Un fenomeno sottostimato con numeri allarmanti
Ogni anno circa 290mila casi di infezione respiratoria acuta negli adulti e 1.800 decessi. Sono i numeri registrati solo in Italia per il virus respiratorio sinciziale (Vrs o Rsv nella sigla inglese), che si presenta con sintomi simil-influenzali, ma può determinare complicanze respiratorie significative nei soggetti fragili come over 60, persone immunocompromesse e neonati. Un fenomeno sottovalutato e sottostimato, specialmente nella popolazione adulta e anziana: spesso, infatti, la malattia da Rsv non viene diagnosticata correttamente. La protezione dei soggetti fragili resta la priorità: in Italia si registrano infatti oltre 50mila ricoveri all'anno. Nel dettaglio si contano circa 25mila ospedalizzazioni di bambini sotto i 5 anni di età legate alle complicanze come bronchiolite e polmoniti, e circa 26mila negli over 60. Sul fronte della prevenzione, sono oggi disponibili strumenti sicuri ed efficaci come la vaccinazione e l'immunoprofilassi; nonostante queste opportunità, però, l'Rsv non è ancora incluso nel Piano nazionale di prevenzione vaccinale (Pnpv).

Di questi temi e della necessità di una informazione corretta e aggiornata sui rischi e sulle strategie di prevenzione a disposizione si è parlato al media tutorial "Giornalismo scientifico e comunicazione biomedica: il caso della malattia infettiva da virus respiratorio sinciziale" promosso dal Master Sgp - La Scienza nella pratica giornalistica della Sapienza Università di Roma, con il contributo non condizionante di Pfizer, che ha messo a confronto i giornalisti con gli esponenti del mondo medico-scientifico, specialisti in igiene, medicina preventiva e pediatria. "La maggior parte dei virus respiratori ha una spiccata tendenza stagionale", afferma Pier Luigi Lopalco, professore ordinario di Igiene dell'Università del Salento. "Nell'emisfero Nord del pianeta è nei mesi invernali che si verificano i picchi di infezioni da influenza, virus respiratorio sinciziale, Sars-CoV-2, metapneumovirus, rhinovirus e adenovirus. La circolazione combinata di questi virus rende la stagione invernale particolarmente critica in termini di pressione sul sistema sanitario. Ancora oggi le informazioni che abbiamo sulla circolazione dei virus respiratori sono affette da una forte sottostima". Il sistema di sorveglianza, osserva Lopalco, non è completamente efficiente nel rilevare i casi reali e ciò non consente di valutarne il reale impatto sociosanitario: a questo scopo sarebbe necessario impostare studi ad hoc che hanno mostrato che il danno individuale e sociale di queste infezioni va ben oltre il periodo della malattia acuta. Nei soggetti fragili e anziani, ad esempio, un periodo di ricovero dopo un'infezione respiratoria può scatenare una serie di complicanze e si associa spesso a una perdita consistente dell'autonomia.
In Italia, dopo l'esperienza della pandemia da Covid-19, il sistema di sorveglianza dell'influenza Influnet si è ampliato diventando RespiVirNet, con l'obiettivo di migliorare le conoscenze su altri virus respiratori come l'Rsv che si possono prevenire con la vaccinazione. "La sorveglianza consente di misurare il reale carico di malattia, supporta la programmazione sanitaria e l'allocazione delle risorse, guida le decisioni sulle strategie preventive e aumenta la consapevolezza del carico di malattia", evidenzia Caterina Rizzo, professoressa ordinaria di Igiene e medicina preventiva dell'Università di Pisa. "Comprendere e comunicare il peso dell'Rsv a tutti gli attori coinvolti è essenziale per rafforzare la prevenzione, ridurre la sottostima e tutelare le fasce più vulnerabili della popolazione". Il virus respiratorio sinciziale colpisce in modo diverso nelle differenti fasce d'età. L'Rsv "è un virus ubiquitario che colpisce praticamente tutti i bambini entro i 2 anni di vita, con possibili reinfezioni nel corso della prima infanzia e financo in età adulta", illustra Paolo Manzoni, professore associato di Pediatria e neonatologia dell'Università di Torino. "Se nei soggetti oltre i 2 anni di età il virus causa spesso sintomi simil-influenzali, colpendo per lo più le vie aeree superiori, al contrario una percentuale importante di pazienti con età meno di 2 anni presenta coinvolgimento delle basse vie aeree che può sfociare, nello specifico, nel quadro clinico classico conosciuto come bronchiolite e nelle sue complicanze sia immediate, sia a lungo termine".
A partire dal 2023 nell'Unione europea sono stati resi disponibili vaccini contro l'Rsv indicati per proteggere sia i neonati fino ai 6 mesi, attraverso la vaccinazione della mamma (le donne in gravidanza possono vaccinarsi dalla 24esima alla 36esima settimana di gestazione), sia adulti e anziani (le società scientifiche raccomandano la vaccinazione per i soggetti a rischio di 60-74 anni e per le persone di età pari o superiore a 75 anni). L'efficacia della prevenzione nelle persone over 60 è stata evidenziata da diversi studi, tra cui una recente esperienza real world pubblicata sul New England Journal of Medicine, che ha valutato un primo impatto del vaccino nel prevenire i ricoveri: il bivalente ha ridotto da 0,66 a 0,11 gli eventi per mille persone/anno, con un'efficacia dell'83,3%. Per le forme più gravi (tratto respiratorio inferiore), l'efficacia è salita al 91,7%, superando ampiamente il criterio di successo prespecificato. "Numerosi Paesi hanno già emanato raccomandazioni per la vaccinazione contro l'Rsv in base all'età o ai fattori di rischio. Anche molte società scientifiche hanno fortemente raccomandato questa vaccinazione", rimarca Sara Boccalini, professoressa associata di Igiene dell'Università degli Studi di Firenze. "In Italia il Board del Calendario vaccinale per la vita raccomanda l'uso del vaccino contro l'Rsv per tutti i soggetti di età superiore-uguale ai 75 anni e per i soggetti affetti da patologie croniche di età uguale o superiore ai 60 anni. Tuttavia al momento la vaccinazione contro l'Rsv non è raccomandata in base all'attuale Pnpv 2023-2025. La speranza è che le istituzioni sanitarie italiane integrino quanto prima l'offerta del vaccino Rsv per la popolazione anziana e a soggetti a rischio per patologie nel calendario delle immunizzazioni offerte attivamente e gratuitamente alla popolazione".
La sfida principale resta duplice: da un lato rafforzare la raccolta di dati epidemiologici solidi per comprendere con precisione la diffusione e l'impatto della malattia infettiva da virus respiratorio sinciziale; dall'altro integrare in modo equilibrato le strategie di prevenzione disponibili, tenendo conto di tutte le popolazioni fragili a rischio di complicanze. Oltre ai neonati prematuri e di età inferiore ai 6 mesi, le popolazioni a rischio di sviluppare una patologia respiratoria grave a seguito di Rsv sono le persone over 60 e quelle immunocompromesse o con patologie preesistenti come il diabete, le malattie cardiache e polmonari, nelle quali il virus può scendere alle vie respiratorie inferiori causando principalmente polmonite. Un approccio basato sulle evidenze scientifiche potrà fornire un contributo concreto al dibattito pubblico e istituzionale, sostenendo scelte consapevoli e mirate nella tutela della salute collettiva.
In una stanza d'ospedale o in un ambulatorio oncologico, il tempo è scandito da controlli, esami, terapie. Spesso manca il tempo – e lo spazio – per la prevenzione. Eppure, è proprio lì, accanto ai pazienti più fragili, che deve esserci un vaccino che può evitare dolore cronico, infezioni invalidanti e ospedalizzazioni inutili.
È da questa consapevolezza che nasce Vax Populi, un progetto nazionale che porta la vaccinazione contro l'Herpes Zoster dentro i percorsi di cura di chi ne ha più bisogno, integrandola nelle routine cliniche e non trattandola come un'opzione accessoria.

Il titolo del progetto richiama quella condizione descritta dallo psicanalista Saverio Tomasella: sentirsi sempre penalizzati o dimenticati, come il celebre pulcino nero. È così che molti pazienti fragili percepiscono la prevenzione: qualcosa che non arriva mai a loro, un diritto negato. Con Vax Populi l'obiettivo è ribaltare questa percezione, portando il vaccino direttamente nei luoghi di cura e trasformando un senso di esclusione in un'opportunità concreta di protezione.
Il progetto, di titolarità GSK e realizzato da Nume Plus, coinvolge 10 ospedali italiani da Nord a Sud con servizi di oncologia, reumatologia e immunologia clinica, mappando i percorsi per intercettare migliaia di pazienti eleggibili alla vaccinazione.
"L'Herpes Zoster, noto anche come Fuoco di Sant'Antonio, è una malattia frequente causata dalla riattivazione del virus della varicella, contratto in età pediatrica", spiega Ivan Gentile, ordinario di malattie infettive presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. "Quando si riattiva in età adulta provoca dolore intenso e bruciante. Si calcola che almeno un terzo della popolazione lo sviluppi nel corso della vita".
Nel nostro Paese, il 40,5% della popolazione convive con almeno una malattia cronica. Eppure, secondo un sondaggio Ipsos Healthcare, quasi il 50% di chi soffre di cronicità non conosce l'Herpes Zoster o ne ha solo una vaga idea.
Il vaccino rappresenta uno strumento sicuro ed efficace, con una protezione superiore al 90% che si mantiene per oltre 10 anni. È raccomandato dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 per tutti gli over 50 e per i soggetti fragili dai 18 anni. Per questi ultimi e per gli over 65 è gratuito.
"Dai primi dati raccolti emerge che su 16mila pazienti fragili in transito in strutture di eccellenza, ad oggi solo il 10%-15% viene vaccinato per Herpes Zoster, pur avendone l'indicazione e il diritto", spiega Stefano Remiddi, coordinatore scientifico del progetto.
"Il valore aggiunto di Vax Populi è l'integrazione: portare la vaccinazione direttamente dentro i percorsi di cura, accanto agli specialisti che già seguono i pazienti", commenta il professor Gentile. "Il paziente non deve cercare il vaccino: è il vaccino a raggiungerlo, nel luogo in cui è già seguito".
Come sottolinea Saverio Cinieri, presidente di Fondazione Aiom: "La vaccinazione, inserita in un percorso strutturato, è uno strumento concreto di prevenzione delle interruzioni terapeutiche e delle complicanze evitabili. La prevenzione significa meno ricoveri, meno antibiotici, meno dolore".
Un murale che non si limita a essere guardato, ma può essere anche toccato. È "Love Your Eyes", l'opera dell'artista statunitense Finley inaugurata questa mattina sulla facciata dell'Istituto Comprensivo di Via S. Pincherle 140, nel quartiere San Paolo di Roma.
Il progetto, promosso da Assottica in occasione della prima Giornata Mondiale delle Lenti a Contatto, celebra arte, salute visiva e inclusione. La vera novità sta nella versione tattile dell'opera, donata alla scuola per permettere agli studenti non vedenti di esplorare l'arte attraverso il tatto.
"L'arte ha il potere di connettere le persone oltre ogni barriera", ha dichiarato Finley durante la cerimonia. "Love Your Eyes è un invito a guardare il mondo con occhi nuovi e a non avere paura di esprimersi".
Vedere bene per vivere meglio
Francesca La Forgia, Vicepresidente di Assottica, ha sottolineato l'importanza della prevenzione: "La sensibilizzazione dei giovani alla cura della vista è un impegno prioritario. Vedere bene significa vivere meglio in ogni contesto, dallo studio allo sport".
All'inaugurazione hanno partecipato studenti, insegnanti e rappresentanti istituzionali, tra cui gli assessori del Municipio Roma VIII Luciano Ummarino (Cultura) e Francesca Vetrugno (Scuola). Presente anche la scrittrice e TEDx speaker Deborah Tramentozzi, che ha coinvolto i ragazzi in un dialogo sull'inclusione: "Questo progetto insegna che ogni sguardo ha valore e che l'arte può essere vissuta con tutti i sensi".
Da Leonardo da Vinci al 2026
La Giornata Mondiale delle Lenti a Contatto, celebrata il 15 aprile, rende omaggio a Leonardo da Vinci che nel 1508 ebbe l'intuizione che aprì la strada al concetto di lenti a contatto. Durante l'evento è stata lanciata la campagna di adesione per l'edizione 2026, a cui gli ottici italiani possono già iscriversi sul sito di Assottica.
La versione tattile del murale è stata realizzata grazie al contributo delle organizzazioni non profit TFOS Tear Film & Ocular Surface Society e Italian & International Patrons of the Arts in the Vatican Museums.
Non sono solo gli adulti a vivere l'odissea di una diagnosi che non arriva. Anche i bambini e gli adolescenti possono finire in un labirinto di consulti e diagnosi errate. È successo a Carmen, quindicenne calabrese, che per mesi si è sentita dire da tre ospedali di essere malata psichiatrica. In realtà soffriva di una patologia rara autoimmune, scoperta solo grazie all'intuizione e al lavoro dell'ospedale San Camillo di Roma. La sua vicenda, raccontata dal Corriere della Sera, colpisce per la sua crudezza: una ragazza giovanissima, una famiglia costretta a lottare contro diagnosi che non spiegavano i sintomi, un tempo prezioso perso. Se alla fine è arrivata la verità, lo si deve alla tenacia dei genitori, ma anche e soprattutto all'aiuto di un'équipe ospedaliera capace di guardare oltre. Eppure, quanti avrebbero messo in discussione il parere concorde di tre strutture diverse?
Storie come quella di Carmen sono lo specchio di un problema più ampio, che riguarda centinaia di migliaia di persone in Italia. Per ridurre i tempi infiniti dell'odissea diagnostica nasce Argo, un progetto nazionale presentato il 26 settembre a Napoli e promosso dai Centri di coordinamento per le malattie rare di tutte le Regioni italiane. Il nome richiama quello del cane di Ulisse, simbolo di un'attesa lunga e paziente: un'immagine che racconta bene il percorso dei pazienti rari, costretti a inseguire risposte per anni prima di arrivare a una diagnosi.
Argo ha riunito 55 esperti tra medici, ricercatori, farmacisti e ingegneri biomedici, che hanno lavorato a un documento condiviso in cui sono stati individuati i cosiddetti red flags, i campanelli d'allarme che possono aiutare a sospettare tempestivamente una malattia rara. Si tratta di indicazioni preziose, pensate non solo per i centri specialistici, ma anche per i pediatri di libera scelta, i medici di base e gli operatori dei pronto soccorso. Perché troppo spesso il problema nasce a monte: sintomi atipici interpretati come segni di patologie comuni, diagnosi ripetute e sbagliate, invii tardivi ai centri di riferimento.
Come spiega Giuseppe Limongelli, direttore scientifico del progetto e responsabile del Centro regionale malattie rare della Campania, «gli indicatori possono diventare una guida per i medici che non hanno competenze specifiche, facilitando l'invio rapido a uno specialista e riducendo il rischio che il paziente resti per anni senza risposte». Un passaggio che non riguarda solo la clinica, ma anche la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie, spesso logorate da visite, spostamenti, ricoveri ripetuti.
Il tema è ben sintetizzato anche da Roberto Poscia, Direttore del Centro Interdipartimentale Malattie Rare, AOU Policlinico Umberto I rappresentante del Lazio: «I pazienti che vanno incontro a un ritardo diagnostico ricevono inevitabilmente anche un ritardo terapeutico, con il risultato di non avere un controllo ottimale della malattia. Questo si traduce in un aumento dei costi per il Servizio sanitario nazionale: spesso, infatti, i pazienti vivono vere e proprie odissee, passando da numerosi specialisti, con ripetuti accessi al pronto soccorso, mentre la terapia arriva troppo tardi». Un ritardo, quindi, che pesa due volte: sulla salute del paziente e sul sistema sanitario.
Proprio per questo, il progetto Argo non si limita alla condivisione di un documento tecnico, ma punta a costruire una cultura diffusa, che coinvolga scuole, medici di base, società scientifiche, ordini professionali e associazioni di pazienti. «Supportiamo il progetto Argo che mette insieme tutti i soggetti coinvolti per ridurre l'odissea diagnostica – sottolinea Lorenza Macrina, responsabile delle attività medico-scientifiche e della qualità presso Otsuka Pharmaceutical Italy –. Sicuramente per lavorare insieme serve dialogo, collaborazione e un obiettivo unico».
Sulla stessa linea, Federica Sottana, Senior Country Medical Director e responsabile Medical Affairs di Alexion, divisione Rare Disease di AstraZeneca, aggiunge: «Promuovere la conoscenza, favorire la diagnosi precoce e sensibilizzare fa sempre parte del nostro impegno. Quando siamo stati contattati abbiamo aderito con grande entusiasmo, consapevoli dell'importanza di supportare gli esperti nell'individuare i red flags, così da garantire una presa in carico tempestiva».
Davide Cafiero, managing director di Helaglobe, società specializzata in consulenza, ricerca, comunicazione scientifica e sviluppo tecnologico che supporta il progetto Argo, nell'illustrare i prossimi passi del progetto, ha tracciato la roadmap dei mesi a venire: «Ci attende un percorso articolato di dialogo con la comunità scientifica, attraverso incontri mirati con i presidenti delle diverse società scientifiche. Lavoreremo in stretta collaborazione con il gruppo dei centri regionali malattie rare per tradurre le indicazioni emerse in azioni concrete. Il prossimo appuntamento formale che coinvolgerà tutti gli attori del progetto è fissato per il 18 febbraio 2026 al Senato, presso la sala dei Caduti di Nassirya. Sarà un incontro istituzionale nel mese dedicato alle malattie rare, un momento per fare il punto sul cammino di Argo e rilanciare con ancora più forza il nostro impegno comune».
L'ambizione è chiara: trasformare l'eccezione di Carmen e di tanti altri pazienti in un percorso sempre meno frequente, in cui le diagnosi arrivate troppo tardi lascino spazio a un sistema più rapido, equo e capace di rispondere con competenza alle sfide delle malattie rare.
A cura di Serena Santoli
È dedicato a Giulia Monteleone, appassionata docente impegnata sul fronte dell'inclusione sociale e della crescita delle istituzioni educative, scomparsa sei anni fa, il convegno che si terrà mercoledì 1° ottobre a Conversano (ore 14.30 Chiesa dei Paolotti - Seminario Arcivescovile Via dei Paolotti, 7).
Intitolato "La Scuola come fucina di cittadinanza: il progetto 'Immigrati: diritto alla salute ed equità sociale'", racconterà il progetto che ha offerto alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Professionale per i Servizi Sociali "De Lilla" di Conversano l'opportunità di conoscere e di affrontare con competenza la delicata tematica della comunicazione tra pazienti immigrati e medici di medicina generale.
L'obiettivo era quello di far comprendere agli alunni, direttamente negli ambulatori dei medici di famiglia, il significato dei diritti previsti dalla nostra Carta Costituzionale quali il diritto alla salute e il diritto all'uguaglianza degli individui, attraverso una ricerca realizzata con la somministrazione di questionari che valutasse gli effetti assistenziali prodotti da una Legge regionale innovativa, la numero 32, varata nel 2009 dal Consiglio Regionale della Puglia che disciplinava l'accesso alle cure da parte degli immigrati.
Fortemente voluto dalla professoressa Monteleone e realizzato in collaborazione con l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro", l'Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri della Provincia di Bari e la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, il progetto ha avuto risonanza internazionale e nel 2019 è stato presentato nell'ambito dell'evento "Promising local practices for the enjoyment of the right to health by migrants - Buone prassi locali per l'esercizio del diritto alla salute da parte dei migranti", presso il Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra, alla presenza del Direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità - Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Quello pugliese è stato uno dei 4 case studies a livello europeo che rappresentano soluzioni innovative per superare le barriere di accesso ai servizi sanitari e per proteggere la dignità di bambini, donne e uomini migranti.
"Questo progetto aveva diversi obiettivi – spiega Mariantonietta Monteduro, Segretaria Omceo Bari - da un lato, la misurazione della qualità dell'assistenza e della facilità di accesso alle cure per i migranti, e la ricerca di modalità di miglioramento ulteriore, dall'altro il coinvolgimento degli studenti, che valorizzava il forte ruolo sociale sia della sanità sia della scuola nella salvaguardia dei diritti umani. Un obiettivo cruciale in un momento storico come quello attuale in cui i diritti fondamentali dell'uomo, cui Giulia Monteleone ha dedicato così tanta passione e impegno, vengono calpestati o minacciati su più fronti".
Il convegno vedrà la partecipazione di una serie di autorità istituzionali ed esponenti del mondo della Sanità e della Scuola, tra cui il Prefetto di Bari – Francesco Russo, il Presidente Regione Puglia – Michele Emiliano, il Sindaco di Bari e della Città Metropolitana – Vito Leccese, il Sindaco di Conversano – Giuseppe Lovascio, il Sindaco di Noicattaro – Raimondo Innamorato, il D.G. Ufficio Scolastico Regionale – Giuseppe Silipo, il DS Istituto scolastico Modugno-De Lilla - Margherita Manghisi, il Vicepresidente FNOMCeO – Giovanni Leoni, il Segretario Nazionale FIMMG – Silvestro Scotti, la Segretaria OMCeO Bari – Mariantonietta Monteduro, il Segretario Regionale FIMMG Puglia – Antonio De Maria, il Segretario Provinciale FIMMG Bari – Nicola Calabrese.
L'evento sarà inoltre preceduto al mattino dalla Cerimonia di Intitolazione dell'Istituto Professionale di Stato di Conversano a Giulia Monteleone (ore 12.00 - via Pantaleo 1, Conversano) con l'intervento del Vescovo di Conversano – Giuseppe Favale, alla presenza della Dirigente Scolastica e della autorità.
L'obesità non è più solo una questione di chili di troppo. È una malattia cronica, sistemica e recidivante, al centro di moltissime patologie. Un concetto che gli operatori sanitari stanno metabolizzando, ma che la popolazione conosce ancora poco. Per questo il XII Congresso Nazionale della Società Italiana dell'Obesità (SIO), in programma a Trieste dal 1° al 4 ottobre presso il Generali Convention Center, arriva in un momento cruciale: quello in cui le terapie farmacologiche di ultima generazione stanno cambiando radicalmente la pratica clinica e accendendo il dibattito nell'opinione pubblica.
Oltre 700 iscritti, l'80% medici tra cui endocrinologi, internisti, diabetologi, medici di medicina generale, dietologi e nutrizionisti, ma anche cardiologi, oncologi e psichiatri: una platea multidisciplinare che rispecchia l'ampio spettro di organi e patologie correlati all'eccesso di peso. Presenti tutti i maggiori esperti italiani e numerose figure di spicco a livello internazionale.
Il programma scientifico delle quattro giornate spazierà dagli argomenti più consolidati – dieta mediterranea, stile di vita, gestione del peso – agli approcci più rivoluzionari, con farmaci da poco disponibili e nuove molecole in studio che stanno trasformando il modo di curare l'obesità e i pazienti che ne soffrono.
«Il cambiamento più significativo è dovuto alle terapie farmacologiche, che negli ultimissimi tempi hanno fatto la differenza, non solo per la loro validata efficacia, ma perché hanno sollevato grande attenzione sul tema dell'obesità come malattia cronica – dichiara Rocco Barazzoni, Presidente SIO –. Il nostro XII Congresso Nazionale arriva in un momento di forte evoluzione, crescita ed entusiasmo, pronto ad intercettare questa rivoluzione in atto e a realizzare quello che è il principale obiettivo della SIO: trattare in maniera appropriata e personalizzata questa patologia e tutte le persone che ne sono affette».
Un approccio nuovo, supportato dai dati scientifici, dall'aggiornamento continuo e dalla ricerca, con la consapevolezza che curando l'obesità non si cura solo l'eccesso di peso, ma si prevengono e si curano le sue complicanze d'organo e funzionali. Durante i lavori congressuali, esperti e rappresentanti delle Istituzioni si confronteranno sulle novità che stanno cambiando la gestione dell'obesità e delle malattie ad essa correlate, cercando risposte e soluzioni alle sfide cliniche che ci attendono.
Un momento chiave sarà la presentazione, in seconda giornata, delle nuove linee guida nazionali per la diagnosi e il trattamento dell'obesità, che la SIO ha coordinato in collaborazione con un gruppo di 34 Società Scientifiche, su commissione dell'Istituto Superiore di Sanità.
«Per molti aspetti siamo a metà del guado – continua Barazzoni –. I nuovi farmaci non sono rimborsabili per la grande maggioranza delle persone, e ostacoli diversi portano purtroppo a un mancato accesso ai trattamenti, creando di fatto disuguaglianze non accettabili. La SIO punta quindi all'ottimizzazione e personalizzazione dei trattamenti in ogni persona con obesità, a rafforzare la multidisciplinarietà e a collaborare fattivamente con tutte le discipline e le professionalità coinvolte».
Le terapie farmacologiche saranno al centro delle due sessioni della prima giornata, nell'ambito del nuovo Corso SIO integrato. Ampio spazio sarà dedicato alle malattie obesità-correlate: dalla sindrome cardio-renale ai problemi epatici, dalle patologie respiratorie al tema del weight regain – il recupero del peso che purtroppo può seguire anche trattamenti efficaci – fino al diabete e alle neoplasie. Non mancheranno focus sul danno cognitivo neurologico e le problematiche psicologiche e psichiatriche. Per ciascuna comorbidità si parlerà anche delle opportunità aperte dai nuovi interventi farmacologici e dei trial in corso.
Una parte delle sessioni sarà dedicata allo stile di vita e alla nutrizione, nell'ottica della priorità di integrare sempre l'intervento comportamentale con gli altri trattamenti, attentamente monitorato nel tempo. Diverse le letture magistrali, e non mancherà la voce dei pazienti con focus sul tema dell'advocacy e dell'attuale legislatura.
La Società Italiana dell'Obesità punta sulla multidisciplinarietà, come dimostrano le collaborazioni congressuali con AIOM e i Medici di Medicina Generale: un approccio integrato per una malattia che richiede risposte coordinate e basate sull'evidenza scientifica.
Con il patrocinio della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCEO) e del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi
Molti hanno una relazione stabile ma uno su tre dichiara di aver tradito o di tradire. La maggior parte usa fantasie erotiche nella coppia e non disdegna l’assunzione di sostanze per abbandonare un po’ di inibizione. È un quadro articolato quello offerto dall’ultima indagine condotta dalla Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS) su sessualità e relazioni. Fluidità, barriere emotive e nuove tecnologie sono alcuni dei temi affrontati nel questionario online (somministrato da aprile a luglio) che accompagna la XI edizione della Settimana del Benessere Sessuale (SBS), promossa dalla FISS in programma dal 6 al 12 ottobre 2025 su tutto il territorio nazionale.
Incontri per capire e condividere. L'iniziativa offre al pubblico la possibilità di porre domande e confrontarsi con specialisti su educazione sessuale e affettività. Attraverso eventi e incontri la SBS mira a sensibilizzare sull'importanza di una sana sessualità per il benessere individuale e collettivo. Gli appuntamenti hanno lo scopo di sensibilizzare la popolazione riguardo alla salute sessuale, una componente essenziale per il raggiungimento e il mantenimento del benessere globale della persona secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
L’attrazione nella relazione. Oltre il 99% del campione dichiara di sperimentare attrazione sessuale. Alla domanda se l’attrazione fisica coincida sempre con quella romantica, due su tre (73,7%) risponde che le due cose sono separate. Scorrendo ancora gli item, si rileva che l’attrazione fisica e romantica nelle relazioni eterosessuali prevalga, tuttavia non è trascurabile osservare come l’attrazione dichiarata di tipo bisessuale o verso le persone transgender rappresenti il 32% di natura fisica e il 17% romantica, a testimonianza del fatto che i rispondenti farebbero sesso anche con persone transgender e gender variant, ma non è detto che avrebbero con loro una relazione duratura. Inoltre è significativo che il 22% delle persone si dichiari pansessuale, ossia si senta attratto dalla persona, indipendentemente dai fattori di sesso biologico o genere.
Incontri on line e fantasie. L’81% ha una relazione stabile. Il 18,8% dichiara di utilizzare le app di incontri sia per un bisogno erotico sia per trovare una relazione e il 12% ha conosciuto l’attuale partner tramite le applicazioni. Le persone che hanno una relazione di coppia a distanza sono il 7%, di queste, principalmente si affidano al sexting o alle video chiamate con internet per praticare l’autoerotismo in coppia. Per eccitarsi, il 62,9% si affida a delle fantasie erotiche, fra le quali a prevalere sono quelle a carattere feticistico. In particolare nel 54% dei casi sono di dominio e sottomissione che, in accordo con i dati in letteratura, non necessariamente si configurano quali disturbi sessuali.
Sostanze usate in coppia e sesso sicuro. Il 25% fa uso di sostanze di abuso: nel 70% dei casi le assume in coppia e, in particolare, per aumentare l’eccitazione e disinibirsi (83%). Il 56% delle persone non pratica sempre sesso sicuro e dunque si espone al rischio di infezioni sessualmente trasmissibili. Si rileva che, in caso di malattia contratta, il 98% lo direbbe al partner ma è interessante osservare che il 2% delle persone non lo farebbe per paura della reazione ma anche di essere lasciato o discriminato.
Gravidanze e pilastri. In una relazione eterosessuale, una persona su due non si protegge sempre da gravidanze indesiderate (50%). Quanto invece pesino gli elementi della sessualità, per i rispondenti la progettualità ottiene il 57%, l’intimità emotiva l’86% e l’attrazione fisica il 79,7%. Alla domanda quali elementi (eroticità, intimità, progettualità, amore) cerchino nel partner anche occasionale, fra le risposte delle persone emerge l’81% che sceglie l’eroticità e il 75% l’intimità.
Soddisfazione, tradimenti e disfunzioni. Il 42% del campione si dichiara soddisfatto dalla relazione. Più del 32% ha avuto o ha attualmente più partner contemporaneamente, dunque uno su tre dichiara di aver tradito o di tradire. Il 38% ha avuto disfunzioni sessuali. Nel 90% dei casi la disfunzione riguardava la funzione erotica, ovvero la ricerca del piacere indipendentemente dalla procreazione che interessa gli elementi del piacere (eccitamento, desiderio e orgasmo) ed è significativo che il 41% sia legato solo al desiderio.
Problemi, con chi parlarne? Chi ha avuto disfunzioni non ne ha parlato con nessuno nel 31% dei casi. Di questi, oltre il 90% non ne ha parlato per la paura del giudizio, per l’imbarazzo, perché pensava fosse inutile o non sapeva a chi rivolgersi. Il 98% sa che si può rivolgere a figure come ad esempio sessuologi, ginecologi e andrologi. Sanno dunque che esistono degli specialisti ma non li contattano, probabilmente per carenza di informazioni o imbarazzo.
La stima è al primo posto. Il 71,3% delle relazioni è definita “equilibrata funzionale e appagante” e si può osservare che nelle coppie disfunzionali - che rappresentano il 15% - il 9% siano riconosciute come “distanti” e il 3% “tossiche, distruttive aggressive”. Nell’ambito della relazione, le persone quasi all’unanimità confessano che vorrebbero dedicare più tempo per fare delle cose insieme. Fra le emozioni provate, c’è in cima la stima (81,4%), seguita da amore (80,8%), condivisione (74,6%), gioia (75%) e gioco (61,4%). Il fatto che oltre il 70% delle coppie dica di possedere tutti gli elementi si accompagna alla definizione data dalla maggior parte di relazione equilibrata e all’indicazione di intimità e condivisione quali due bisogni della coppia.
“Il sondaggio mette in luce alcuni aspetti della relazione nelle “coppie” italiane, e i disagi in cui il singolo si ritrova, spesso parcheggiati in una sorta di stanza di attesa alla ricerca di un indirizzo a cui rivolgersi per affrontarli adeguatamente. Un dato particolarmente interessante è che, sebbene il 38% delle persone dichiari di avere avuto o ha una qualche disfunzione sessuale, la relazione viene definita da buona parte di loro soddisfacente. Probabilmente questo dato conferma, da una parte la complementarietà tra i partner di una relazione non soltanto basata sulla intimità sessuale ma su altri tipi di intimità; dall’altra, sulla presenza di disfunzione sessuale con cui convivere e per la quale non si chiede consulenza. Probabilmente una diffusione più capillare e priva di barriere culturali e informative di servizi dedicati potrebbe consentire un’apertura ad ambiti che ancora sono ricchi di pregiudizi”, afferma il professor Salvo Caruso, presidente della FISS, ginecologo e già professore associato dell’Università di Catania.
“I dati che emergono da questa indagine restituiscono un’immagine complessa e articolata della sessualità, con una ricerca di equilibrio tra erotismo e intimità da una parte, ma anche una difficoltà nella comunicazione e nella prevenzione. Si evidenzia una necessità di autenticità, rispetto e libertà, ma anche un disagio legato al giudizio, al desiderio e alla soddisfazione. È necessario rafforzare e diffondere nelle diverse fasi di vita l’educazione affettiva e sessuale, per promuovere la salute sessuale riducendo lo stigma e favorendo una cultura del dialogo e della cura, all’interno e fuori dalla coppia”, conferma la dottoressa Roberta Rossi, psicosessuologa, past president della Fiss.
Commenta Anna Gualerzi, psichiatra, psicoterapeuta e sessuologa clinica: “I dati evidenziano che molte persone non usano sempre metodi efficaci per prevenire gravidanze indesiderate (50%) e infezioni sessualmente trasmissibili (56%), con rischi significativi per la salute pubblica e conseguenze come aborti e aumento della spesa sanitaria. Il 38% ha sperimentato disfunzioni sessuali, spesso non trattate per stigma o mancanza di informazioni, con aumentato rischio di depressione e peggioramento della qualità di vita. Circa l’1% si identifica come transgender o gender variant e il 22% come pansessuale, sottolineando l’importanza di un’educazione sessuale e sentimentale integrata, inclusiva e rispettosa delle diverse identità e orientamenti. La scarsa consapevolezza sessuale e affettiva può portare a relazioni disfunzionali, con rischi di violenza e, nei casi più gravi, anche di infanticidio legato a figli non desiderati o al disagio familiare. È quindi essenziale promuovere un’educazione integrata e facilitare l’accesso a professionisti specializzati per tutelare il benessere individuale e salute pubblica”.
“Pensare alle coppie e lavorare per creare una consultazione relativa ai problemi che ci vengono raccontati – sostiene Roberta Giommi, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica, coordinatore dell’Istituto Internazionale di sessuologia e dell’Istituto Ricerca e Formazione e vicepresidente della FISS – credo che sia un motivo valido per sostenere e proteggere il benessere sessuale. Le coppie cercano parole e indicazioni che gli permettano di raggiungere in situazioni diverse la consapevolezza e il benessere. Questo è il nostro obiettivo vogliamo farci trovare pronti e offrire risorse che possano darci le risposte utili nelle esperienze che si presentano nel percorso di vita delle coppie”.
Dati sul campione
Il questionario è stato elaborato dal dalla commissione che si occupa della Settimana del Benessere Sessuale e diffuso in forma anonima sul sito e sui social della FISS da aprile a luglio 2025. Al 31 luglio hanno risposto, dando il proprio consenso al trattamento dei dati personali, oltre 703 persone, da 18 a 78 anni (età media 40 anni), di cui oltre il 90% ha dichiarato di avere nazionalità italiana. Il 68% si identificava nel genere femminile, il 31% in quello maschile e circa l'1% come transgender o gender variant, in accordo con i dati della letteratura che riportano valori analoghi quando si indaga il genere percepito attraverso questionari on line. L’85,2% ha conseguito la laurea e il 13,1% il diploma di scuola secondaria. Il 44% dei partecipanti dichiara di avere figli. Il 91,5% è occupato o studente. Su due, meno di uno professa una religione, di cui solo uno su dieci si riconosce in una fede diversa da quella cattolica.
Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS)
La FISS è nata nel 2000 e riunisce le principali scuole e associazioni di sessuologia attive in Italia. Fra le finalità, la Federazione persegue la conoscenza degli ambiti della sessualità e la tutela della professionalità di chi opera nel campo della scienza sessuologica.
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Nascosto agli occhi dell'Italia, il lavoro quotidiano di 115 giovani tra i 18 e i 30 anni, mentre studiano o muovono i primi passi nel mondo del lavoro, consiste nel prendersi cura di nonni o genitori malati.
Nasce così Impressions of Humanity, promossa da Fondazione MSD per celebrare i suoi primi venti anni, per raccontare queste storie attraverso l'arte. Un'iniziativa che ha fatto emergere per la prima volta nel nostro paese i numeri di questo fenomeno: la ricerca, realizzata da Eikon Strategic Consulting ha coinvolto 115 giovani da 17 regioni rivelando che il 62% dedica da 1 a 5 ore al giorno alla cura e più di un terzo lo fa da oltre tre anni, con un impegno settimanale che va dalle 7 alle 35 ore.

«I giovani caregiver sono il pilastro silenzioso di un'Italia che invecchia», racconta Cristina Cenci, antropologa e Senior Partner di Eikon. «Il lavoro di cura è fatto con amore e pazienza, ma comporta anche fatica e sacrificio degli anni più importanti per costruire la propria vita. Il 58% dei giovani dichiara di assistere 'per affetto', ma l'82% chiede riconoscimento ufficiale, supporto e informazioni per affrontare meglio un compito così impegnativo».
Impressions of Humanity non si ferma solo alla ricerca. Giovani studenti della Rufa (Rome University of Fine Arts), con il supporto dell'intelligenza artificiale, hanno trasformato le esperienze dei Young Caregivers in vere opere d'arte, guidati dall'artista e regista multimediale Francesca Fini.
«Più che una mostra si tratta di un percorso fatto anche con un seminario con gli studenti», commenta Fini. «È un percorso che mi ha sorpresa tantissimo perché tutte le banalità e i cliché che inevitabilmente escono fuori sono stati evitati e la mostra analizza il rapporto uomo-macchina in maniera matura e sorprendente».
Per Marina Panfilo, Direttrice di Fondazione MSD, il progetto rappresenta la sintesi della missione della Fondazione: «Oggi coniughiamo health literacy, salute e giovani. Attraverso arte e tecnologia raccontiamo storie che meritano di essere ascoltate». Il focus sui caregiver rappresenta un valore fondamentale: «È un grande valore che ha l'Italia quello di avere delle persone che si prendono cura di altre persone. Attraverso l'arte verrà espressa in un modo che ha a che fare anche con la tecnologia, quindi con l'innovazione a tutto tondo».
Hanno partecipato anche le Associazioni Pazienti - APMARR, Cittadinanzattiva, F.A.V.O., Salute Donna ODV, Salute Uomo, UNIAMO e Young Care Italia – sottolineando l'urgenza del tema: «La narrazione che emerge contrasta con l'evidente gap istituzionale. Una carenza che richiede urgenti interventi sistemici e, soprattutto, una normativa nazionale adeguata».
La mostra, inaugurata oggi alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma, proseguirà anche in formato digitale e sarà inserita nel programma della Rome Art Week, dal 20 al 25 ottobre, portando l'attenzione della città sull'importanza del caregiving giovanile.
Un modo per far sì che queste storie, finalmente emerse dall'invisibilità, continuino a interrogare la società italiana sul futuro del valore del prendersi cura.
A cura di Lucrezia Rogai
Le infezioni respiratorie non si limitano più ai comuni raffreddori stagionali. Polmoniti, virus respiratorio sinciziale (RSV) e COVID-19 costituiscono attualmente una minaccia reale, soprattutto per anziani e persone fragili, con un forte impatto sul Sistema Sanitario Nazionale: ogni anno la spesa stimata, legata a queste patologie, si aggira intorno ai 7,5 miliardi di euro.
I dati emersi durante l’incontro “Infezioni respiratorie: impatti sull’healthy ageing e costi del SSN”, promosso da The European House – Ambrosetti con il contributo non condizionante di Pfizer, sono preoccupanti: ogni anno in Italia si registrano circa 188.300 casi ogni 100.000 abitanti. La mortalità è aumentata del 57,8% tra il 2012 e il 2019 e, con la pandemia, l’incremento complessivo ha superato il +560%.

La popolazione over-65 subisce l’impatto maggiore: rappresentano l'88% dei decessi influenzali nell'Unione Europea e oltre il 96% dei decessi per COVID-19 in Italia. Anche l’RSV, spesso sottovalutato, provoca ogni anno più di 26.000 ricoveri e 1.800 decessi soprattutto tra gli anziani.
"Ogni anno si registrano tra i 5.000 e i 15.000 decessi in eccesso, con gli anziani e i soggetti fragili che sono tra i più colpiti" sottolinea Massimo Andreoni, Direttore Scientifico della SIMIT e Professore Ordinario di Malattie Infettive presso l’Università Tor Vergata di Roma.
Nonostante la prevenzione vaccinale sia riconosciuta come l’intervento più efficace per ridurre la diffusione delle infezioni respiratorie, i dati non migliorano a causa della scarsa adesione alle campagne vaccinali. In Italia, il vaccino antinfluenzale raggiunge solo il 52,5% degli over-65, ben lontano dal target OMS del 75%; il vaccino anti-COVID copre appena il 4,5% degli over-60, mentre quello antipneumococcico si attesta sotto il 30%.
“Le vaccinazioni rimangono il più grande mezzo di prevenzione della salute pubblica che abbiamo”, sottolinea la senatrice Beatrice Lorenzin. “Dobbiamo occuparci molto di più delle persone adulte e fragili, rendendo la vaccinazione semplice e accessibile nella loro quotidianità”.
I vaccini non hanno un ruolo fondamentale solo sulla salute dei singoli cittadini, ma permettono anche dei risparmi significativi per il SSN: raggiungere il 50% di copertura per influenza, pneumococco, COVID-19 e RSV farebbe risparmiare circa 1 miliardo di euro all’anno, cifra che supererebbe i 2 miliardi con coperture vicine al 95%.
Per garantire una corretta adesione alle campagne vaccinali, migliorare la salute pubblica e ridurre i costi che gravano sul sistema sanitario, è fondamentale una comunicazione efficace. Circa un quarto degli over-60 non intende vaccinarsi contro le infezioni respiratorie, spesso a causa di una percezione errata del rischio. Tuttavia, una parte consistente della popolazione oggi indecisa (tra il 21% e il 43%) si dice pronta a rivedere la propria posizione se ricevesse informazioni più chiare e affidabili. Il 42% degli italiani segnala confusione comunicativa e oltre un terzo chiede campagne istituzionali più frequenti e semplici.
Lara Morelli di FIMMG Roma evidenzia che solo attraverso comunicazioni chiare e coerenti da parte di tutti gli operatori sanitari, i pazienti possono tornare a fidarsi della scienza.
Gli esperti sottolineano che la vaccinazione deve diventare diffusa e accessibile: non solo negli ospedali, ma nei luoghi di vita quotidiana, dalle farmacie alle piazze. Negli ultimi anni, le aziende sanitarie hanno adottato nuove misure per migliorare l’adesione alle campagne vaccinali: la chiamata attiva dei cittadini – tramite lettere, telefonate o SMS – oggi utilizzata dal 70,7% delle strutture, rimane lo strumento più efficace. Dopo la pandemia, quasi la metà delle aziende (47,6%) ha aperto nuovi hub vaccinali.
Un ruolo centrale continuano ad averlo i medici di famiglia: il 96,2% somministra il vaccino antinfluenzale e il 94,9% l’antipneumococcico, mentre la quota scende al 75,9% per il vaccino anti-COVID.
Anche le farmacie si sono dimostrate un valido alleato grazie alla capillarità della loro rete territoriale e agli orari di apertura estesi. "Il modello operativo adottato dalle farmacie durante la pandemia è stato esteso anche alla vaccinazione antinfluenzale", aggiunge Michele Pellegrini Calace, Segretario nazionale di Federfarma.
Con la prospettiva che entro il 2050 oltre un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, l'Italia deve necessariamente rafforzare la prevenzione e rilanciare le campagne vaccinali, superando le barriere organizzative e culturali che oggi ne ostacolano la partecipazione.
A cura di Lucrezia Rogai
L'Associazione Coordinamento Ospedalità Privata (ACOP) sollecita il Ministero della Salute ad avviare immediatamente le trattative per il rinnovo del contratto di lavoro del settore sanitario privato. Una richiesta che nasce dalla necessità di tutelare i diritti dei lavoratori e garantire l'efficienza del Sistema Sanitario Nazionale.
"ACOP ha chiesto al Ministro della Salute di aprire subito un tavolo di negoziato per il rinnovo del contratto di lavoro della sanità privata. Ad ACOP stanno a cuore le legittime aspettative dei lavoratori e l'efficienza del SSN di cui l'ospedalità privata è parte integrante", ha dichiarato il Presidente Michele Vietti.
La posizione dell'associazione evidenzia l'importanza strategica della sanità privata accreditata nel panorama sanitario italiano, sottolineando come questa rappresenti un pilastro fondamentale del sistema pubblico. Il settore privato convenzionato, infatti, contribuisce significativamente all'erogazione dei servizi sanitari, alleggerendo la pressione sulle strutture pubbliche e garantendo tempi di risposta più rapidi per i cittadini.
"Confidiamo che il Ministero fornisca un adeguato supporto per la sostenibilità anche economica degli adeguamenti contrattuali", ha aggiunto Vietti, ponendo l'accento sulla necessità di un equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e la sostenibilità economica delle strutture sanitarie private.
La richiesta arriva in un momento delicato per il settore sanitario, alle prese con le crescenti difficoltà nel reperimento di personale qualificato.

