Il diabete è ancora avvolto da stigma e pregiudizi, con conseguenze che vanno ben oltre la salute fisica. Un’indagine internazionale condotta su 2.600 persone in otto Paesi ha rivelato dati allarmanti: il 40% degli intervistati ha evitato visite mediche per vergogna, mentre il 77% ha riportato un impatto negativo sulla propria salute mentale.

Per abbattere queste barriere, il 20 febbraio l’azienda multinazionale Abbott, specializzata in dispositivi medici e servizi sanitari, ha lanciato la campagna Above the Bias, inaugurando a Roma il "Labirinto del Pregiudizio", un'installazione immersiva in piazza San Silvestro, che è rimasta visitabile fino al 23 febbraio ed è stata “sperimentata” da migliaia di persone.
Suoni e immagini hanno guidato i visitatori in un percorso di consapevolezza, alla ricerca di un’uscita simbolica dallo stigma che circonda il diabete, una condizione che spesso diventa più limitante a causa della disinformazione che la circonda. In Italia, i casi hanno superato i quattro milioni e sono in continua crescita, con un’età di insorgenza sempre più precoce. Eppure, la scarsa conoscenza della malattia ne ostacola ancora una corretta gestione.
«Banalizzare il diabete o considerarlo un limite influisce negativamente sulla qualità della vita e sull’aderenza alla terapia», avverte Riccardo Candido, Presidente Nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD).
Ma per superare lo stigma, servono azioni concrete. «Bisogna riconoscere il diabete per quello che è: una patologia seria, cronica e multifattoriale, che colpisce tutti gli organi vitali», sottolinea Stefano Garau, Communication Manager FAND, associazione italiana diabetici ODV. Secondo Angelo Avogaro, coordinatore di EUDF Italia, rete italiana nell’ambito del coordinamento dell’European Diabetes Forum: «Il cambiamento passa attraverso una maggiore formazione degli operatori sanitari, più attenzione alla narrazione del paziente e una migliore educazione della cittadinanza».
Ma non basta. Lo stigma si combatte anche sul piano istituzionale, rivedendo norme che ancora oggi escludono le persone con diabete da numerose professioni e affrontando le disparità di accesso alle cure. «Assistiamo a una crescente disuguaglianza nei trattamenti, che colpisce trasversalmente classi sociali e regioni», sostiene Avogaro. Resta un punto fondamentale: il vero obiettivo non è solo gestire la malattia, ma garantire a chi convive con il diabete una vita libera da pregiudizi e limitazioni imposte dalla società. E, dunque, uscire dal labirinto…
A cura di Micol Weisz
Alla ricerca di nuovi farmaci, terapie sostitutive e geniche in grado di offrire ai pazienti risposte e guadagnare vita e salute nel tempo è stata dedicata l’ultima giornata dell’evento nazionale sulle malattie rare, organizzato dal Centro di Coordinamento, in accordo con la direzione generale Tutela della Salute della Regione Campania. Presso il Centro di coordinamento Malattie rare dell’Ospedale Monaldi (Via Leonardo Bianchi snc), i clinici e i ricercatori si sono confrontati con le Associazioni dei pazienti sugli ultimi passi compiuti.
MEDICINA DI PRECISIONE. Le terapie geniche sono finalmente una realtà nelle malattie rare che in circa due terzi dei casi sono di origine genetica. “Sono un esempio, insieme alla oncologia, della cosiddetta ‘medicina di precisione’, in cui farmaci orfani ed innovativi vengono sviluppati specificamente per trattare gli aspetti patogenetici e clinici di quella malattia, a differenza di quanto succede per patologie croniche e comuni quali lo scompenso o la broncopatia cronica ostruttiva”, afferma il responsabile scientifico dell’evento, Giuseppe Limongelli, Direttore del Centro di Coordinamento delle malattie rare della Regione Campania, direttore dell’Unità di malattie cardiovascolari rare ed ereditarie dell’Ospedale Monaldi di Napoli, Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ e Responsabile scientifico dell’evento. “Come in oncologia, la ricerca e la conoscenza degli aspetti molecolari e cellulari alla base dello sviluppo delle patologie rare sta crescendo in maniera significativa, aprendo degli scenari ed opportunità fino a qualche anno fa impensabili in questo mondo”.
PRIMO TRIAL AL MONDO. Una delle malattie sotto la lente è la Sindrome di Usher, una malattia legata a mutazioni del gene MYO7A, che comporta sordità alla nascita e retinite pigmentosa nell’infanzia. Mentre per la sordità esiste l'impianto cocleare, per la retinite pigmentosa, malattia degenerativa progressiva, non esistono cure per impedire l’evoluzione verso la cecità in età adulta.
Grazie ad una strategia innovativa di terapia genica, con l’uso di un doppio vettore virale per geni di grandi dimensioni, messa a punto dal professor Alberto Auricchio, Direttore dell’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Pozzuoli, e ad uno studio clinico multicentrico su pazienti in Europa coordinato dalla professoressa Francesca Simonelli, Direttore della Clinica Oculistica dell’Università Vanvitelli, a luglio 2024 si è dato inizio al primo trial clinico di Fase I al mondo per la sindrome di Usher.
“Il trial clinico – spiega la professoressa Simonelli – include tre centri, la Clinica Oculistica dell’Università Vanvitelli e due centri a Londra, ma attualmente è solo il centro di Napoli che ha iniziato la terapia nei primi quattro pazienti al mondo. La terapia, che consiste nella somministrazione del farmaco direttamente nella retina, attraverso un intervento chirurgico di vitrectomia, prevede il trattamento di 15 pazienti con differenti dosaggi per identificare quello migliore in termini di costo-beneficio”.
SEGNALI POSITIVI. I primi risultati in termini di sicurezza della terapia, indicano l’assenza di effetti collaterali, nessun effetto tossico, né infiammatorio, né complicanze chirurgiche. “Per quanto riguarda la valutazione dell’efficacia – prosegue la professoressa –, in termini di miglioramento delle capacità visive dei pazienti, osserviamo già qualche segnale positivo, ma aspettiamo di diffondere i risultati alla conclusione del trattamento di tutti i pazienti, considerata l’importanza della sperimentazione. Si tratta di una grande sfida scientifica volta alla cura di una patologia che include una doppia disabilità nei pazienti, sordità e cecità ed è di grande prestigio per l’Università Vanvitelli e per la Regione Campania poter scrivere una pagina di così alto valore scientifico”.
MALATTIE DEL METABOLISMO. Per due rare malattie congenite del metabolismo, la mucopolisaccaridosi di tipo 6 (MPS6) e la sindrome di Crigler-Najjar, dovute alla carenza di enzimi che determina accumulo nell’organismo di sostanze tossiche, sono in corso due sperimentazioni di fase I presso l’azienda ospedaliera universitaria di Napoli “Federico II”, da parte del team clinico, diretto da Nicola Brunetti-Pierri, medico e ricercatore dell’Università di Napoli Federico II e del Tigem, che ha iniziato a valutare la sicurezza e l’efficacia della terapia genica.
“Il trattamento sperimentale – afferma il professor Brunetti-Pierri – si basa in entrambe le malattie sull’infusione di vettori virali di tipo adeno-associato (AAV) che sono in grado di trasferire il gene terapeutico alle cellule del fegato. Ad oggi sono dieci pazienti, provenienti dall’Italia ma anche da altri Paesi, come Canada, Turchia e Spagna, che hanno ricevuto il trattamento sperimentale. I due protocolli di terapia genica sono stati i primi – e ancora oggi gli unici – ad essere testati nell’uomo per queste due malattie. Come tutte le ‘prime volte’, bisogna iniziare valutando la sicurezza: pertanto si è cominciato somministrando dosi basse di vettore virale. Confortati dal fatto di non aver osservato effetti dannosi nei primi pazienti trattati, abbiamo potuto progressivamente aumentare le dosi e con dosi più alte abbiamo cominciato ad osservare le prime evidenze di efficacia clinica’’.
EFFETTI NEL TEMPO. Come in tutte le sperimentazioni cliniche, osservare gli effetti nel tempo insegna molto e permette di pensare a come si possa migliorare la strategia terapeutica. In questa direzione, il lavoro di ricerca deve essere continuato per migliorare ed ampliare le applicazioni di terapia genica dirette.
IL BANDO IN REGIONE CAMPANIA PER LA RICERCA. “Il tema della ricerca, in ambito di malattie rare, è strettamente connesso con lo sviluppo di nuove terapie per le stesse. Di fatto, circa il 95% delle patologie rare non ha ancora medicinali autorizzati per la specifica condizione. La Regione Campania, grazie all'impegno del presidente De Luca, ha fornito il proprio contributo attraverso l’emanazione, nel corso degli scorsi anni, del bando per la realizzazione di progetti di ricerca, sviluppo e innovazione nel campo delle Malattie Rare”, spiega Ugo Trama, Vicepresidente della Società italiana di farmacia ospedaliera e responsabile delle politiche del farmaco per la Regione Campania.
Il bando ha visto la partecipazione di numerose eccellenze del territorio che hanno presentato, oltre a lavori incentrati sullo sviluppo di nuove terapie, anche proposte volte al miglioramento dell’attività diagnostica e l’accesso alle cure. “L’impegno nella ricerca – aggiunge Trama –, unitamente alla definizione di percorsi di assistenza, che prevedono frequentemente l’intersecarsi della rete regionale delle malattie rare con altre reti, e all’uso di strumenti come la telemedicina sviluppata su piattaforma Sinfonia, per garantire la migliore qualità di vita ai pazienti malati rari”.
ATTENZIONE SIN DA BAMBINI. La ricerca è dunque sempre più lanciata sulle malattie rare per offrire ai pazienti risposte in grado di modificare la storia naturale intervenendo sin da bambini. “In questa prospettiva – spiega Annamaria Staiano, Past President della Società Italiana di Pediatria e docente ordinario di Pediatria presso l’Università Federico II di Napoli –, lo screening neonatale esteso diventa una strategia di completamento della prevenzione in quanto la diagnosi precoce, preclinica e presintomatica. Garantisce risultati terapeutici migliori”.
I campanelli di allarme nei bambini sono da ricercare in “sintomi neurologici non spiegati, quali convulsioni, riduzione del tono muscolare, scarsa reattività – aggiunge la professoressa – oltre a rallentamento della crescita e alla presenza di difetti congeniti anche lievi. Più elementi si riscontrano insieme – sottolinea –, maggiore è la probabilità che si possa avere di fronte un bambino con una patologia genetica rara. A quel punto è necessario un coinvolgimento specialistico, a volte multidisciplinare per un approccio diagnostico completo”.
L’obesità è una malattia cronica progressiva, multifattoriale e recidivante, influenzata da meccanismi genetici, endocrini, ambientali e psicologici, che va ben oltre il semplice “mangiare meno e muoversi di più”. Eppure, lo stigma sociale e la colpevolizzazione dei pazienti continuano a essere tra i principali ostacoli per chi convive con questa patologia.

Per cambiare questa narrazione, Lilly lancia la campagna “Perdere peso non dipende solo da te. Il tuo corpo può fare resistenza”, realizzata con il patrocinio dell’associazione pazienti Amici Obesi Onlus, accompagnata dall’inaugurazione di un’installazione unica: “The Impossible Gym”, nella rinnovata Piazza dei Cinquecento, presso la Stazione Termini di Roma. L’installazione rappresenta visivamente le sfide quotidiane affrontate da chi vive con l’obesità. All’interno, attrezzi da palestra resi inutilizzabili da elastici gialli simboleggiano la “resistenza” del corpo al calo ponderale, un fenomeno biologico che rende particolarmente difficile perdere peso e mantenerlo nel tempo. Un’esperienza immersiva che raffigura gli ostacoli fisici, biologici e psicologici con i quali devono convivere ogni giorno le persone con obesità. Per tutta la settimana, nell’area aperta al pubblico saranno presenti dietisti qualificati per rispondere alle domande dei visitatori, che potranno calcolare il proprio Indice di Massa Corporea (BMI) utilizzando una bilancia dedicata. All’interno dell’installazione anche un fitto calendario di incontri informativi con medici specialisti per approfondire le tematiche legate alla gestione della patologia.
Presente alla conferenza stampa e all’inaugurazione di “The Impossible Gym” anche la cantante Noemi: "Credo profondamente nella necessità di un cambiamento culturale sul tema del peso e, quindi, dell’obesità. Il corpo di una persona è costantemente sotto gli occhi di tutti e il giudizio e pregiudizio purtroppo spesso accompagnano il pensiero e le parole delle persone. Ogni persona ha una storia diversa, che a volte racconta anche di una patologia difficile da comprendere. La corretta informazione e il superamento di pregiudizi possono cambiare le cose e creare una società più empatica e consapevole, in cui ogni persona possa sentirsi compresa e supportata nel proprio percorso. La salute deve rimanere l’aspetto più importante: riconoscere l’obesità come una patologia e il proprio corpo come qualcosa di cui prendersi cura è fondamentale”, ha dichiarato Noemi.
Oggi in Italia un adulto su due è in sovrappeso (circa 23 milioni) o affetto da obesità (circa 6 milioni, il 12% della popolazione). Si assiste ad una impennata dei numeri dell’obesità, in crescita a livello globale, con un lentissimo assestamento sotto osservazione nei Paesi Occidentali, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla da tempo di “Globesità”; l’impatto sulla qualità della vita e sui costi sociali e sanitari è allarmante, al punto che le principali agenzie di salute pubblica considerano l’obesità come una delle principali sfide per i sistemi sanitari mondiali, paragonabile ai tumori e alle malattie cardiovascolari.
Perdere peso è la cosa più difficile per chi soffre di obesità e non è una questione di forza di volontà, ma di come funziona il nostro corpo.
“L’obesità è legata ad una modificazione patologica dei meccanismi che nel nostro organismo regolano la fame e la sazietà, regolando di conseguenza il peso corporeo – spiega Rocco Barazzoni, Presidente Società Italiana Obesità (SIO) e Professore Associato di Medicina Interna, Dipartimento di Scienze Mediche, Università degli Studi di Trieste – questo tipo di alterazioni è indipendente dal controllo e dalla volontà della persona. Si tratta di meccanismi neurologici in gran parte localizzati nel cervello, ma che rispondono anche a segnali che arrivano dal tessuto adiposo e dall’intestino. Questi meccanismi complessi sono in grado di mantenere in condizioni fisiologiche il peso corporeo entro limiti che possiamo definire ‘normali’, o sani. È dimostrato che le persone affette da obesità presentano alterazioni di tali processi biologici che portano ad un rischio maggiore di aumentare la propria massa grassa. A questi meccanismi si associano anche fattori genetici, endocrini e ambientali. L’insieme di tutti questi elementi definisce l’obesità come malattia. In questi ultimi anni sono stati introdotti farmaci innovativi e molto efficaci, che permettono non solo una riduzione marcata del peso corporeo, ma promettono anche di ridurre, prevenire e curare molte complicanze gravi e temibili. Ovviamente resta anche in questo caso fondamentale l’approccio bilanciato e sano alla dieta, e l’aumento dell’attività e dell’esercizio fisico in un approccio globale alla persona e alla malattia”.
La comunità medica è sempre più consapevole che il solo peso corporeo non è sufficiente a definire lo stato di salute di un individuo. Alla valutazione dell’Indice di Massa Corporea (BMI) si deve almeno aggiungere la valutazione della distribuzione del grasso in eccesso (è noto che il grasso addominale è quello più pericoloso per lo sviluppo di complicanze molto gravi come le malattie cardiovascolari, metaboliche, endocrine e molte altre). La Lancet Commission e, qualche mese prima, la stessa Società Europea dell’Obesità hanno enfatizzato questo messaggio con dichiarazioni simili, stabilendo che il peso di per sé è importante ma non sufficiente a stabilire il rischio clinico generale. In sintesi, il BMI dovrebbe restare al di sotto di 30 Kg/m2 per stabilire la soglia oltre la quale si parla di obesità, mentre tra 25 e 30 si parla di sovrappeso. A questa misurazione va aggiunto il parametro del grasso viscerale localizzato all’addome, con la misura del “giro vita”. Una circonferenza dell’addome elevata associata a un BMI anche inferiore a 30 dovrebbe essere considerata sufficiente per fare diagnosi di obesità.
La quotidianità che vive una persona affetta da obesità è complicata e difficile, caratterizzata in molti casi da una sensazione di profonda solitudine, incomprensione, senso di colpa e percezione di perdita di autocontrollo. Questo genera un circolo vizioso che può portare l’individuo a perdere il contatto con l’esterno anche a causa dello stigma, del senso di inadeguatezza e della vergogna. Sono necessarie una nuova narrativa dell’obesità e azioni strategiche forti ed efficaci. Secondo il documento “Obesità in Italia. Percezioni, costi e sfide per il futuro”, realizzato nel 2024 da IPSOS, I-COM e Università del Piemonte Orientale (UPO) con il contributo di Lilly, meno della metà degli italiani riconosce l’obesità come patologia cronica e fattore di rischio di altre patologie, mentre per più della metà l’obesità è il risultato di cattive abitudini e solo un fattore di rischio per altre patologie. Un quadro che favorisce lo stigma e rende urgente un cambio di prospettiva e politiche più coraggiose. Emerge anche quanto, nell’immaginario collettivo, l’obesità sia considerata una “colpa” dell’individuo e della mancanza di volontà: lo pensa il 64% del campione.
“Nessuna persona con obesità è contenta della propria condizione, anche se in apparenza la vive con il sorriso; scavando emerge sempre la sofferenza e il disagio – dichiara Iris Zani, Presidente Associazione Amici Obesi – il paziente avverte i limiti fisici del proprio corpo nella quotidianità, i limiti psicologici e poi ci sono i limiti non tangibili, quei complessi meccanismi che regolano la fame, la sazietà e il peso, che si oppongono al calo dei chili in eccesso e al mantenimento del peso raggiunto nel tempo. La maggior parte delle persone è convinta che l’obesità sia una responsabilità e una colpa dell’individuo, questo purtroppo è in parte dovuto alla mancanza di un riconoscimento ufficiale dell’obesità come malattia. Occorre scardinare questa non-cultura così radicata nel sentire comune con una nuova e diversa narrativa di questa malattia e mettere in atto cambiamenti collettivi e individuali con politiche che facciano leva su educazione, maggiore accesso a servizi e terapie mediche, campagne di sensibilizzazione per aumentare e diffondere la conoscenza sull’obesità. Cruciale il ruolo della stampa e dei media per modificare una rappresentazione della persona con obesità ancora troppo stigmatizzata e legata a stereotipi obsoleti e discriminanti”.
Sebbene l’obesità rappresenti una minaccia per la sostenibilità sociosanitaria ed economica del Paese, per decenni non è stata riconosciuta come una patologia cronica prioritaria nell’agenda politica. A prevalere è stata piuttosto una rappresentazione dell’obesità legata all’estetica e dunque conseguente a “cattivi” stili di vita e comportamenti colpevolizzanti, piuttosto che la considerazione di una malattia multifattoriale scientificamente provata. Negli anni più recenti questo scenario sta subendo un’evoluzione, con una crescente attenzione delle Istituzioni verso la patologia.
“L’obesità è una delle sfide più urgenti per la salute pubblica, una patologia complessa che richiede un’azione coordinata da parte di Istituzioni, sistema sanitario e società – dice Stefano Benigni, Membro XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati – l’istituzione del Fondo strutturale per la prevenzione e cura dell’obesità nella Legge di Bilancio rappresenta un passo decisivo per migliorare l’accesso e la continuità delle cure, sviluppare percorsi regionali di prevenzione e sostenere ricerca e formazione per i professionisti della salute. Il mio impegno sarà quello di assicurare che questo Fondo sia l’inizio di un percorso più ampio, per colmare i gap diagnostico-terapeutici e creare una rete integrata che migliori la qualità della vita dei pazienti”.
Lilly è storicamente impegnata nel contrasto delle principali patologie croniche, tra cui diabete e obesità, con la ricerca e lo sviluppo di farmaci in queste aree al fine di mettere a disposizione terapie sempre più innovative per una migliore gestione della patologia, know-how che si è esteso recentemente proprio nell’ambito dell’obesità, malattia cronica complessa legata a molteplici fattori e non semplicemente una conseguenza di stili di vita scorretti.
“Con questa campagna vogliamo compiere un altro passo fondamentale per accrescere la consapevolezza sull’obesità, una malattia cronica complessa spesso fraintesa e rompere gli stereotipi che affliggono i pazienti, dando loro voce – dichiara Elias Khalil, Presidente e Amministratore Delegato Italy Hub di Lilly – l’installazione “The Impossible Gym” presso la Stazione Termini, un luogo ad altissimo passaggio, simboleggia le sfide quotidiane delle persone con obesità, sensibilizzando il pubblico e promuovendo empatia. Con questa iniziativa, Lilly ribadisce il proprio impegno nel riconoscere l’obesità come una malattia e nel sostenere chi la affronta”.
La campagna “Perdere peso non dipende solo da te. Il tuo corpo può fare resistenza” è supportata dal sito www.patologiaobesita.it nel quale si possono reperire maggiori informazioni e approfondimenti per comprendere l’obesità, conoscere il percorso per la perdita di peso e i diversi approcci alla gestione del peso, oltre a materiali utili nel confronto con il medico.

Creare l’Istituto Italiano sull’Invecchiamento I3 per affrontare l’eccezionale sfida demografica dell’Italia e dare al Paese una visione del futuro della popolazione e soluzioni innovative per essere competitivo sullo scenario globale, sostenibile e in salute, inclusivo per tutte le età e con il giusto equilibrio intergenerazionale.
È questo il senso dell’incontro che si è svolto oggi al Ministero della Salute alla presenza del Ministro, Orazio Schillaci, del Viceministro del lavoro e delle politiche sociali, Maria Teresa Bellucci, di Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente Pontificia Accademia per la Vita e Presidente della Fondazione Età Grande, della Rettrice dell’Università di Firenze, Alessandra Petrucci e di molti esponenti delle istituzioni, dell’università e della ricerca.

Nonostante la peculiarità demografica e malgrado i traguardi raggiunti negli studi sulla longevità, l’Italia difetta di un centro scientifico di eccellenza sulla ricerca e la raccolta dati, sulla prevenzione e l’invecchiamento attivo, sull’analisi multidisciplinare di soluzioni e il disegno di politiche d’intervento. Francia, Gran Bretagna, Germania, Portogallo, Paesi Bassi e quasi tutti i Paesi europei hanno un’istituzione dedicata. Una nazione giovane come il Canada ne ha fondato uno più di 20 anni fa e quello statunitense, il National Institute on Aging (NIA), è un punto di riferimento per tutti da mezzo secolo.
«Ci siamo chiesti se fosse possibile partire da un approccio diverso: vedere la trasformazione in atto anche come un'opportunità e non solo come uno scenario negativo e abbiamo pensato di costruire qualcosa che potesse essere un riferimento a livello nazionale e internazionale» ha dichiarato Alessandra Petrucci. A fare da premessa e intelaiatura scientifica alla creazione dell’Istituto Italiano sull’Invecchiamento I3 è stato il lavoro portato avanti da Age-It (www.ageit.eu), il programma di ricerca guidato dall’Università di Firenze e finanziato dal PNRR: la più importante ricerca mai fatta in Europa sul futuro della popolazione con più di 800 ricercatori, una rete di oltre 20 atenei che va da Nord a Sud, centri di ricerca, aziende e istituzioni.
«Ma dobbiamo anche contrastare l’ageismo e dare un senso nuovo agli anni in più che ci sta regalando la scienza. Se gli anziani vengono considerati sostanzialmente inutili, in una società fatta soprattutto di anziani ci rassegniamo all'idea che il futuro del nostro Paese sia inutile. È una prospettiva inaccettabile che va ribaltata» ha spiegato ancora la Rettrice.
«L’invecchiamento è una tematica cruciale e la creazione di un Istituto Italiano sull’Invecchiamento può contribuire ad affrontare le sfide che abbiamo davanti dovute all’andamento demografico e all’impatto sociale e sanitario che ne deriva. L’invecchiamento attivo è stato uno dei temi portanti del G7 della salute. Il futuro della popolazione italiana al centro anche del lavoro di Age-It è una responsabilità che chiama in causa tutti» ha dichiarato nel suo intervento il Ministro della Salute, Orazio Schillaci.

«La Riforma in favore delle Persone Anziane, voluta dal Governo Meloni e varata in tempi record, è un testo storico, che ha colmato un vuoto legislativo andando a riconoscere i diritti dei 14 milioni di anziani che vivono in Italia – ha affermato il Viceministro Bellucci –. Oggi, attraverso il Comitato interministeriale per le Politiche in favore della popolazione Anziana (CIPA), di cui sono delegata a presiedere i lavori, come Governo portiamo avanti il nostro impegno per la programmazione di efficaci politiche nazionali in favore dei nostri anziani, con particolare attenzione ai fragili e ai non autosufficienti. L’Italia è infatti la prima Nazione in Europa per popolazione anziana e questo dato di realtà ci spinge a lavorare con determinazione affinché ciascuno possa vivere in modo dignitoso questa preziosa stagione della vita. La sfida demografica, quindi, rimane tra i temi in cima all’agenda del nostro Governo, e certamente la creazione dell’Istituto Italiano sull’Invecchiamento può essere uno strumento efficace per avere una visione del fenomeno più attenta e complessiva».
Le dieci aree di ricerca
Dieci gruppi di lavoro (SPOKE) con dieci aree di ricerca hanno presentato i risultati dei loro studi e le loro proposte innovative: dalla demografia, che ha analizzato per la prima volta l’impatto della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sulle nascite in Italia anche alla luce dei LEA appena entrati in vigore che prevedono la copertura per numerose prestazioni per la procreazione; all’intelligenza artificiale utilizzata per prevedere i fattori di decadimento cognitivo; dall’impatto dell’inquinamento sulle patologie neurologiche degli anziani alle mutazioni del mercato del lavoro nel Paese con meno giovani in Europa; dalle sperimentazioni terapeutiche per contrastare l’invecchiamento cellulare alle proposte per la sostenibilità del sistema previdenziale; dal ripensamento dell’assistenza ai non autosufficienti, alla formazione dei caregiver e alla tutela della loro condizione psicologica. E poi nuove evidenze in tema di dieta, esercizio fisico, stimolazione cognitiva, socializzazione e controllo dei fattori di rischio vascolari, innovative soluzioni per ripensare case e spazi urbani, un nuovo approccio del mercato che valorizzi la silver economy e l’esordio dell’indice di giustizia intergenerazionale che misura lo sbilanciamento a favore dei diversi gruppi sociali in Italia e nella UE.
Riconoscere tutte quelle realtà e quelle persone che in silenzio, giorno per giorno, si impegnano per favorire l'inclusione, il supporto alle persone con disabilità, il contrasto alle diseguaglianze. Sono questi gli obiettivi del Premio PreSa (Prevenzione e Salute), che quest'anno è giunto alla decima edizione, ed è stato conferito oggi a Roma a dieci attori impegnati nel sociale.
Il premio è promosso dalla Fondazione Mesit (Medicina sociale e innovazione tecnologica) e dal network PreSa Prevenzione e Salute, con il contributo non condizionante di Sanofi, Gilead e Sobi. "Il Premio PreSa, giunto alla sua decima edizione nel 2024, non è solo un riconoscimento, è una celebrazione del progresso", ha affermato il presidente di Fondazione Mesit, Marco Trabucco Aurilio.
"È l'occasione per raccontare storie straordinarie di innovazione e dedizione: storie di professionisti, di progetti visionari e di soluzioni concrete che hanno migliorato la vita delle persone e il sistema salute nel suo complesso; storia di realtà strutturate, come le associazioni nazionali; ma anche storie, non meno preziose, di azioni quotidiane affidate alla determinazione di singoli individui". "La decima edizione del premio PreSa è un'occasione importante per festeggiare questo percorso positivo di celebrazione dell'inclusività, dell'attenzione al superamento di tutte le forme di disabilità e di invalidità, con una finalità molto chiara: stimolare le istituzioni, non solo a riconoscere questi casi, ma trovare anche percorsi e definire le risorse per far sì che chi è affetto da disabilità di qualsiasi natura possa vivere pienamente la vita e dare un contributo importante alla crescita del nostro Paese", ha affermato il presidente e amministratore delegato di Sanofi Italia e presidente di Farmindustria Marcello Cattani.
"Il ministero della Salute cerca di dare quotidianamente una risposta ai 13 milioni di disabili del nostro Paese", ha aggiunto Maria Rosaria Campitiello, capo dipartimento della Prevenzione, della Ricerca e delle Emergenze Sanitarie del ministero della Salute. "Insieme al ministero della Disabilità e quello della Famiglia stiamo cercando di dare a queste persone una risposta assistenziale, sanitaria e sociale. La parola inclusione deve essere il nostro input per rispondere alle esigenze quotidiane di queste persone", ha concluso.
Nel corso della premiazione è intervenuto anche il premio Nobel per la Pace 2018 Denis Mukwege. "Per quasi tre decenni, ho trattato a malincuore le conseguenze dell'atroce guerra che affligge la Repubblica democratica del Congo orientale. Donne e bambini sono le prime vittime di questa guerra di aggressione da parte di Ruanda e Uganda. Solo nel 2023, le Nazioni Unite hanno registrato 123.000 casi di violenza di genere nella Repubblica Democratica del Congo, vale a dire che una donna viene stuprata ogni quattro minuti", ha affermato. "La nostra assistenza mira innanzitutto a trasformare la sofferenza in forza, a trasformare il dolore delle vittime in potere e a mettere le donne in condizione di sviluppare la loro capacità di diventare autonome una volta lasciato l'ospedale. L'assistenza olistica aiuta le donne a ritrovare la fiducia e l'autostima in se stesse. Il nostro obiettivo è rendere queste cure il più possibile accessibili al maggior numero di donne nella Repubblica Democratica del Congo", ha concluso Mukwege.
È in libreria "TROTULA, MEDICA RIVOLUZIONARIA" - Romanzo per ragazze e ragazzi firmato da Emilia Zazza per Manni Editori. Un libro divertente e appassionante che racconta l'eccezionale figura della donna che nel Medioevo rivoluzionò la medicina grazie a una nuova attenzione all'universo femminile. Lunedì 16 dicembre presentazione del libro nella Sala Stampa della Camera dei Deputati (ore 17.30) con Giorgio Zanchini e il saluto istituzione dell'Onorevole Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura di Montecitorio.

«Siamo tantissime ormai e scriviamo, teniamo lezioni, la Scuola medica di Salerno è la più autorevole di tutte e il merito è nostro, delle donne, delle mulieres salernitane, siamo noi che abbiamo creato la medicina delle donne». Trotula è una ragazzina inquieta e ribelle, ama creare unguenti e pozioni con le erbe assieme all'amica Rosvita, mettere lucertole nel letto della balia Adalgisa, è affascinata dalla medicina, sogna di essere libera.
E Salerno, attorno all'anno 1000, con la prestigiosa Scuola medica, è un bel posto per le sue inclinazioni. Crescendo, Trotula diventa un'esperta medica, e non solo perché sa scovare i rimedi migliori per questo o quel male, ma soprattutto perché capisce che le pazienti e i pazienti vanno ascoltati, toccati, insomma visitati. E comprende come le donne necessitino di cure specifiche. Ma Trotula deve condurre anche le sue battaglie personali: trovare un marito che non si opponga al fatto che lavori e che sia indipendente, e far sì che il mondo dei magistri della Scuola medica riconosca le sue capacità, e la nomini magistra.
Emilia Zazza è nata nel 1975, vive a Roma. È specializzata in studi e politiche di genere. Autrice di programmi per la Rai, negli ultimi anni lavora a Quante storie e a Presa diretta di Rai3. Per il festival di scrittrici InQuiete di Roma cura la parte dedicata ai ragazzi e alle ragazze. Ha pubblicato il romanzo Si sta facendo notte (Italic-Pequod, 2011) e diretto il documentario Termini Underground.
Fascia d’età: + 12
pp. 128 – € 14,00
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Info:
Agnese Manni
Manni Editori
via Umberto I, 47-51
73016 San Cesario di Lecce
agnesemanni@mannieditori.it
Tel. 0832 205577
www.mannieditori.it
Foto di Katherine Hanlon su Unsplash
Tra lo scompenso cardiaco e altre patologie non cardiache, come diabete, malattie renali e polmonari, esiste un legame. In più, la presenza di queste ultime aumenta il rischio di un secondo ricovero ospedaliero dei pazienti, oltre ad allungare la degenza, influenzando il rischio morte.
A dimostrarlo per la prima volta è un’indagine condotta dall’Irccs MultiMedica e dall’Università degli Studi di Milano, pubblicata sulla rivista European Journal of Internal Medicine. Per condurre la ricerca, la Regione Lombardia ha dato accesso ai propri database sanitari per uno studio real world.

“Questo articolo rappresenta un'importante conferma della presenza di molte comorbidità nel paziente con scompenso cardiaco. Ricordiamo che nei pazienti con età superiore di 80 anni l'incidenza di scompenso è del 20%. Proprio per la loro età queste persone spesso hanno anche altre patologie, come il diabete o l'insufficienza renale oppure la pneumopatia cronico-ostruttiva. Sono dunque pazienti costretti a prendere molti farmaci per le diverse comorbilità che si sommano alle numerose per lo scompenso cardiaco”, commenta il professor Salvatore Di Somma, Direttore del Comitato Scientifico dell’Associazione Italiana Scompensati Cardiaci (AISC APS).
“L’articolo conferma che i pazienti con scompenso cardiaco, devono stare attenti non solo al cuore, ma anche agli altri organi che sono spesso coinvolti. In particolare per esempio, le broncopneumopatie cronico-ostruttive, le patologie polmonari. Nel periodo invernale, si può andare incontro ad infezioni delle vie respiratorie, virali oppure batteriche che possono aggravare uno scompenso cronico e portare a una riacutizzazione dello scompenso cardiaco.
Ecco questo è il motivo per cui i pazienti anziani con insufficienza cardiaca cronica, sono a rischio ricadute e devono fare il vaccino per evitare queste complicanze”.
Il messaggio è importante e fa capire come, nella sua cronicità, “lo scompenso cronico vada affrontato come la problematica di un team di medici e non di un medico solo. Sicuramente il cardiologo ha un ruolo importante, ma serve anche il supporto di altri specialisti come pneumologi, nefrologi, diabetologi e internisti. Si tratta di una patologia che mette insieme varie anime, ultimo, ma non da ultimo, il medico di medicina generale che poi coordina queste situazioni e segue quotidianamente questi pazienti”.

Aderenza alle terapie. Durante il recente X Congresso dell’Aisc, tenuto a Roma a novembre, si è parlato dell’aderenza alle terapie per i pazienti costretti ad assumere diversi medicinali al giorno. Proprio a causa della a causa della politerapia, molte persone spesso non seguono correttamente le cure prescritte. “I pazienti con scompenso cardiaco devono assumere molti farmaci ogni giorno, rendendo difficile rispettare i protocolli terapeutici”, continua Di Somma. “Sono in corso sperimentazioni su farmaci iniettabili che potrebbero essere somministrati una volta a settimana o una volta al mese, riducendo il carico quotidiano e migliorando la qualità della vita dei pazienti. “L’AISC continuerà a lavorare per sensibilizzare i pazienti sulla corretta gestione delle terapie, affinché possano trarne il massimo beneficio,” conclude Di Somma.
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Si è concluso nei giorni scorsi il workshop“Gestione dei dati nella ricerca clinica”, organizzato dall’Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS a Ranica (Bg). Al centro del dibattito le sfide relative all’integrazione dell’intelligenza artificiale nel settore sanitario, alla protezione dei dati e all’integrità scientifica, con l’obiettivo di favorire l’innovazione mantenendo alti standard di sicurezza e affidabilità.
“Possiamo donare gli organi, possiamo donare il sangue. In linea di principio possiamo donare i nostri dati sanitari? Esiste il concetto di «proprietà del dato sanitario»?”, ha detto il Prof. Stefano Paleari, presidente della Fondazione ANTHEM, introducendo i lavori.
“Una pianificazione strategica nella gestione dei dati è essenziale non solo per garantire l’integrità scientifica, ma anche per rispettare le normative e per massimizzare il valore dei dati stessi – hanno spiegato Anna Caroli, responsabile del laboratorio di Medical Imaging e Nadia Rubis, responsabile dell’Unità Operativa Complessa Affari Regolatori, Etici e Legali del Mario Negri, organizzatrici dell’evento -. In un contesto normativo in continua evoluzione, emerge la crescente necessità di un team multidisciplinare altamente qualificato, capace di supportare i ricercatori nella gestione ottimale dei dati e nell'adeguamento alle nuove sfide tecnologiche e regolatorie."
Il workshop ha anche esplorato nuove modalità di divulgazione, enfatizzando l’importanza di comunicare i risultati della ricerca non solo alla comunità scientifica, ma anche ai pazienti e al grande pubblico, con l’obiettivo di amplificare l’impatto clinico delle scoperte e favorire una maggiore consapevolezza sociale.
Il convegno si inserisce nella più ampia cornice del progetto ANTHEM (AdvaNced Technologies for Human centrEd Medicine), il cui obiettivo è un'alleanza strategica tra medicina e tecnologia per offrire soluzioni diagnostiche e terapeutiche all’avanguardia e migliorare la qualità della vita dei pazienti fragili e cronici o colpiti da patologie ad oggi ancora senza cura. ANTHEM è un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca nell’ambito del "Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari al PNRR". Con un investimento di oltre 110 milioni di euro distribuiti in quattro anni (fino al 2026), ANTHEM riunisce 9 università, 3 centri di ricerca, 6 ospedali di eccellenza e 5 imprese in tutta Italia, per sviluppare 28 progetti di ricerca orientati a risolvere alcune delle sfide mediche più complesse.
ANTHEM, coordinato dal Prof Guido Cavaletti dell’Università di Milano-Bicocca, ha già coinvolto più di 300 ricercatori che lavorano congiuntamente per sviluppare terapie innovative, con un focus particolare su malattie rare, patologie croniche e condizioni prive di cure efficaci.
L’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS è partner del progetto e si occupa dello sviluppo di innovativi metodi diagnostici e terapeutici, anche grazie all’uso delle più recenti tecnologie di intelligenza artificiale. Due le principali aree di intervento: i) l’utilizzo della tecnologia RNA-Seq per identificare alterazioni genetiche alla base di malattie rare non ancora diagnosticate, in pazienti pediatrici e adulti, e ii) lo sviluppo di attività per la gestione e l’analisi dei dati generati in tutti i progetti di ricerca del consorzio.
Le attese – molto spesso lunghe – per un trapianto di cuore potrebbero diventare meno gravose e sfinenti per i pazienti con insufficienza cardiaca terminale, costretti a ospedalizzazioni continue e prolungate, esposti a complicanze e ad un elevato rischio di morte. Il cambio di scenario è dietro l’angolo: protagonista il cuore artificiale, indicato al momento come “ponte” per i pazienti, in attesa di trovare un cuore compatibile. Grazie a tecnologie in continua evoluzione, si aprono nuovi scenari con la prospettiva di ribaltare il paradigma di cura con cui fino ad oggi cardiologi e cardiochirurghi hanno gestito l’insufficienza cardiaca nelle fasi terminali.
L’insufficienza cardiaca1, pandemia globale in costante aumento2, grave patologia caratterizzata dall’incapacità del cuore di pompare efficacemente sangue nell’organismo, riguarda 64 milioni di individui nel mondo, con una mortalità altissima che varia a cinque anni tra il 50% e il 75%3. In Italia l’insufficienza cardiaca è responsabile di oltre 200.000 ricoveri annui4, con un tasso di mortalità attestata al 50% entro due anni5.
Il gold standard universalmente riconosciuto per l’insufficienza cardiaca nelle fasi terminali resta il trapianto di cuore, sul quale però pesa un severo unmet need a livello mondiale: il reperimento di organo da donatore6. La discrepanza tra domanda e offerta è incolmabile: 6.000 trapianti di cuore all’anno7 coprono appena il 10% del fabbisogno totale8; in Italia, dove i trapianti cardiaci vengono effettuati nell’ambito di una Rete di 16 Centri cardiochirurgici altamente specializzati di cui 2 pediatrici, nel 2023 sono stati eseguiti 370 trapianti di cuore9 ma, secondo le stime, il numero di procedure soddisfa appena metà del fabbisogno complessivo di cuore nel nostro Paese. Le liste d’attesa al 2023 contavano 668 pazienti. I tempi medi di attesa per un trapianto di cuore sono di 3,7 anni nelle liste standard.9
Il numero limitato di donatori e le controindicazioni al trapianto per alcune categorie di pazienti hanno creato le condizioni per lo sviluppo di sistemi di assistenza meccanica al circolo sempre più avanzate e raffinate, che guadagnano spazio perché riescono a traghettare verso il trapianto tutti quei pazienti le cui condizioni cliniche non permettono l’attesa di un nuovo cuore o sono esse stesse una controindicazione temporanea al trapianto cardiaco.
E questa è proprio la peculiarità del cuore artificiale totale (TAH): fisiologico, altamente emocompatibile, pulsatile e autoregolato, frutto del talento e dell’esperienza di Carmat, MedTech francese da sempre impegnata a creare un’alternativa valida per i pazienti in attesa del trapianto di cuore.
Il cuore artificiale totale è disponibile nel mercato europeo con l’indicazione di “ponte verso il trapianto” (BTT, bridge to transplant) per i pazienti affetti da insufficienza cardiaca biventricolare terminale che non hanno più la possibilità di trarre benefici da una terapia medica o da un sistema di supporto meccanico al circolo, come il VAD (ventricular assist device), che peraltro assiste solo la parte sinistra del cuore, a condizione che la funzione del ventricolo destro sia normale. Secondo alcuni esperti, il cuore artificiale potrebbe avere le potenzialità di trasformare l’organizzazione e i trattamenti di questi pazienti in maniera radicale, come avvenne negli anni ‘70 per l’insufficienza renale severa con l’ingresso della dialisi, ma le aspettative vanno ben oltre, con un obiettivo strategico: il graduale passaggio dal “bridge to transplant” alla “destination therapy”, attraverso un cambio culturale profondo della pratica clinica che consentirebbe al paziente di vivere in modo duraturo con il cuore artificiale, quale terapia definitiva al trapianto di cuore, senza dover ricorrere ad un successivo trapianto di cuore.
«Il concetto di “bridge to transplantation” si riferisce ad un sistema meccanico impiantato temporaneamente in un paziente in lista di attesa per il trapianto di cuore, quando la sola terapia medica non è in grado di mantenere condizioni di stabilità – afferma Claudio Francesco Russo, Direttore Cardiochirurgia e Trapianto di cuore, Azienda Socio Sanitaria Territoriale Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano. Proprio per evitare il rischio di depauperamento di tutte le risorse dell’organismo in conseguenza dell’insufficienza cardiaca, è giusto ricorrere a questi sistemi di supporto meccanico al circolo, comunque definiti, che ci permettono di stabilizzare le condizioni del paziente, mantenergli la qualità di vita, mantenergli la funzione degli organi periferici, mantenere la sua condizione di riserva dell’organismo e affrontare nelle migliori condizioni un intervento di trapianto di cuore. Ci sono inoltre condizioni in cui il trapianto non può essere effettuato: pazienti che presentano problematiche diverse, ad esempio l’età avanzata o condizioni associate che controindicano la terapia immunosoppressiva. In tutti questi pazienti l’impianto del sistema meccanico, si presenta come alternativa definitiva al trapianto di cuore, cioè la “destination therapy”».
«In un terzo scenario – aggiunge Russo – il supporto meccanico al circolo può essere utilizzato come “bridge to candidacy” (ponte alla candidabilità), nel caso di un paziente con controindicazioni temporanee al trapianto di cuore, ad esempio soggetti giovani con storia di neoplasia non ancora clinicamente risolta, o soggetti con elevate pressioni nel circolo polmonare non permissive del trapianto stesso. In questi casi possiamo impiantare la macchina fino alla risoluzione delle controindicazioni al trapianto stesso. Vi è, infine, un quarto scenario: l’impianto di supporto meccanico al circolo, VAD, come “bridge to recovery”, per quelle condizioni su base infettivo-infiammatoria (miocarditi, tossicità…) che possono provocare un deficit temporaneo della funzione cardiaca potenzialmente reversibile. In questo caso, se il paziente è in condizione di gravissimo scompenso cardiaco o di shock cardiogeno intrattabile possono essere impiantati questi sistemi meccanici che, una volta recuperata la funzione cardiaca, possono essere rimossi».
Il cuore artificiale totale, ritenuto possibile Game Changing per i benefici che offre ai pazienti, sostituisce integralmente il cuore nativo e supporta temporaneamente il circolo. L’impianto del sistema stabilizza le condizioni cliniche del paziente, trasformando un’urgenza in una condizione gestibile anche a casa e con una migliore qualità della vita. L’innovatività distintiva di TAH si declina in emocompatibilità (tutte le superfici di contatto con il sangue sono rivestite da materiali biologici con riduzione del rischio tromboembolico e conseguente impiego di terapia anticoagulante a dosi minime); autoregolazione (il sistema adatta la pressione arteriosa e il volume di sangue a seconda delle esigenze fisiologiche del paziente); pulsatilità (i profili di pressione e flusso sanguigno mimano quelli del cuore nativo e vengono riprodotte sistole e diastole); compatibilità anatomica (il cuore artificiale totale si adatta perfettamente all’anatomia del torace umano).
Le prime evidenze dello studio pivot europeo promosso da Carmat mostrano il buon recupero dei pazienti dopo l’impianto e il miglioramento delle condizioni di salute, dato importante che permette di affrontare al meglio il successivo trapianto di cuore. In Francia è in corso Eficas, uno studio prospettico che ha l’obiettivo di arruolare 52 pazienti in 10 Centri cardiologici, per raccogliere ulteriori dati aggiuntivi su sicurezza ed efficacia, end point primario: la sopravvivenza post-impianto di almeno 6 mesi senza eventi gravi o la riuscita del trapianto entro i 6 mesi. TAH è stato impiantato in decine di pazienti nel mondo, compresi 4 in Italia (Ospedale Monaldi di Napoli, Ospedale Niguarda di Milano, Ospedale San Camillo di Roma).
Il sistema di supporto meccanico biventricolare al circolo comporta un triplo vantaggio: i pazienti vengono stabilizzati e guadagnano tempo, i clinici sono i protagonisti di un cambiamento epocale nel paradigma di cura dell’insufficienza cardiaca terminale e il Sistema Sanitario – a fronte di una riduzione dei ricoveri, ricorrenti e prolungati, dei pazienti in condizioni critiche in attesa di trapianto – risparmia sui costi.
Restano tuttavia alcuni ostacoli, soprattutto di tipo culturale, che rallentano il routinario ricorso al cuore artificiale totale nella pratica clinica. Da un lato, il cuore resta ancora l’opzione elettiva per i Centri autorizzati al trapianto; dall’altro, la comunità medica (cardiologi ospedalieri e medici del territorio) non riceve un’adeguata informazione sulle tecnologie avanzate come il cuore artificiale. Scarsa è la conoscenza anche nell’opinione pubblica e tra gli stessi pazienti che, nella condizione di poter scegliere, appaiono più propensi a ricevere un cuore biologico.
References
Thirty-eighth adult lung transplantation report – 2021; Focus on recipient characteristics. J. Heart Lung Transplant. Volume 40,October 2021.
CARMAT è una MedTch fondata nel 2008 con sede a Parigi, con uffici centrali a Vèlizy-Villacoublay e il sito produttivo a Bois-d’Arcy. L’azienda può contare sul talento e sulla competenza di un team multidisciplinare di circa 200 professionisti altamente specializzati e la sua ambizione è quella di realizzare un’alternativa al trapianto di cuore, fornendo ai pazienti una soluzione terapeutica sicura, efficace e in grado di migliorare la qualità della vita. TAH – Cuore Artificiale Totale è il frutto di questo ambizioso progetto. Il primo impianto di cuore artificiale prodotto da Carmat risale al 2013 presso l’ospedale George Pompidou di Parigi.
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La trasparenza sulle informazioni dedicate alle coperture assicurative è ancora un obiettivo da raggiungere per la maggior parte delle strutture sanitarie italiane. È questo uno dei risultati a cui giunge lo studio, condotto dall'Università degli Studi dell'Aquila e dalla Fondazione Sanire – www.sanire.org –, che ha messo in luce significative lacune nell'attuazione della Legge 24/2017 (meglio conosciuta come Legge Gelli-Bianco), da parte di 97 aziende ospedaliere pubbliche italiane nel periodo 2017-2023. L’indagine si è soffermata sull’applicazione dei principali strumenti previsti dalla legge, vale a dire, l'obbligo per le strutture sanitarie di pubblicare annualmente le informazioni relative agli eventi avversi, ai risarcimenti erogati e alle coperture assicurative adottate.
I dati emersi sono stati illustrati durante il Convegno “Luci e ombre nell'applicazione della Legge Gelli-Bianco: partiamo dai numeri”, svolto presso il Museo del Ninfeo della Fondazione ENPAM, con il patrocinio dall'Università degli Studi dell'Aquila, della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCEO) e della Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA).

Sanità sotto esame: i numeri della responsabilità. I risultati dello studio delineano un quadro di attuazione disomogeneo della Legge Gelli-Bianco chein séstabilisce regole precise per garantire maggiore trasparenza nelle attività sanitarie e responsabilità per migliorare la sicurezza delle cure e la gestione del rischio clinico.
Uno degli aspetti più critici rilevati riguarda la pubblicazione delle relazioni annuali consuntive sugli eventi avversi. Sebbene si osservi un lieve miglioramento generale, con un aumento delle Aziende Ospedaliere Universitarie che hanno pubblicato le relazioni dal 24,14% del 2017 al 34,48% del 2023, altre categorie di strutture hanno mostrato un calo preoccupante.
Le Aziende Socio Sanitarie TerritoriaIi della Regione Lombardia, ad esempio, sono passate dal 46,15% al 19,23% nello stesso periodo, evidenziando un’inadeguata adesione agli obblighi di comunicazione.
Risarcimenti e assicurazioni: quanto costa la sicurezza delle cure. Per quanto riguarda i sinistri liquidati, i dati mostrano un andamento variabile tra le diverse tipologie di strutture. Un incremento significativo è stato registrato nel 2019 per le aziende ospedaliere universitarie (570 sinistri), le Aziende Socio Sanitarie TerritoriaIi (106) e gli Istituti di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico (118). Di contro, le Aziende Ospedaliere hanno segnato il picco nel 2022 con 240 sinistri liquidati. Parallelamente, l'ammontare complessivo dei risarcimenti ha evidenziato oscillazioni, passando da 80 milioni di euro nel 2018 a un picco di quasi 160 milioni nel 2019, per poi scendere sotto i 140 milioni tra il 2020 e il 2021 e risalire a 170 milioni nel 2022. Nonostante l'ampiezza delle cifre, l'incidenza economica di questi costi sui bilanci delle strutture sanitarie si è rivelata generalmente contenuta, con valori che variano dall'1,19% per le Aziende Ospedaliere allo 0,52% per le Aziende Socio Sanitarie TerritoriaIi. Nonostante le carenze sulla trasparenza, lo studio evidenzia che l'impatto economico dei risarcimenti è contenuto e non compromette la stabilità finanziaria delle strutture né la loro capacità di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
Va detto, però, che la frammentazione nelle modalità di attuazione della Legge Gelli-Bianco e l'insufficiente aderenza agli obblighi di trasparenza rappresentano degli ostacoli significativi al miglioramento della responsabilità e della fiducia nei confronti del sistema sanitario.
Trasparenza in sanità: missione (im)possibile? Un ulteriore elemento di criticità riguarda la gestione delle coperture assicurative. Circa il 47,92% delle strutture analizzate non ha pubblicato informazioni in merito, evidenziando una diffusa inosservanza degli obblighi di trasparenza. Tra quelle che hanno reso noti i dati, il 44,79% utilizza polizze assicurative tradizionali, mentre il 7,29% adotta un regime di autoassicurazione. L’assenza di criteri uniformi nell'applicazione della legge, sottolineata dallo studio, contribuisce a rendere difficoltosa una valutazione comparativa e ostacola il monitoraggio dell'efficacia delle misure di responsabilità sanitaria.
A suggerire una presa di coscienza, un dibattito centrato su elementi certi sono stati i responsabili scientifici dell’evento. “Ciò che più colpisce della ricerca promossa dalla Fondazione è il dato rassicurante sull’incidenza economica dei risarcimenti: mediamente, si tratta di percentuali marginali, ben lontane dal compromettere la stabilità finanziaria delle strutture o l’erogazione dei Lea. Anzi, risarcire i danni cagionati da eventi avversi evitabili rappresenta un atto di giustizia sostanziale e di attuazione del diritto alla salute, in linea con il principio di solidarietà stabilito dalla nostra Costituzione”, ha commentato Gabriele Chiarini, Avvocato, Presidente della Fondazione Sanire.
“Le riflessioni medico legali sui dati emersi evidenziano che non è il risarcimento dei sinistri legati a una eventuale responsabilità sanitaria a mettere in crisi un sistema già sotto stress per altri motivi, mentre incide la narrazione circa i supposti immani costi di questo problema”, ha spiegato Franco Marozzi, Medico Legale, Vicepresidente della SIMLA e Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Sanire. “Questa pressione si è riverberata nei confronti del personale medico, contribuendo ad aumentare quella 'medicina difensiva' che è stimata dai più come estremamente costosa ma sulla quale risultano mancanti delle indagini di carattere scientifico di caratura adeguata. Certo, il problema della responsabilità professionale è un tema spinoso che coinvolge i pazienti eventualmente danneggiati ma anche i medici che soffrono sia delle accuse pretestuose, sia del peso del possibile errore. E non esito, anche nella mia veste istituzionale, a metterli sullo stesso piano che, peraltro, è l'unico modo per affrontare con equilibrio un tema così delicato e che vede noi, specialisti in medicina legale, tra gli interpreti principali del contenzioso su queste basi".
“Gli obblighi di pubblicità che oggi gravano sulle strutture e sui professionisti sanitari non rappresentano un mero fardello burocratico, ma costituiscono gli strumenti necessari per assicurare concretezza ed effettività al diritto alla trasparenza, assurto oggi a componente del diritto a cure sicure e più in generale del diritto alla tutela della salute”, ha dichiaratoVincenzo Antonelli, Professore Associato di Diritto Amministrativo presso l’Università degli Studi dell’Aquila, Coordinatore del Comitato Scientifico di Fondazione Sanire. “Ma per rendere effettivo il diritto alla trasparenza è necessario garantire tempestività e qualità dei dati da pubblicare. Esigenza colta anche in ambito sanitario in occasione della recente adozione nel 2024 della ‘Carta dei diritti per la sicurezza del paziente’ da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità, iniziativa che intende promuovere sia la cultura della sicurezza, l’equità, la trasparenza e accountability all’interno dei sistemi sanitari, sia l’empowerment dei pazienti affinché partecipino attivamente al proprio percorso di cura come partner attivi e attenti al rispetto del proprio diritto alle cure sicure”.
Al Convegno hanno partecipato: i rappresentanti delle Società scientifiche, Filippo Anelli, Presidente della FNOMCEO e Lucio di Mauro, Medico Legale, Segretario della SIMLA; gli esperti nel settore giuridico e assicurativo, Stefania Tassone, Magistrato, Consigliere della Terza Sezione Civile presso la Suprema Corte di Cassazione, Marco Bona, Avvocato dello studio legale MBO, Alberto Michele Cisterna, Magistrato, Presidente della Tredicesima Sezione Civile presso il Tribunale di Roma, Luca Forteleoni, Magistrato, Componente del Collegio presso l’autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), Maurizio Hazan, Avvocato, Presidente della Fondazione Italia in Salute, Giuseppe Pasquale Macrì, Medico Legale, Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Sicurezza in Sanità presso l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Isabella Mori, Responsabile dell'area Tutela di Cittadinanzattiva, Attilio Steffano, Presidente della società di consulenza ASSIMEDICI e Riccardo Tartaglia, Professore Straordinario di Risk Management presso l’Università degli Studi G. Marconi.

