta biologica sesso-specifica al farmaco più usato nel diabete di tipo 2. La ricerca pubblicata sull'importante rivista scientifica internazionale European Journal of Pharmacology dai ricercatori SIMDO - Società Italiana Metabolismo, Diabete e Obesità.
La Società Italiana Metabolismo, Diabete e Obesità (SIMDO) rende noti i risultati dello studio che evidenzia come la metformina riduca in modo significativo lo stress ossidativo nelle donne con diabete di tipo 2.
Il dato emerge da una ricerca pubblicata sullo European Journal of Pharmacology e rappresenta una delle prime evidenze cliniche di una risposta antiossidante sesso-specifica al farmaco antidiabetico più prescritto al mondo.
LO STUDIO
Lo studio pilota è stato condotto in Sardegna presso l’Unità Operativa di Diabetologia dell’ASL Gallura di Olbia, insieme al laboratorio di sex-Gender Medicine del NIBB, al Dipartimento di Scienze Mediche della Università di Sassari (in collaborazione con le professoresse Campesi Ilaria e Franconi Flavia), al Dipartimento di Medicina Molecolare e di Biotecnologie dell’Università Federico II di Napoli (in collaborazione con la professoressa Margherita Ruppolo) e all’Unità di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari.
Sono stati arruolati 56 pazienti con diabete di tipo 2 (29 uomini e 27 donne), non fumatori, normotesi, normolipidemici, in buon controllo metabolico e privi di complicanze.
I partecipanti sono stati suddivisi in soggetti trattati con metformina e pazienti drug-naïve. Nelle donne trattate con metformina è stata osservata una riduzione del 38,9% della malondialdeide (MDA), principale marcatore di stress ossidativo e perossidazione lipidica. Negli uomini, al contrario non sono emerse riduzioni significative dei livelli di MDA.
Il dato mette in relazione l’effetto antiossidante della metformina con il sesso biologico di appartenenza.
LE BASI BIOLOGICHE DELLA DIFFERENZA
La riduzione dello stress ossidativo osservata nelle donne è accompagnata da una profonda modifica del metabolismo energetico: nelle pazienti donne trattate con metformina è stata registrata la riduzione di 23 acilcarnitine su 39 analizzate, mentre per gli uomini i marker metabolici ridotti sono solo 4.
COSA SONO LE ACILCARNITINE
Le acilcarnitine sono molecole coinvolte nel trasporto degli acidi grassi all’interno dei mitocondri, dove i grassi vengono trasformati in energia.
Nel diabete di tipo 2 questo processo è spesso inefficiente e porta all’accumulo di acilcarnitine nel sangue, condizione associata a disfunzione mitocondriale, infiammazione e aumento dello stress ossidativo.
La loro marcata riduzione nelle donne trattate con metformina indica quindi un potenziale miglioramento dell’efficienza energetica cellulare e una minore produzione di radicali ossidativi.
IL COMMENTO DELLA SIMDO
«Lo stress ossidativo è uno dei principali meccanismi responsabili delle complicanze del diabete», spiega Giancarlo Tonolo, Presidente della Società Italiana Metabolismo, Diabete e Obesità.
«Osservare che la metformina è in grado di ridurlo in modo significativo solo nelle donne rappresenta un risultato di grande rilevanza clinica. Lo studio dimostra che il sesso biologico condiziona profondamente la risposta al trattamento: integrare la medicina di genere nella pratica clinica non è più un’opzione, ma una necessità scientifica e clinica»
LE IMPLICAZIONI CLINICHE E LE APPLICAZIONI FUTURE
Le donne con diabete presentano una mortalità cardiovascolare relativa più elevata rispetto agli uomini, nonostante ricevano terapie simili. L’identificazione di un effetto antiossidante sesso-specifico della metformina assume quindi particolare rilevanza in ottica di prevenzione cardiovascolare, personalizzazione della terapia e riduzione delle disuguaglianze di genere in sanità.
I risultati dello studio indicano che il sesso deve essere considerato come variabile nella valutazione della prescrizione terapeutica per ottimizzare le strategie, per migliorare il compenso metabolico e ridurre le complicanze, nell’ottica di una medicina di precisione. Inoltre, l’utilizzo della metformina in altre condizioni come il cancro, disturbi neurologi e invecchiamento dovrebbe essere analizzate considerando le differenze di genere.
Attualmente, tuttavia, le linee guida non prevedono differenziazioni terapeutiche tra uomini e donne. «Come SIMDO riteniamo prioritario promuovere un approccio terapeutico sempre più personalizzato, capace di migliorare l’efficacia delle cure e ridurre le disuguaglianze di salute», conclude il Presidente.
Dal 1990, SIMDO riunisce diabetologi, endocrinologi, cardiologi, nefrologi, internisti, reumatologi, psicologi, infermieri e nutrizionisti nell'ottica di un coinvolgimento globale di tutte le figure sanitarie impegnate nella cura di diabete, malattie metaboliche e obesità. La Società promuove infatti iniziative mirate alla formazione costante degli specialisti con l’obiettivo di migliorare in ogni suo aspetto il percorso terapeutico dei pazienti.
L’Italia, culla della dieta mediterranea, nasconde una ferita profonda che divora il futuro: la malnutrizione forzata. Non è più solo la fame delle pance vuote, ma il paradosso di un Paese dove una mela costa più di uno snack ultra-processato e il diritto alla salute si ferma davanti allo scontrino. Nella riuscita presentazione tenutasi a Palazzo Ripetta a fine dicembre, il report OIPA ha sollevato il velo su una realtà brutale: il cibo è diventato un lusso escludente, un confine invisibile che separa chi può permettersi la vita da chi è condannato a nutrirsi di calorie vuote. Una frattura politica e sociale che ci interroga sulla nostra stessa dignità come comunità.
La voce degli esperti
L’insicurezza alimentare, intesa come difficoltà di accesso a un’alimentazione sana, adeguata e sostenibile, spiega Francesca Felici, ricercatrice e antropologa dell’OIPA: «riguarda tutte e tutti noi». «In Occidente non si muore di fame, ma tra le forme di povertà alimentare più diffuse c’è l’impossibilità di scegliere cosa mangiare: è una questione di dignità e di salute che in un certo senso tocca tutti».
Un allarme che trova conferma nelle parole di Davide Marino, Direttore scientifico dell’Osservatorio: «Un dato preoccupante, con un impatto considerevole sulle abitudini alimentare e sulla salute delle persone, in particolare dei bambini». Analizzando le conseguenze a lungo termine, Marino sottolinea come «un bambino obeso, è un adulto malato».
Infine, il Vice Direttore Generale della FAO, Maurizio Martina (citato nel volume in assenza di riferimenti a Bernaschi nei materiali), ha dichiarato: «Fanno bene gli autori a mettere in luce alcune connessioni urgenti da capire: come quella tra povertà alimentare e impatti sanitari o il legame stringente tra redditi, diete e disponibilità alimentari».
Il "Food Insecurity Premium": il costo della salute
Il dato più eclatante emerso dal volume "Povertà e insicurezza alimentare in Italia" riguarda il cosiddetto food insecurity premium: scegliere una dieta sana costa fino al 60% in più rispetto a un’alimentazione basata su prodotti ultra-processati. Tra il 2018 e il 2023, il prezzo della dieta raccomandata è salito del 24% a livello nazionale, raggiungendo i 2.130 euro annui pro-capite. Per una famiglia media, questo significa una spesa di circa 4.900 euro all'anno solo per garantire pasti equilibrati, una cifra insostenibile per i 4,9 milioni di italiani che vivono in povertà materiale.
Questa dinamica è alimentata dalla cheapflation: mentre i salari stagnano, i prezzi dei prodotti freschi sono esplosi. Tra il 2021 e il 2025, frutta e verdura hanno registrato rincari del 32,7%, superando di gran lunga l'aumento dei cibi industriali.
Una generazione che "tradisce" la dieta mediterranea
Il risultato di queste barriere economiche è un abbandono di massa del modello alimentare mediterraneo. Oggi, solo il 43% degli italiani lo segue, mentre oltre il 60% della popolazione presenta una dieta non conforme. La frattura è drammaticamente generazionale: tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, solo il 32% sceglie alimenti sani, mentre il 31% dei giovani adulti ha adottato il modello "occidentale", saturo di grassi e zuccheri.
Il paradosso è visibile soprattutto nelle aree più fragili, dove malnutrizione e obesità convivono. In Italia, più di un bambino su cinque convive con l’obesità, una quota che sale a uno su tre nelle zone più povere.
Nuove geografie della fragilità e limiti degli aiuti
L'insicurezza alimentare non è più un problema confinato al solo Mezzogiorno, che pure ha registrato un aumento dei prezzi alimentari del 27% nel 2023. La domanda di aiuto cresce con velocità inedita al Nord: in Trentino-Alto Adige i beneficiari di sostegni sono aumentati dell'89% in tre anni. Nelle grandi metropoli come Roma, sorgono i "deserti alimentari", quartieri dove reperire cibo fresco è fisicamente difficile e le reti di assistenza sono assenti.
Nonostante l’aumento dei beneficiari, il sistema degli aiuti mostra gravi lacune:
In un Paese che ha fatto del cibo il proprio vessillo culturale, questi numeri raccontano una realtà diversa: quella in cui mangiare sano non è più un diritto garantito, ma una variabile dipendente dal reddito, capace di ipotecare la salute delle future generazioni.
A cura di Mario Zimbalo
Foto di Davies Designs Studio su Unsplash

