Quasi due terzi dei neonati italiani con labiopalatoschisi hanno ricevuto cure specialistiche presso uno dei centri della Rete Smile House nel 2023. Un risultato importante, celebrato insieme a molti altri durante la cerimonia del 7 maggio per i 25 anni di Smile House Fondazione ets, a cui si deve la creazione di un sistema assistenziale senza precedenti in Italia per il trattamento delle malformazioni cranio-maxillo-facciali.

"In questi 25 anni abbiamo costruito una comunità di cura che mette al centro il paziente e la sua famiglia," ha dichiarato durante la celebrazione tenutasi presso la Camera dei Deputati, Domenico Scopelliti, Fondatore e Vicepresidente della Smile House Fondazione ets. "Il nostro obiettivo è rafforzare la rete, investire nella formazione e nella ricerca, migliorare l'integrazione tra i centri e continuare a contrastare la migrazione sanitaria. Ogni paziente merita di essere curato vicino a casa, con professionalità e competenza fino al termine della crescita."

Fondata nel 2000, l'organizzazione ha prestato assistenza a oltre centomila pazienti, grazie all’attività congiunta degli otto centri presenti sul territorio italiano e del personale volontario nelle missioni internazionali. La Rete Smile House è composta da quattro poli chirurgici principali situati a Roma, Vicenza, Pisa e Monza, supportati da quattro centri ambulatoriali a Cagliari, Taranto, Ancona e Catania, realizzati grazie a collaborazioni strategiche con strutture del sistema sanitario pubblico.

Una rete efficiente e diffusa da “ampliare e rendere sempre più accessibile, con il sostegno di chi crede in una sanità innovativa e vicina alle persone” ha commentato Stefano Zapponini, Presidente della Smile House Fondazione ets.

Tra i rappresentanti delle istituzioni presenti, l'onorevole Giorgio Mulè, Vicepresidente della Camera dei Deputati, ha sottolineato l’importanza “di un impegno che si fa responsabilità sociale e azione concreta verso chi ha più bisogno”.

La Fondazione opera nel quadro di un Piano d’Intesa con il Ministero della Salute, avviato nel 2008 e rinnovato nel 2022, che delinea le modalità per offrire un percorso di assistenza completo e promuovere l'avanzamento della ricerca scientifica nel campo.

Il “modello virtuoso”, come è stato definito dalla dottoressa Marina Elvira Calderone, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, si è esteso oltre i confini nazionali, con programmi già operativi in India, Pakistan e Colombia. L'organizzazione accoglie inoltre nei suoi centri italiani pazienti provenienti da nazioni in cui mancano le risorse necessarie per accedere a trattamenti adeguati e partecipa attivamente a missioni umanitarie internazionali, come quelle realizzate a bordo della Nave Cavour.

Non solo la celebrazione di una data simbolica, quindi, ma il punto sui traguardi di Smile House e il rinnovo di un impegno decennale dall’impatto decisivo per migliaia di famiglie.

A cura di Micol Weisz

Foto di Jonathan Borba su Unsplash

Michele Vietti è il nuovo Presidente di FEDERSALUTE, Federazione Nazionale di settore della Sanità della Confcommercio Imprese per l’Italia. Lo ha eletto questa mattina il Consiglio Generale, di cui fanno parte, oltre ad ACOP - Associazione Coordinamento Ospedalità Privata, presieduta dallo stesso Vietti, le associazioni di categoria ANA-ANAP/FIA (Associazione Nazionale Audioprotesisti), ANASTE (Associazione Nazionale Strutture Territoriali e per la Terza Età), ASSOFARM (Farmacie Comunali e Servizi Socio Farmaceutici), ASCOFARVE (Associazione Nazionale Distributori Medicinali Veterinari), FEDEROTTICA (Associazione Federativa Nazionale Ottici Optometristi), FEDERSAN (Federazione Nazionale Commercianti Articoli Sanitari, Ortopedici e Parafarmaci), FEI (Federazione Erboristi Italiani), LAISAN (Libera Associazione Imprese Sanità Ambulatoriale Nazionale).

“Ringrazio per la fiducia accordatami dai rappresentanti delle varie componenti del mondo della sanità” ha dichiarato l’onorevole Vietti, già Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, a margine della riunione. “Sono pronto a dare il mio contributo nel rilanciare l’attività di FEDERSALUTE, in collaborazione con Confcommercio, valorizzando in un disegno unitario le specificità della Federazione, con un progetto associativo volto a sollecitare la politica e le istituzioni a porre rimedio alle disfunzioni del SSN”.

Lavarsi le mani resta il gesto più semplice ed efficace per prevenire la diffusione delle infezioni, soprattutto in ambito sanitario. Lo ha ribadito la Società Italiana di Medicina Interna (SIMI) nella Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani, indetta come ogni anno il 5 maggio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità con lo slogan “Save Lives: Clean Your Hands”.

I dati, del resto, parlano chiaro: si stima che una corretta igiene delle mani possa prevenire fino al 50% delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria (ICA) e che i costi derivanti dall’implementazione della corretta igiene delle mani ammonterebbero a meno del 2% dei costi legati alle infezioni così evitate.

Secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), ogni anno in Europa si verificano circa 4,1 milioni di ICA, responsabili di 37.000 decessi diretti. In Italia, i dati non sono più rassicuranti: qui 1 paziente su 20 contrae un’infezione durante il ricovero ospedaliero, con impatti gravi sia sulla salute pubblica sia sui costi del sistema sanitario nazionale, mentre a livello globale il numero sale a 1 paziente su 10.

Le infezioni più comuni sono quelle del tratto urinario, del sito chirurgico, polmonari e le batteriemie. Eppure, spiega il professor Emanuele Durante Mangoni, professore associato di medicina interna presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e direttore della Uoc Medicina Interna e Trapianti dell’Ospedale Monaldi di Napoli, «l’igiene delle mani è la misura di prevenzione più efficace. Se fosse un farmaco, verrebbe approvato in tempi record per la sua efficacia documentata».

Nonostante da decenni le evidenze scientifiche indichino che il semplice lavaggio delle mani può ridurre drasticamente la contaminazione, l’aderenza da parte degli operatori sanitari rimane bassa nei cinque momenti critici identificati dall’OMS:

  1. Prima del contatto con il paziente
  2. Prima di una procedura asettica
  3. Dopo l’esposizione a fluidi corporei
  4. Dopo il contatto con il paziente
  5. Dopo il contatto con le superfici circostanti

La SIMI rilancia l’importanza della formazione continua, della sorveglianza attiva e dell’uso appropriato di gel idroalcolici, da affiancare al lavaggio tradizionale con acqua e sapone.

«L’aderenza all’igiene delle mani protegge i pazienti, gli operatori sanitari e le loro famiglie», conclude Durante Mangoni. «È il gesto più semplice e potente nella lotta contro le infezioni ospedaliere».

A cura di Micol Weisz

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La Federazione Europea dei Medici Salariati (FEMS) ha presentato il 23 aprile 2025 al Parlamento Europeo di Bruxelles il suo studio sulle condizioni lavorative dei medici europei, con il supporto del parlamentare comunitario Raffaele Topo. Il "White Book" è un documento completo che evidenzia le sfide più urgenti che i medici dipendenti affrontano in Europa e propone soluzioni concrete. L'evento ha riunito medici, rappresentanti di associazioni mediche europee, sindacati e istituzioni, generando un vivace dibattito sulle misure necessarie per garantire condizioni di lavoro dignitose e sistemi sanitari sostenibili in tutto il continente.

Al centro del "White Book" vi è una forte critica alla inadeguata trasposizione della Direttiva europea sull'orario di lavoro. Troppo spesso, gli straordinari e i turni di reperibilità non godono delle tutele previste dalla legge, con inevitabili conseguenze sulla salute fisica e mentale dei medici. "Un medico che deve essere reperibile vicino al posto di lavoro non può essere considerato a riposo", ha sottolineato Alessandra Spedicato, Presidente FEMS, chiedendo che lo status di reperibilità sia riconosciuto come categoria distinta nei contratti di lavoro. Il documento affronta anche l'aumento delle aggressioni verbali e fisiche al personale ospedaliero, il riconoscimento del "lavoro usurante" in ambito sanitario e la necessità di riequilibrare i percorsi di carriera alla luce della crescente femminilizzazione della professione.

"La spesa sanitaria non è un costo, ma un investimento in un diritto fondamentale - sancito in molte costituzioni nazionali", ha dichiarato Alessandra Spedicato rivolgendosi alle istituzioni europee. "Questo investimento migliora e determina la salute della popolazione, che deve essere considerata la forza trainante delle economie nazionali e della crescita del PIL". Il dibattito è stato arricchito dai contributi di esperti dell'OMS, BMA, AEMH e EJD, che hanno offerto preziosi spunti sul ruolo delle istituzioni, l'invecchiamento del personale medico, la remunerazione equa e la formazione post-laurea per affrontare la carenza di professionisti sanitari, soprattutto infermieri. Per trasformare queste proposte in politiche attive, la FEMS lancerà presto il progetto "Shaping the Future of Doctors' Health", volto a raccogliere dati comparativi a livello nazionale ed europeo e definire standard organizzativi più sostenibili.

Foto di Maskmedicare Shop su Unsplash

Vedere il mondo senza ostacoli, praticare sport in libertà, mostrarsi al naturale senza montature sul viso. Sono queste le sensazioni che il 74% degli utilizzatori di lenti a contatto associa alla propria scelta e a tale dispositivo, piccolo e rivoluzionario, è stata dedicata la Prima Giornata Mondiale delle Lenti a Contatto, celebrata il 15 aprile a Roma, presso la Galleria del Cembalo di Palazzo Borghese, su iniziativa di Assottica - Gruppo Contattologia.

Da Leonardo da Vinci alla street art contemporanea

La data scelta è il giorno di nascita di Leonardo da Vinci, a cui si deve l’intuizione del principio ottico che avrebbe portato, secoli dopo, allo sviluppo delle moderne lenti a contatto. Un filo invisibile che lega l'intuizione scientifica all'arte, fino all'installazione "LOVE YOUR EYES" dell'artista americana Finley, presentata nel corso dell'evento.

«Ho voluto rappresentare lo sguardo come punto di incontro tra persone, come atto di amore e di cura», ha spiegato l'artista presentando l'opera, che verrà prossimamente troverà installata nel cuore dello Street Art District romano.

Tecnologia e percezione di sé

«Sono un piccolo gesto d'amore verso me stessa», ha confessato l'attrice Nicoletta Romanoff parlando del suo rapporto con le lenti a contatto. Parole che confermano i risultati della ricerca "Voice of the customer", condotta nel 2024 da Jarach&Associati per Assottica, secondo cui oltre la metà degli utilizzatori (51,3%) associa le lenti a un aumento della fiducia in sé stessi.

Una rete nazionale per la salute degli occhi

L'iniziativa, promossa da Assottica - Gruppo Contattologia, non si è limitata all'evento romano. In contemporanea, 1.500 centri ottici in tutta Italia hanno organizzato iniziative locali, creando una vera e propria rete di sensibilizzazione sulla salute visiva.

«C'è ancora molto da fare in termini di informazione», ha sottolineato durante l'evento Filippo Pau, presidente di Assottica. «Il 90% di chi non ha mai provato le lenti a contatto sarebbe disposto a farlo se adeguatamente informato e supportato. È un dato che ci spinge a intensificare il nostro impegno nella divulgazione».

Tra comfort e sicurezza

La giornata ha ospitato anche un confronto tra esperti, con il medico oculista Antonio Di Zazzo e l'ottico optometrista Andrea Cappellini che hanno sfatato alcuni miti sulle lenti a contatto, fornendo indicazioni pratiche per un utilizzo sicuro e confortevole.

Le tecnologie sono enormemente migliorate negli ultimi anni, hanno spiegato gli specialisti, ma resta fondamentale la personalizzazione e il rispetto di alcune semplici regole d'uso. Un messaggio ripreso anche da Teresio Avitabile, Presidente della Società Italiana di Scienze Oftalmologiche, e Andrea Afragoli di Federottica.

Da semplice strumento correttivo a elemento di benessere quotidiano, le lenti a contatto hanno compiuto un lungo viaggio nella storia della scienza e del costume. E da oggi, grazie all'opera di Finley, sono entrate a far parte del panorama artistico urbano della capitale.

A cura di Micol Weisz

Contro la sindrome metabolica, le armi migliori restano la perdita di peso e uno stile di vita sano. Al tema, il XXXI Congresso nazionale delle Malattie Digestive, promosso dalla Federazione Italiana delle Società delle Malattie dell'Apparato Digerente (FISMAD), a Roma dal 13 al 15 aprile,che vede la presenza numerosa della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE), dedica una sessione per illustrare le evidenze finora acquisite sugli approcci terapeutici al paziente.

La sindrome metabolica èl’insieme di condizioni mediche in grado di aumentare significativamente il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e altre gravi patologie, oltre ad essere la principoale causa di cirrosi epatica.

“Non esiste una terapia specifica contro la sindrome metabolica, a parte il consiglio di seguire la dieta mediterranea ed un corretto stile di vita, basato sul controllo del peso corporeo e sulla regolare attività fisica”, afferma Gianluca Svegliati Baroni, Professore Associato in Gastroenterologia all’Università Politecnica delle Marche e responsabile della struttura dipartimentale Danno Epatico e Trapianti presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche di Ancona. 

Il professor Svegliati Baroni rimarca la necessità di collaborazione fra gli specialisti e la medicina generale: “I medici di base – spiega – possono gestire le prime fasi della terapia del diabete, dell'ipertensione, della dislipidemia e aiutare il paziente a correggere lo stile di vita, incentivando l’attività fisica quotidiana che lo aiuti a perdere quella quota di peso necessaria a guarire”.

In particolare, per il danno epatico legato alla sindrome metabolica, è dimostrato che la perdita fra il 7 e il 10% del peso corporeo porta alla risoluzione delle anomalie istologiche. 

“La maggior parte delle malattie epatiche – evidenzia il professore – è legata a fattori metabolici e all'alcol, con un potenziale di prevenzione significativo attraverso il cambiamento delle abitudini. Inoltre, è stato calcolato che circa 2 milioni di persone muoiono ogni anno a livello globale a causa delle malattie di fegato e che il 90% di queste patologie potrebbe essere curato semplicemente modificando lo stile di vita”. A questo proposito, il professor Svegliati Baroni ricorda come il prossimo 19 aprile, in occasione del World Liver Day, le società scientifiche internazionali punteranno sul messaggio che “il cibo è medicina”. 

Chirurgia bariatrica. Una delle alternative teraputiche della sindrome metabolica è la chirurgia bariatrica applicata però solo a pazienti con obesità severa e in condizioni cliniche ottimali. 

All’Università Federico II di Napoli, il gruppo di ricerca guidato da Filomena Morisco, Direttore della Scuola di Specializzazione in malattie dell’Apparato Digerente dell’Università di Napoli Federico II, ha avviato due anni fa uno studio che vede l’impiego della chirurgia sui pazienti affetti da Metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease (MASLD). L’abstract del lavoro è stato pubblicato a febbraio sulla rivista scientifica internazionale Digestive and Liver Disease.

“Lo scopo – afferma la professoressa – era stimare il grado di miglioramento della steatosi e della fibrosi del fegato, a seguito dell’intervento chirurgico. Sono stati arruolati 96 pazienti, sui quali sono state compiute valutazioni cliniche ed esami tramite l’elastografia. Il risultato emerso è stato benefico e molto rapido – sottolinea –. Già a distanza di 6-12 mesi dall’intervento è stata osservata una riduzione della steatosi e della fibrosi statisticamente significativa”.

Nuovi medicinali. Altra strada intrapresa per intervenire sulla sindrome metabolica è quella che riguarda il trattamento farmacologico.

“Al momento – commenta la professoressa – è in fase di studio una serie di farmaci, già in uso in ambito diabetologo, ovvero i agonisti del recettore GLP-1, che riducono il peso corporeo e migliorano la steatosi e la steatoepatite, spesso associate alla sindrome metabolica. I farmaci non sono ancora stati autorizzati in Europa e negli Stati Uniti per lo specifico danno epatico ma gli studi sono al termine della fase III. A breve avremo dunque la possibilità di adottare un approccio terapeutico a questa condizione, utilizzando i farmaci già disponibili in ambito diabetologico”.

Foto di Oliver Sjöström su Unsplash

La nuova Piastra 2 del Policlinico Umberto I di Roma si distingue per un ambiente accogliente e moderno, lontano dall’immagine tradizionale di un pronto soccorso caotico. Lo spazio, pensato per i pazienti in attesa di ricovero, è stato inaugurato il 1° aprile dal presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca.

L’intervento fa parte di un piano più ampio per migliorare la gestione delle emergenze all’interno del Dipartimento di emergenza-accettazione (Dea) dell’ospedale universitario, grazie a finanziamenti legati al Giubileo. Nei prossimi mesi verranno ristrutturate anche Piastra 1, Piastra 3 e l’Osservazione breve intensiva, con un investimento complessivo di 3,2 milioni di euro.

Secondo Fabrizio d’Alba, direttore generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria, l’obiettivo è rendere più efficiente il percorso dei pazienti, assegnando aree specifiche a diverse tipologie di casi. Questo approccio mira a ridurre i tempi di attesa, uniformare le procedure e migliorare il lavoro del personale sanitario. Un punto chiave, sottolineato dalla rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, è il potenziamento dell’aspetto umano nelle cure.

Negli ultimi due anni, la Regione Lazio ha destinato 300 milioni di euro agli ospedali del territorio, ai quali si aggiungono risorse provenienti dal PNRR e dal Giubileo. Andrea Urbani, direttore della programmazione regionale, ha evidenziato l’importanza di questi investimenti per il settore sanitario.

Il presidente Rocca ha inoltre evidenziato il miglioramento nella gestione dei tempi d’attesa nei pronto soccorso, passati dal 67% al 96% di rispetto delle tempistiche previste. Per il Policlinico Umberto I sono previste oltre mille nuove assunzioni entro la fine dell’anno, mentre per il 2030 si punta alla costruzione di un nuovo ospedale. Entro fine aprile si attende un primo via libera dall’INAIL sui progetti preliminari.

Tra le priorità indicate da Rocca rientrano la buona spesa e il rispetto della dignità di operatori sanitari e pazienti. Inoltre, sia il presidente che la rettrice Polimeni concordano sull’importanza di includere esperienze nei pronto soccorso o nei Dea all’interno della formazione di tutti gli specializzandi, rendendole obbligatorie.

A cura di Micol Weisz

Tra le prime cause di morte nel mondo, le malattie cardiovascolari costituiscono una minaccia concreta per il 50,1% degli italiani tra i 40 e i 69 anni senza eventi cardiovascolari pregressi. Un numero importante, che arriva a costare 13,4 miliardi ogni anno alla sanità pubblica.

Secondo il Position Paper “Rischio cardio-metabolico in Italia: il ritorno economico di screening della popolazione” realizzato da TEHA Group, screening mirati e campagne di prevenzione sarebbero in grado di prevenire l’80% dei decessi, riducendo il burden sanitario e offrendo un ritorno economico positivo per il SSN.

Presentato a Roma durante l’incontro “La prevenzione cardio-metabolica nei soggetti a rischio medio-alto. Il ritorno economico di un programma di screening della popolazione”, il documento analizza l’impatto economico della prevenzione in ambito cardio-metabolico, determinante in termini di vite salvate e ottimizzazione della spesa pubblica.

L’impatto dei fattori di rischio: prevenire è meglio che curare

Come sottolineato da Claudio Borghi, Professore Ordinario di Medicina Interna presso l’Università degli Studi di Bologna e Componente del CdA dell’ISS, nel corso dell’incontro, «i fattori di rischio si aggregano nello stesso soggetto, facendo del rischio cardiovascolare una somma di determinanti» per questo, continua «serve una valutazione globale che sia al centro delle strategie di prevenzione».

In effetti, secondo gli ultimi dati del Progetto Cuore dell’ISS, il 98% della popolazione italiana di età compresa tra i 18 e i 69 anni presenta almeno un fattore di rischio tra ipertensione, ipercolesterolemia, diabete, sedentarietà, fumo, eccesso ponderale, scarso consumo di frutta e verdura. Problematiche che, ha spiegato Riccardo Candido, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi e della Federazione Società Diabetologiche Italiane, «sono presenti in cluster» e, come nel caso del diabete, presente nel 60% dei ricoverati per patologie cardiovascolari, «aumentano il rischio di multicronicità».

Rossana Bubbico, Senior Consultant della Practice Healthcare di TEHA Group, ha quindi ribadito l’importanza di un intervento sui fattori di rischio, ad oggi causa di 3 decessi su 4 per quanto riguarda le patologie cardio-metaboliche.

Se le terapie specifiche sono infatti decisamente efficaci e avanzate, in Italia, ha evidenziato Ciro Indolfi, Presidente della Federazione Italiana di Cardiologia, manca un piano strategico per la prevenzione delle malattie cardiovascolari.

Il ritorno economico della prevenzione cardio-metabolica

Secondo la Senatrice Elena Murelli, intervenuta durante la presentazione, è necessario e possibile un cambio di mentalità a livello istituzionale. In questo senso, il New Economic Governance Framework dell’Unione Europea rappresenta uno strumento prezioso, in quanto promuove investimenti pubblici flessibili in settori prioritari come la sanità pubblica e la prevenzione sanitaria.

Secondo lo studio di TEHA, un piano di prevenzione dei rischi cardio-metabolici a cui aderisse il 40% della popolazione target, garantirebbe un ritorno netto di 0,4-0,8 euro per ogni euro investito. Se anche la percentuale dei partecipanti scendesse allo 0,3%, l’intervento risulterebbe comunque economicamente sostenibile.

Non sembrano quindi esserci dubbi sui vantaggi offerti dalla prevenzione delle malattie cardio-metaboliche, fondamentale a livello economico, sanitario e sociale.

Un nuovo Position Paper e un cortometraggio in tre episodi sono al centro della campagna “Più – Più cura. Più tempo. Più vita.”, promossa dall’azienda biofarmaceutica Takeda Italia, per sensibilizzare sulla esperienza dei pazienti con tumore metastatico del colon-retto. L'iniziativa, patrocinata da importanti associazioni e fondazioni, si propone di far luce su come l'approccio alla cura di questa grave condizione possa essere migliorato attraverso un modello integrato e personalizzato, che vada oltre il semplice trattamento medico.

Per una vita migliore

L’obiettivo è chiaro: più cura, con un approccio che unisca competenze multidisciplinari per affrontare tutte le sfide del paziente; più tempo, garantendo diagnosi precoce e accesso alle terapie più innovative; più vita, aiutando i pazienti a vivere pienamente ogni momento del loro percorso. Un'iniziativa che promuove un approccio integrato che unisce trattamenti medici, supporto psicologico e attenzione alla vita quotidiana. Si guarda al "continuum of care", la continuità di cure. “Approccio ampiamente utilizzato nel tumore del colon-retto, in particolare nel carcinoma metastatico”, ha spiegato Gianluca Masi, Direttore dell’U.O. Oncologia Medica 2 dell'Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana.

La seconda causa di morte in Italia

Preceduto solo dal cancro al polmone, il tumore metastatico del colon-retto è la seconda causa di morte in Italia, nonché la terza neoplasia più diffusa al mondo, con un preoccupante aumento fra i giovani.  Ma grazie a progressi nella diagnosi e nel trattamento, oggi è possibile offrire a chi ne è colpito nuove speranze e una vita più lunga. Infatti, le ultime stime dicono che l’incidenza nelle popolazioni più anziane è in diminuzione grazie ai programmi di screening.

Una diagnosi precoce che salva la vita

La campagna enfatizza l’importanza della diagnosi precoce e della continuità delle cure per rallentare la progressione della malattia. “A oggi i programmi di screening offerti gratuitamente dal nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nella fascia d’età 50-69 anni, si basano sulla ricerca di sangue occulto nelle feci ogni due anni, e qualora risultasse positivo, il passaggio successivo obbligatorio è la colonscopia – riferisce  Tiziana Pia Latiano, Oncologa, Consigliere Nazionale AIOM – Associazione Italiana di Oncologia Medica. Si cerca quindi di sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sull’importanza di un approccio che non si limiti solo agli aspetti clinici, ma che consideri anche il benessere psicologico e sociale del paziente. Come anche il suo “diritto all’oblio e alla riservatezza della propria malattia”, come sostenuto da Cosimo Finzi, direttore Astraricerche.

Una medicina vicina al paziente

Al centro della campagna Il Patient Council, composto da Associazioni Pazienti, Società Scientifiche e key opinion leader. Da qui è stato elaborato un Position Paper per migliorare l'esperienza di cura dei singoli pazienti, concentrandosi su tre categorie: continuità assistenziale con approccio multidisciplinare e personalizzato, attenzione alla prevenzione, diagnosi precoce e supporto psico-oncologico; sensibilizzazione per il benessere e la qualità della vita. Un passo importante per un cambiamento culturale che possa davvero fare la differenza nella vita di chi affronta la malattia.

A cura di Serena Santoli

Foto di National Cancer Institute su Unsplash

Quali sono i vantaggi delle terapie combinate, che utilizzano due o più principi attivi con meccanismi d’azione diversi? Le evidenze cliniche mostrano sempre più l’importanza di associare diversi farmaci per trattare alcune patologie, con due obiettivi principali: da un lato, colpire più target terapeutici contemporaneamente, dall’altro, massimizzare l’efficacia del trattamento. Il progetto "ComboConnect – Bridging access gaps in combination therapies", realizzato da More Than Access (MTA) in collaborazione con ISPOR Italy-Rome Chapter, ha tracciato un percorso che va dall'analisi delle problematiche alle proposte di soluzione, con il Report presentato a Roma. In Italia, sono oltre 140 le terapie combinate utilizzate in diverse aree terapeutiche, come oncologia, cardiologia, endocrinologia, infettivologia e psichiatria. Negli ultimi anni, le evidenze cliniche hanno sottolineato l'importanza di combinare più principi attivi per il trattamento di determinate patologie, con l'obiettivo di colpire più target terapeutici simultaneamente e ottimizzare l'efficacia del trattamento. 

Quali vantaggi per i pazienti in multiterapia

Le terapie combinate possono offrire una maggiore efficacia clinica, ridurre la resistenza, diminuire la tossicità e gli effetti avversi, e migliorare l’aderenza terapeutica, un aspetto cruciale per i pazienti in multiterapia. L'obiettivo di ComboConnect è analizzare il panorama delle terapie combinate coinvolgendo esperti in regolamentazione farmaceutica, legislazione, economia, farmacologia e clinica. Lo scopo è creare consapevolezza e rispondere alle difficoltà di accesso a queste terapie, minimizzando i ritardi e ottimizzando l'accesso alle cure per i pazienti, garantendo la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e, soprattutto, la salute dei pazienti.

Tra opportunità e difficoltà

Le terapie combinate rappresentano unopportunità terapeutica consolidata nella medicina moderna, con benefici moltiplicati per i pazienti. Il progetto ComboConnect coinvolge esperti in regolamentazione, legislazione farmaceutica, pagatori, economisti, farmacisti e clinici, con l'obiettivo di affrontare le difficoltà di accesso a queste terapie, ridurre i rischi di ritardo e ottimizzare l'accesso dei pazienti, garantendo la sostenibilità del SSN e, soprattutto, la salute dei pazienti.

Dario Lidonnici, Founder e Managing Director di MTA, ha evidenziato le criticità sul fronte legislativo, sottolineando che “le difficoltà legate all’immissione in commercio, al rimborso e alla gestione delle terapie combinate”.  Lidonnici ha aggiunto che il Report mette in luce la necessità di intervenire in aree specifiche per migliorare le normative e promuovere la collaborazione tra le aziende, dalla fase di sviluppo all'accesso alle terapie combinate.

La collaborazione tra tutti gli attori coinvolti – pazienti, aziende, autorità di regolamentazione e il SSN – sarà cruciale per il successo di questa iniziativa. Il progetto ComboConnect, realizzato con il supporto non condizionante di Astellas, Roche, GSK e Otsuka, rappresenta un primo passo verso la definizione di percorsi condivisi e sostenibili, per garantire un accesso tempestivo a terapie combinate innovative ed efficaci.

Cosa contiene il Report e l’esigenza degli interventi normativi

Il report “ComboConnect – Bridging access gaps in combination therapies”, che analizza le 149 terapie combinate approvate al 30 aprile 2024, di cui 82 selezionate per l'analisi, evidenzia le difficoltà, come l'assenza di procedure chiare per attribuire e riconoscere il valore delle combinazioni. Per superare queste complessità, è necessario un intervento normativo mirato.

Il professor Pier Luigi Canonico, Emerito di farmacologia presso l'Università del Piemonte orientale e già presidente di ISPOR Italy-Rome Chapter, ha suggerito di promuovere linee guida a livello EMA, simili a quelle per le associazioni fisse, per stabilire criteri chiari per la gestione delle combinazioni e ridurre i ritardi e i disallineamenti tra i Paesi europei.

Il professor Claudio Jommi, Ordinario di economia aziendale presso l'Università del Piemonte orientale e presidente eletto di ISPOR Italy-Rome Chapter, ha evidenziato la complessità della definizione del prezzo delle combinazioni. “Occorre considerare le difficoltà nel determinare il valore aggiunto delle diverse componenti di una combinazione. Una possibile soluzione è mantenere il premio di prezzo per il farmaco add-on, considerando che è il principale responsabile dei benefici incrementali, e reintrodurre il pricing ‘indication-based’ Uno sforzo che potrebbe favorire un equilibrio tra sostenibilità e innovazione.

A cura di Serena Santoli

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