Il countdown è agli sgoccioli, la Digital Cup 2025 è pronta a partire per la sua quarta edizione. Venerdì 28 marzo a Firenze, al Centro Tecnico Federale di Coverciano, andrà in scena l’appuntamento organizzato dalla Nazionale Italiana Comunicazione Digitale. Il programma si aprirà alle ore 14 con un talk sui temi dello sport e del digitale, con importanti ospiti del mondo del calcio, della comunicazione, istituzioni e aziende. 

Tra i partecipanti all’iniziativa anche Stefano Ciuoffo, Assessore Regione Toscana a Infrastrutture digitali e Innovazione, le Assessore al Digitale e IA e allo Sport del Comune di Firenze Laura Sparavigna e Letizia Perini, l’ex calciatore Mark Iuliano, lo YouTuber e Content Creator Matteo Colombo – Rohn, il presidente della Nazionale Gamers Fabio Battista, il centravanti della Rondinella Marzocco Alessandro Polo. Ci saranno anche il giornalista di La7 Andrea Pennacchioli, oltre all’attore e conduttore tv Gian Marco Tavani.

Saranno inoltre presenti Saverio Bari, capitano della Nazionale Italiana di Subbuteo, vincitore ai Campionati Europei di Calcio da Tavolo 2023 e Marco Lamberti, CT della Nazionale campione d’Europa, tanti giornalisti, comunicatori, social media manager, esperti di digitale da tutta Italia. 

Prima del fischio d’inizio, fissato per le ore 15:00, si terrà già dalle 14 un talk moderato dal telecronista Lorenzo Agostini, sui temi legati alle piattaforme digitali di comunicazione, all’intelligenza artificiale e alla realtà virtuale.

Durante il pre partita a bordo campo, sarà premiata Valentina Baggio con uno Smartphone d’Oro specialedi PA Social per la sua attività nel mondo della comunicazione digitale e per la creazione e la gestione dell’account Instagram di successo @robybaggio_official. 

L’iniziativa, come sempre, ha l’obiettivo di fare divulgazione e sensibilizzazione sui temi del digitale e di fare beneficenza, quest’anno si raccolgono fondi per l’associazione Trisomia 21, a sostegno delle persone con sindrome di Down e delle loro famiglie. È già possibile effettuare una donazione al seguente link: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=TBFVPLUV53VAS.

Qui è possibile iscriversi e partecipare gratuitamente al talk e assistere alla gara: https://forms.gle/U4xB1DgZCq5SDuqUA 

La partita

Dopo il successo nell’edizione 2024 con la Nazionale Italiana Comici, la Nazionale Italiana Comunicazione Digitale punta a ripetersi e ad alzare nuovamente la coppa al cielo. Nata da un’iniziativa di Associazione PA Social e Fondazione Italia Digitale, la squadra è formata da esperti in comunicazione e informazione digitale, atleti e personaggi del mondo dello sport, dello spettacolo, del giornalismo e della comunicazione attenti e interessati alla diffusione di una matura cultura digitale. A fornire alla Nazionale Italiana Comunicazione Digitale un rinnovato kit da gara completo personalizzato sarà ancora una volta Givova, celebre marchio italiano di abbigliamento sportivo e di accessori per lo sport. L’incontro sarà raccontato live sui social della Nazionale Italiana Comunicazione Digitale e anche attraverso le interviste ai protagonisti della giornata.

I partner

La Digital Cup 2025 è supportata dai partner L’Eco della StampaIDCERTLinkedInBinario F, Osservatorio Digitale, dai media partner digitalepopolare.it e Dire.it, dallo sponsor tecnico Givova e può contare sul patrocinio di Città metropolitana di FirenzeComune di FirenzeFIGCRegione Toscana e USSI Toscana

Francesco Di Costanzo, presidente Nazionale Italiana Comunicazione Digitale“Anche quest’anno, grazie al sostegno dei partner e di tutte le persone coinvolte nell’iniziativa, siamo pronti a una giornata ricca di emozioni e di racconto di esperienze di professionisti provenienti da settori differenti. Con il talk, cercheremo di raccontare i principali cambiamenti che riguardano il mondo dello sport e del digitale, ad esempio l’AI generativa e il metaverso e le novità delle piattaforme social. In campo, cercheremo di regalare un pomeriggio di divertimento e beneficenza con il pallone”.

Le reti oncologiche regionali rappresentano uno strumento fondamentale per garantire equità di accesso alle cure e omogeneità di trattamento su tutto il territorio nazionale.

A sottolinearlo è Stefania Gori, presidente della Rete Oncologica Pazienti Italia (ROPI), che evidenzia come una rete efficiente possa "assicurare un'omogeneità all'accesso agli screening, alle diagnosi precoci e ai trattamenti, anche innovativi". Gori è intervenuta alla campagna "Più – Più cura. Più tempo. Più vita.", promossa da Takeda Italia, che punta a sensibilizzare sull'esperienza dei pazienti con tumore metastatico del colon-retto attraverso un Position Paper e un cortometraggio. L'iniziativa, patrocinata da importanti associazioni, promuove un modello di cura integrato che va oltre il trattamento medico, abbracciando anche il supporto psicologico e l'attenzione alla vita quotidiana del paziente.

Secondo i monitoraggi periodici condotti dall'Osservatorio di AGENAS, il livello di efficienza delle reti oncologiche regionali è molto variabile: risultano pienamente operative in cinque regioni italiane, mentre in altre sono in fase di consolidamento o necessitano di miglioramenti. "È importante che questa valutazione venga fatta in maniera periodica perché rappresenta uno stimolo per tutte le reti oncologiche regionali", sottolinea Gori.

Un aspetto cruciale è l'uniformità dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA), che dovrebbero essere elaborati per tutte le patologie oncologiche in modo omogeneo, superando le attuali difformità sia numeriche che formali. Su questo fronte, ROPI e la Associazione Italiana dei Gruppi Oncologici Multidisciplinari (AIGOM), insieme ad altre associazioni scientifiche, stanno collaborando attivamente con le istituzioni.

L'importanza dell'approccio multidisciplinare è confermata dai dati: come ricorda Gori, "è stato dimostrato che avere un approccio multidisciplinare nella valutazione del singolo paziente aumenta la sopravvivenza".

MSD, nota come Merck negli Stati Uniti e in Canada, ha annunciato la prima presentazione dei risultati dello studio di Fase 3 ZENITH che valuta sotatercept rispetto al placebo in adulti con ipertensione arteriosa polmonare (IAP, Gruppo 1 IP) in classe funzionale (FC) III o IV dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ad alto rischio di mortalità che erano in terapia standard per la IAP in grado di garantire il massimo livello di tollerabilità. Con un follow-up mediano di 10,6 mesi (intervallo, 0,3-26,1), sotatercept ha ridotto il rischio di eventi gravi di morbilità e mortalità (morte per tutte le cause, trapianto polmonare e ospedalizzazione legata al peggioramento della IAP di ≥24 ore) del 76% (HR=0,24 [95% CI, 0,13-0,43]; p<0,0001 [1-sided]) rispetto al placebo.

Dei pazienti trattati con sotatercept, il 17,4% (n=15/86) ha sperimentato uno o più eventi gravi di morbilità e mortalità, rispetto al 54,7% (n=47/86) dei pazienti nel braccio placebo. Il profilo di sicurezza di sotatercept nello studio ZENITH è stato generalmente coerente con quello osservato in studi precedenti.

Questi risultati sono stati oggetto di una presentazione orale alla sessione scientifica annuale dell'American College of Cardiology ed Expo (ACC 2025) e pubblicati simultaneamente nel New England Journal of Medicine. Questi risultati seguono l'annuncio di MSD nel novembre 2024 relativo all’interruzione anticipata dello studio ZENITH, sulla base della raccomandazione di un comitato indipendente per il monitoraggio dei dati, a seguito di risultati di efficacia straordinari. Ai partecipanti allo studio è stata offerta l'opportunità di ricevere sotatercept attraverso lo studio di estensione in aperto SOTERIA.

“Lo studio ZENITH rappresenta il primo trial clinico sulla IAP con un endpoint primario composto interamente da outcome maggiori – morte per tutte le cause, trapianto polmonare e ospedalizzazione per IAP”, ha dichiarato il Dr. Marc Humbert, Dipartimento di Medicina Respiratoria e Terapia Intensiva dell’Ospedale Bicêtre (AP-HP), Università Paris-Saclay e Unità Inserm 999. “Sotatercept ha avuto un impatto significativo e clinicamente rilevante su questi outcome. Unitamente alle sempre più numerose evidenze provenienti dal programma di sviluppo clinico, questi dati supportano il potenziale di cambiamento della pratica clinica di sotatercept per un ampio target di pazienti con IAP”.

“I risultati impressionanti dello studio ZENITH hanno dimostrato che i pazienti trattati con sotatercept hanno avuto una riduzione del rischio del 76% di morte per tutte le cause, trapianto polmonare e ospedalizzazione per IAP rispetto al placebo, con miglioramenti osservati precocemente nel trattamento e un beneficio crescente durante lo studio», ha dichiarato il Dr. Eliav Barr, vicepresidente senior, responsabile dello sviluppo clinico globale e direttore medico dei Merck Research Laboratories. «Grazie a questi risultati, lo studio ZENITH è diventato il primo trial clinico sulla IAP interrotto anticipatamente grazie alla sua efficacia straordinaria, rappresentando un importante traguardo nella ricerca clinica con buone promesse per la comunità della IAP”.

In questo trial, interrotto anticipatamente grazie all'efficacia straordinaria dimostrata nell'endpoint primario, l'endpoint secondario della sopravvivenza complessiva non ha raggiunto la soglia elevata (p<0,0021) che era necessaria per stabilire la significatività statistica nell'analisi intermedia (HR=0,42 [IC 95%, 0,17-1,07]; p=0,0313). Gli endpoint secondari successivi hanno mostrato miglioramenti numerici nel braccio sotatercept, ma non sono stati testati formalmente a causa della strategia di test gerarchica predefinita.

ZENITH è il secondo studio di Fase 3 di sotatercept che dimostra efficacia negli adulti con IAP. Il primo è stato il trial di Fase 3 STELLAR, precedentemente presentato all’ACC 2023. I risultati del trial ZENITH saranno condivisi con le autorità regolatorie di tutto il mondo. Sotatercept è attualmente approvato in oltre 40 paesi sulla base dei risultati dello studio STELLAR.

MSD ha annunciato a gennaio 2025 che lo studio di Fase 3 HYPERION, che valuta sotatercept in aggiunta alla terapia standard per la IAP in pazienti appena diagnosticati con IAP di CF II o III a rischio intermedio o alto di progressione della malattia, è stato interrotto anticipatamente e passato direttamente all'analisi finale. La decisione di interrompere lo studio HYPERION prima del completamento previsto e di offrire ai pazienti l'opportunità di ricevere sotatercept attraverso lo studio di estensione aperta SOTERIA si basava sui risultati positivi dell'analisi intermedia dello studio ZENITH e su una revisione della totalità dei dati finora raccolti dal programma clinico di sotatercept. I risultati dello studio HYPERION saranno disponibili entro la fine di quest'anno e presentati a un futuro congresso medico.

Disegno dello studio e dati aggiuntivi dallo studio ZENITH

Lo studio ZENITH (NCT04896008) è uno studio pivotale di fase 3, multicentrico, in doppio cieco e controllato con placebo che valuta sotatercept rispetto a placebo per il trattamento di pazienti adulti con IAP (ipertensione arteriosa polmonare) di classe funzionale III o IV secondo l'OMS, ad alto rischio di mortalità, che erano in terapia standard per IAP in grado di garantire la massima tollerabilità. Il principale parametro di esito era il tempo fino al primo evento confermato di morbidità o mortalità, con eventi definiti come morte per tutte le cause, trapianto di polmone o ospedalizzazione di durata ≥ 24 ore per peggioramento della IAP. I parametri secondari di esito includono la sopravvivenza globale, la sopravvivenza senza trapianto e diversi ulteriori parametri.

Lo studio ha arruolato 172 partecipanti in trattamento con la terapia standard per IAP in grado di garantire la massima tollerabilità, che sono stati randomizzati in un rapporto 1:1 per ricevere sotatercept (n=86) una volta ogni 3 settimane a una dose di 0,3 mg/kg alla visita 1 e a una dose di 0,7 mg/kg in seguito, oppure placebo (n=86). Le caratteristiche della popolazione dello studio erano: età media [±SD] di 54,4 ± 14,3 anni; 87% bianchi; e 77% femmine. In totale, 124 dei pazienti randomizzati (72,1%) stavano ricevendo una triplice terapia e 48 pazienti (27,9%) stavano ricevendo una duplice terapia; 102 pazienti (59,3%) stavano ricevendo una terapia di infusione di prostaciclina. Inoltre, il 25,6% dei pazienti nel gruppo sotatercept e il 30,2% nel gruppo placebo presentavano IAP associata a malattie del tessuto connettivo. Le caratteristiche demografiche e basali erano simili tra i gruppi sotatercept e placebo.

Quando esaminati come esiti autonomi, ciascun componente del endpoint primario era coerente con l'effetto complessivo del trattamento. Ci sono stati sette decessi nel gruppo sotatercept (8,1%) rispetto a 13 nel gruppo placebo (15,1%); il trapianto di polmone si è verificato in un paziente trattato con sotatercept (1,2%) rispetto a sei pazienti trattati con placebo (7,0%); e le ospedalizzazioni per IAP si sono verificate in otto pazienti nel gruppo sotatercept (9,0%) rispetto a 43 pazienti nel gruppo placebo (50,0%). I singoli pazienti potevano sperimentare uno o più componenti.

Il profilo di sicurezza di sotatercept è stato generalmente coerente con quello osservato in studi precedenti. Nello studio ZENITH, nessun paziente trattato con sotatercept ha interrotto il trattamento a causa di un evento avverso. Eventi avversi gravi si sono verificati nel 53,5% dei pazienti trattati con sotatercept rispetto al 64,0% nel gruppo placebo. Eventi avversi correlati al trattamento (TRAEs) si sono verificati nel 65,1% dei pazienti che hanno ricevuto sotatercept rispetto al 32,6% dei pazienti che hanno ricevuto placebo e TRAEs gravi sono stati osservati, rispettivamente, nel 3,5% rispetto al 2,3% dei pazienti. Eventi emorragici si sono verificati nel 62,8% dei pazienti trattati con sotatercept rispetto al 34,9% trattati con placebo (principalmente epistassi non grave e sanguinamento gengivale). C'è stata una differenza dell'1,1% nel rischio di eventi emorragici gravi (5,8% rispetto al 4,7%, rispettivamente), che erano simili tra i gruppi di trattamento. Eventi avversi che hanno portato alla morte si sono verificati in cinque pazienti (5,8%) nel gruppo di trattamento sotatercept e in 12 pazienti (14,0%) nel gruppo placebo. Eventi avversi che si sono verificati più frequentemente con sotatercept rispetto al placebo includevano telangectasia cutanea (25,6% rispetto al 3,5%), aumento dell’emoglobina (12,8% rispetto all'1,2%) e trombocitopenia (14% rispetto all'8,1%).

A tutti i partecipanti che hanno completato lo studio ZENITH è stata data la possibilità di ricevere sotatercept come parte dello studio di estensione a lungo termine in aperto, SOTERIA (NCT04796337), in conformità con i criteri di idoneità del trial.

Informazioni su sotatercept per iniezione, per uso sottocutaneo, 45 mg, 60 mg

Sotatercept è approvato dalla FDA per il trattamento degli adulti con ipertensione arteriosa polmonare (IAP, Gruppo 1 OMS) per aumentare la capacità di esercizio, migliorare la classe funzionale (CF) dell'OMS e ridurre il rischio di eventi di peggioramento clinico. Sotatercept è la prima terapia inibitore del segnale dell'attivina approvata per il trattamento della IAP. Sotatercept migliora l'equilibrio tra il segnale pro-proliferativo e quello anti-proliferativo per modulare la proliferazione vascolare. In modelli preclinici, sotatercept ha indotto cambiamenti cellulari associati a pareti vascolari più sottili, parziale inversione del rimodellamento ventricolare destro e miglioramento dell’emodinamica. Sotatercept è oggetto di un accordo di licenza con Bristol Myers Squibb.

Informazioni sull'Ipertensione Arteriosa Polmonare (IAP)

L'Ipertensione Arteriosa Polmonare (IAP) è una malattia rara dei vasi sanguigni, progressiva e ad alto rischio di mortalità, caratterizzata dalla costrizione delle piccole arterie polmonari e da un'elevata pressione sanguigna nella circolazione polmonare. Si stima che circa 40.000 persone negli Stati Uniti siano affette da IAP. La IAP provoca uno sforzo significativo sul cuore, portando ad una limitazione dell’attività fisica, insufficienza cardiaca e ridotta aspettativa di vita. Il tasso di mortalità a 5 anni per i pazienti con IAP è di circa il 43%.

MSD ITALIA

MSD, nota negli Stati Uniti e in Canada come Merck & Co., è un’azienda biofarmaceutica multinazionale, leader mondiale nel settore delle Life Sciences. Usiamo il potere della scienza all'avanguardia per salvare e migliorare Vite in tutto il mondo e, da oltre 130 anni, portiamo speranza all'umanità attraverso lo sviluppo di importanti farmaci e vaccini. Aspiriamo a essere la prima azienda biofarmaceutica ad alta intensità di ricerca al mondo e oggi siamo in prima linea nella Ricerca per offrire soluzioni di salute innovative a supporto della prevenzione e del trattamento di malattie nelle persone e negli animali. Promuoviamo a livello globale un contesto lavorativo equo e inclusivo e operiamo ogni giorno in modo responsabile per consentire un futuro sicuro, sostenibile e sano per tutte le Persone e le comunità. 

AIFA approva la rimborsabilità di tirzepatide, inserito in Nota 100 e prescrivibile da specialisti e medici di medicina generale

La malattia diabetica è comune, cronica, sistemica, complessa, eterogenea nelle sue manifestazioni, estremamente dispendiosa per i sistemi sanitari e le famiglie, consumante per chi cura e chi è curato. Più del 90% dei casi di diabete diagnosticati sono rappresentati dalla forma di tipo 2, in aumento in tutto il mondo, Italia inclusa. La sua gestione è difficile. Permangono tanti bisogni ancora non soddisfatti dei pazienti: le criticità organizzative e strutturali del percorso di cura e le barriere multifattoriali ritardano la diagnosi e l’accesso tempestivo a opzioni terapeutiche innovative.  Solo 1 persona su 2 con diabete di tipo 2 raggiunge il target prefissato di 6,5-7% dell’emoglobina glicata (HbA1c), parametro di riferimento che indica se il diabete nel tempo è ben compensato.

Una risposta concreta alle esigenze dei pazienti e degli specialisti arriva dall’innovazione terapeutica: AIFA ha approvato la rimborsabilità di tirzepatide di Lilly, il primo e, fino ad oggi, unico farmaco di una nuova classe terapeutica agonista recettoriale di GIP e GLP-1; il farmaco, inserito in Nota 100, può essere prescritto dagli specialisti e dai medici di medicina generale. Un passo avanti nella terapia del diabete di tipo 2, con un miglioramento del profilo di cura, personalizzazione della terapia e minor ricorso a terapie più complesse e Pronto soccorso.

Il diabete “dilaga” ovunque, in particolare il tipo 2 che in Italia negli ultimi trent’anni è più che raddoppiato e oggi si assesta mediamente attorno al 7% della popolazione generale, con picchi sopra l’8% in Calabria e Campania. I dati rilevati dalle principali Società scientifiche e monitorati da ISS e programma ARNO, registrano 4 milioni almeno di italiani con diabete diagnosticato, oltre il 90% con diabete di tipo 2, mentre almeno un altro milione vive con la patologia, ma non ne è conoscenza per mancata diagnosi. Le prospettive non sono migliori: la prevalenza nel 2040 subirà un aumento al 9-10%, i numeri saliranno a più di 7 milioni fra 15 anni.

«I dati degli Annali di AMD rilevano che solo il 56% delle persone con diabete di tipo 2 raggiunge un valore di emoglobina glicata sotto il 7%, che è il primo grande obiettivo target nel controllo glicemico – dichiara Riccardo Candido, Presidente AMD – Associazione Medici Diabetologi – I motivi sono molteplici: diagnosi tardiva e inizio del trattamento non tempestivo; inerzia terapeutica da parte dei professionisti che non intervengono in maniera precoce e incisiva nelle modifiche delle terapie qualora il diabete non sia sufficientemente controllato; difficoltà da parte dei pazienti a mantenere adeguati stili di vita in termini alimentazione e attività fisica; utilizzo di terapie fino a qualche tempo fa non del tutto efficaci e gravate dal rischio di ipoglicemia; ridotta aderenza dei pazienti alle terapie; difficoltà a livello regionale di mettere a disposizione rapidamente le innovazioni terapeutiche che oggi sono più efficaci, come tirzepatide; da ultimo, la disequità di accesso alle nuove opportunità terapeutiche e tecnologiche».

La gestione del diabete di tipo 2 è difficile e costosa: l’assistenza sanitaria diabetologica deve subire un’evoluzione. È noto che la malattia diabetica riduce l’aspettativa di vita, a causa delle complicanze soprattutto croniche che si sviluppano negli anni quando manca un adeguato e continuo controllo glicemico.

«Le principali conseguenze del diabete di tipo 2 sono quelle croniche, dovute al prolungato mantenimento negli anni di elevati valori della glicemia e della tossicità legata agli zuccheri nel sangue – spiega Gianluca Aimaretti, Presidente SIE – Società Italiana di Endocrinologia, Professore Ordinario di Endocrinologia Università del Piemonte Orientale e Direttore Dipartimento di Medicina Traslazionale – Le principali riguardano il rene, l’occhio, il sistema nervoso centrale e periferico, micro- e macro-circolo, con danni importanti che nel tempo aumentano il rischio di infarto, ictus, e problemi anche a livello epatico, della sfera genitale e del cavo orale. È necessario diagnosticare il più precocemente possibile la malattia diabetica per intervenire con adeguati trattamenti, solo così è possibile rallentare o in qualche caso prevenire le complicanze che talvolta insorgono quando ancora il paziente non sa di essere diabetico e non ha disturbi. Inoltre, gli studi dimostrano che le complicanze possono portare negli anni a gravi disabilità e ridurre l’aspettativa di vita in media di 6-7 anni».

Nonostante un approccio terapeutico integrato con dieta, attività fisica e farmaci, quasi 1 paziente su 2 non raggiunge tutti e tre gli obiettivi attualmente raccomandati dalle più recenti linee guida internazionali, ovvero controllo della glicemia, della pressione arteriosa e del colesterolo. Inoltre, l’85% dei diabetici di tipo 2 è sovrappeso od obeso, e non riesce a ridurre il peso corporeo, nonostante gli sforzi. A questi bisogni clinici non soddisfatti fino ad oggi, risponde l’innovazione di Lilly con tirzepatide: un robusto corpus di 5 studi registrativi globali del programma SURPASS ha dimostrato significativi risultati nel controllo glicemico dei pazienti, con una riduzione dell’emoglobina glicata e del peso corporeo grazie alla doppia inibizione di GIP e GLP-1; inoltre, tirzepatide ha dimostrato la sua efficacia, rispetto ai farmaci in uso, sul controllo della pressione arteriosa e del colesterolo agendo anche sulla prevenzione del danno cardiovascolare e renale. Il farmaco non è gravato dal rischio ipoglicemia e il profilo di sicurezza e tollerabilità sono risultati favorevoli. Tirzepatide, indicato per i pazienti adulti con diabete di tipo 2 non ben controllato dalla dieta e dai farmaci già in uso, sia in monoterapia con metformina che in aggiunta a altri farmaci, è contenuto in una penna preriempita facile da usare, somministrato una volta a settimana, migliorando così l’aderenza terapeutica. Il miglioramento del controllo glicemico e metabolico si associa quindi ad una marcata riduzione delle complicanze e ad un risparmio dei costi.

«Investire in salute facilitando l’accesso all’innovazione è cruciale per le persone con diabete di tipo 2 – dichiara Raffaella Buzzetti, Presidente SID – Società Italiana di Diabetologia – L’accesso a terapie innovative può migliorare significativamente gli esiti clinici e la qualità della vita; inoltre, può ridurre il carico clinico e sociale: il diabete di tipo 2 è una malattia cronica con un impatto significativo sulla qualità della vita e sulla società. L’accesso a terapie innovative permette un miglior controllo della glicemia, riducendo il rischio di complicanze come malattie cardiovascolari, insufficienza renale e neuropatie e ciò si traduce in minori ospedalizzazioni e in un miglioramento della qualità di vita. L’innovazione può condurre a migliorare l’aderenza terapeutica: le nuove terapie offrono benefici in termini di tollerabilità ed efficacia, hanno minori effetti collaterali e modalità di somministrazioni più semplici con migliori risultati clinici che motivano a seguire il trattamento con maggiore costanza».

Non esiste alcuna altra patologia cronica in cui il ruolo del paziente sia così importante e a volte decisivo sul conseguimento di un controllo della patologia, come nel caso delle persone con diabete e del raggiungimento del controllo glicemico e metabolico. Ma i pazienti devono essere motivati e hanno bisogno di risposte alle loro esigenze: sotto questo aspetto il ruolo delle Associazioni, attraverso la crescita culturale, la rappresentatività e la partecipazione attiva ad ogni livello, diventa sempre più fondamentale grazie alla formazione e alla qualificazione dei suoi rappresentanti.

«Nel diabete di tipo 2, contrariamente a quanto avviene nel tipo 1, esiste ancora poca consapevolezza della malattia tra gli stessi pazienti, le diagnosi sono tardive e quando si scopre di essere diabetici si tende a minimizzare il problema – sottolinea Stefano Nervo, Presidente Diabete Italia Rete Associativa ODV – Sarebbe opportuno aumentare la consapevolezza affinché il paziente prenda in carico sé stesso, pretenda di ricevere la miglior cura possibile e sia responsabile in prima persona della sua condizione e di ciò che comporta nella gestione quotidiana convivere con il diabete. Avere a disposizione nuove opportunità terapeutiche significa essere curati in maniera più efficace, significa prevenire le complicanze e ridurre il carico terapeutico per il paziente e il caregiver. Anche i device e la modalità di somministrazione delle terapie sono importanti e possono fare la differenza nel buon successo di una terapia, come nel caso di somministrazione settimanale che ha un impatto molto più positivo rispetto a quella giornaliera».

Il diabete di tipo 2 è presente quasi in ogni famiglia italiana e quando è trattato in modo inadeguato può diventare una malattia grave. La sua gestione ha un obiettivo principale: ridurre il rischio di complicanze acute e croniche ad essa correlate. Un trattamento efficace richiede una gestione che vada oltre la semplice gestione farmacologica, con un approccio multidisciplinare e multiprofessionale inserito all’interno di un modello di cura basato su interazioni e sinergia tra team specialistico e medici di famiglia.

«L’orientamento attuale nella cura e assistenza del paziente con diabete – precisa Andrea Frasoldati, Presidente AME - Associazione Medici Endocrinologi e Direttore Struttura Complessa di Endocrinologia dell’Arcispedale Santa Maria Nuova IRCCS, ASL di Reggio Emilia – è la gestione integrata, in cui è strategico il lavoro in team multidisciplinare, costituito da endocrinologi e diabetologi, ma anche da molte altre figure professionali quali il medico di medicina generale, figura professionale fondamentale perché conosce meglio il paziente e la realtà famigliare e sociale in cui vive e lavora. Il diabetologo e l’endocrinologo sono le due figure di riferimento cui fanno da corollario indispensabile il dietista, il nefrologo, il cardiologo, l’oculista, il neurologo, il chirurgo vascolare, l’ortopedico, lo psicologo fino all’infermiere dedicato. La presenza di questi specialisti è decisiva nell’assicurare al paziente e alla malattia un management adeguato con le migliori terapie, una diagnosi precoce e un trattamento ottimale in grado di prevenire o rallentare la progressione delle complicanze. Ma una gestione integrata prevede un sistema organizzato per rispondere ai bisogni dei pazienti e la mancanza di uno scambio tra le diverse figure specialistiche può rendere difficile al paziente l’accesso e l’aderenza alle cure».

Numerose e multifattoriali sono le barriere che possono ostacolare l’ottimale gestione integrata del diabete e l’applicazione delle raccomandazioni delle società scientifiche nella pratica clinica: ostacoli organizzativi, strutturali, burocratici, finanziari, ritardo nell’accesso, inerzia terapeutica, scarsa conoscenza delle risorse; ma anche barriere individuali e ambientali. È necessario che le politiche adottino misure atte a garantire un accesso continuo e a prezzi accessibili ai farmaci, ai dispositivi e alle tecnologie, riorganizzare il sistema sanitario per consentire una migliore integrazione dei vari livelli di assistenza, garantendo sempre la centralità del paziente. Il ruolo del medico di medicina generale, in questo complesso scenario, diventa cruciale.

«Nell’interesse del paziente, l’approccio alla malattia diabetica deve essere il più olistico possibile, e solo il medico di medicina generale può realizzare a pieno questo approccio – spiega Walter Marrocco, Responsabile Scientifico FIMMG – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale – Inoltre, il diabete, come patologia cronica, richiede una sorveglianza che perduri nel tempo, e questo solo il medico di medicina generale può garantirlo. Il diabete rappresenta una crescente emergenza sanitaria in Italia, con una prevalenza in aumento e un impatto significativo sulla salute pubblica: è quindi fondamentale promuovere strategie efficaci di prevenzione, diagnosi precoce e gestione della malattia per ridurre le complicanze e migliorare la qualità della vita delle persone affette. In tale contesto e con questi obiettivi la medicina generale diventa essenziale per poterla affrontare e gestire compiutamente».

È diffusa nell’opinione pubblica italiana una scarsa consapevolezza e conoscenza dei numerosi fattori (tra cui urbanizzazione, stress psico-fisico, larga diffusione e disponibilità di cibi ad elevato tenore calorico, fino alla probabile presenza negli alimenti di sostanze con azioni negative sui meccanismi di controllo della glicemia), che rappresentano un rischio, talvolta alto, per lo sviluppo della malattia diabetica: ad esempio, il 60% degli italiani ignora la stretta relazione tra il diabete di tipo 2 e l’obesità.

«Non bisogna più sottovalutare la malattia diabetica come è stato fatto fino ad oggi, i numeri ci dicono che la strategia comunicativa adottata in questi anni, che era ed è ancora orientata a non drammatizzare la patologia, è stata ed è decisamente insufficiente, se non addirittura inadeguata – sottolinea Manuela Bertaggia, Vice Presidente FAND Associazione Italiana Diabetici ODV – Una comunicazione poco incisiva rispetto ad una malattia che richiede cure e assistenza per tutta la vita, non riesce a coinvolgere i pazienti e a creare consapevolezza. Il fatto che lo stesso diabetologo tenda a non parlare di fattori di rischio non ha aiutato a responsabilizzare le persone con diabete di tipo 2 che, invece, vanno educate su quelli che possono essere i pericoli derivati da certe cattive abitudini e comportamenti errati. Necessaria la prevenzione primaria, attivando campagne di sensibilizzazione che raggiungano la popolazione generale, i pazienti diagnosticati e le persone che magari convivono con la malattia ma non ne sono a conoscenza, e bisogna andare nelle scuole. Attraverso i bambini e gli adolescenti si agganciano genitori e nonni».

Lilly è impegnata nell’area metabolica da oltre 100 anni, a partire dalla prima insulina commerciale al mondo. Oggi amplia la sua innovazione con una molecola, tirzepatide, che potrebbe rivoluzionare la gestione del diabete di tipo 2. L’Azienda lavora a stretto contatto con decisori pubblici e comunità scientifica per rendere disponibile l’innovazione terapeutica alle persone con diabete.

«Lilly è da sempre protagonista nella lotta al diabete, una delle principali sfide di salute pubblica, grazie a un impegno costante nella ricerca e nello sviluppo di terapie innovative – commenta Federico Villa, Associate Vice President Corporate Affairs & Patient Access Lilly Italy Hub – Oggi, questo impegno si rinnova con tirzepatide, una terapia innovativa per il diabete di tipo 2, frutto di decenni di ricerca metabolica. Tirzepatide non solo migliora il controllo glicemico e riduce i fattori di rischio cardiovascolare ma supporta anche la perdita di peso, un fattore chiave nella gestione della malattia, rispondendo a un bisogno clinico ancora insoddisfatto. Come azienda ci siamo impegnati molto per far sì che tirzepatide potesse essere disponibile per tutti i pazienti che ne avessero bisogno in ogni regione, andando anche a rispondere al problema delle carenze che ha caratterizzato questa classe di farmaci negli ultimi anni».

In Italia un decesso su tre è imputabile alle malattie cardiovascolari, in primis infarto del miocardio e ictus, che continuano ad essere la prima causa di morte nel mondo occidentale. Silenti e troppo spesso sottovalutate, l’ipertensione arteriosa e l’ipercolesterolemia ne sono una causa diretta: non semplici fattori di rischio ma condizioni patologiche che, se non tenute sotto controllo, aumentano significativamente le probabilità di andare incontro a un evento cardiovascolare. Inoltre, se trascurate, possono influenzare in maniera sfavorevole l’aspettativa di vita dopo un infarto e favorire l’insorgenza di altre condizioni cliniche complesse come lo scompenso cardiaco, malattia caratterizzata da un deterioramento della funzione di pompa del cuoreche impedisce il giusto apporto di sangue all’organismo.

Prevenire queste condizioni e agire tempestivamente per ridurne l’impatto sui pazienti è quanto mai prioritario, ma a guardare i numeri c’è ancora molto da fare, a partire dalla necessità di aumentare la consapevolezza del rischio personale, del ruolo chiave dello stile di vita e dell’aderenza alle cure. Si stima che oltre 10 milioni di italiani, un terzo della popolazione adulta, abbiano livelli di colesterolo ‘cattivo’ (LDL) superiori alla norma, e che addirittura due terzi - 16 milioni di persone - soffrano di pressione alta. Il 2% della popolazione soffre di scompenso cardiaco,che nella maggior parte dei casi insorge in pazienti anziani gravati da altre malattie croniche, rappresentando la prima causa di ricovero ospedaliero per gli over-65. Il quadro epidemiologico è gravato da livelli ancora troppo bassi di aderenza terapeutica,con almeno il 50% dei pazienti che non assume i farmaci in modo conforme alle indicazioni del medico. Si stima che in Europa l’aderenza farmacologica subottimale causi circa 200.000 decessi l’anno e fino al 50% dei ricoveri per malattie cardiovascolari, con un impatto anche sui costi sanitari1. In tal senso, aumentare la percezione del rischio per la propria salute e ridurre la complessità del regime terapeutico rappresentano due interventi decisivi per migliorare la qualità di vita dei pazienti.

Sull’importanza di mettere in atto strategie efficaci di prevenzione e di gestione a 360 gradi dei pazienti a rischio cardiovascolare si sono confrontati a Milano autorevoli esperti della Cardiologia italiana nel corso dell’evento “3H - Hypertension, Hypercolesterolemy, Hearth Failure”, organizzato con il contributo non condizionante di Neopharmed Gentili, azienda farmaceutica storicamente impegnata in ambito cardiometabolico e pioniera nello sviluppo di soluzioni terapeutiche innovative in grado di migliorare l’aderenza terapeutica e la gestione del rischio cardiovascolare. Tra i temi al centro del confronto, i nuovi target terapeutici suggeriti dalle Linee guida internazionali2,3 e il ruolo della medicina personalizzata per migliorare gli outcome clinici e ridurre il rischio di mortalità, puntando inoltre a semplificare l’assunzione delle terapie per i pazienti grazie alla disponibilità di nuove terapie di combinazione, con particolare riferimento al trattamento di ipertensione e ipercolesterolemia. 

“È ormai ampiamente dimostrato che il colesterolo legato alle lipoproteine a bassa densità (C-LDL, il cosiddetto ‘colesterolo cattivo’) non è semplicemente un elemento che predispone alle malattie cardiovascolari, ma è la causa principale di sviluppo e progressione della malattia aterosclerotica, cioè l’ostruzione dei vasi arteriosi, condizione alla base di infarto, ictus e insufficienza cardiaca”, spiega Furio Colivicchi, Direttore UOC Cardiologia Clinica e Riabilitativa, Presidio Ospedaliero S. Filippo Neri di Roma. “Nelle persone sane, i livelli di colesterolo LDL devono essere inferiori ai 115 mg/dL, mentre nei soggetti ad elevato rischio cardiovascolare, ad esempio persone con ipertensione o che hanno già avuto un infarto, i valori devono essere tenuti almeno al di sotto di 55 mg/dL. Quanto più si riducono i livelli di colesterolo LDL, attraverso un intervento terapeutico appropriato, tanto minore sarà il rischio di eventi cardiovascolari. Il trattamento dell’ipercolesterolemia è uno dei migliori esempi di terapia personalizzata perché abbiamo a disposizione diversi farmaci efficaci, il cui impiego varia in relazione ai livelli di colesterolo e al profilo di rischio del paziente. La terapia di combinazione statine-ezetimibe si sta affermando come la prima scelta di intervento farmacologico contro l’ipercolesterolemia. Ma il beneficio terapeutico è strettamente correlato all’aderenza alle cure, ed è necessario lavorare su questo fronte per aumentare la consapevolezza dei pazienti sulla pericolosità del ‘colesterolo cattivo’, seppur in assenza di sintomi evidenti”.

Non a caso, infatti, colesterolo alto e ipertensione arteriosa sono definiti ‘killer silenziosi’ perché non danno manifestazione di sé fino a quando non provocano gravi complicazioni, determinando molto spesso diagnosi tardive e aumentando il rischio di danni d’organo.

“L’ipertensione arteriosa è in aumento in quanto malattia legata all’invecchiamento: avere la pressione alta vuol dire avere maggiore stress sui vasi e sul cuore, esponendo l’individuo a un rischio elevato di infarto e ictus. La pressione ideale dovrebbe essere 130/80 mm Hg, il che vuol dire una pressione sistolica (la "massima") non superiore a 130 mm Hg e una pressione diastolica (la "minima") non superiore a 90 mm Hg. Oggi possiamo contare su opzioni terapeutiche efficaci per contrastare l’ipertensione e gli studi hanno dimostrato che basta una riduzione di 5 mm Hg della pressione arteriosa per diminuire del 10% il rischio di eventi cardiovascolari maggiori”, afferma Stefano Carugo, Professore Associato di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università degli Studi di Milano. “Combattere l’inerzia terapeutica è uno dei principali obiettivi per la classe medica. In tal senso, le Linee guida internazionali raccomandano di procedere tempestivamente con le terapie di associazione prefissata di più farmaci anti-ipertensivi che si sono dimostrate più efficaci per arrivare più rapidamente a target. Un’attenzione particolare va riservata alla popolazione femminile, affinché le donne non trascurino il proprio rischio cardiovascolare,   consentendo di ridurre l’impatto della mortalità per infarto, più alta di quella maschile”.

“L’ipertensione arteriosa - aggiunge Stefano Taddei, Professore Ordinario di Medicina Interna, Università di Pisa - è la prima causa di morte al mondo, superiore alla mortalità causata dai tumori. Tuttavia, ciononostante, resta una malattia sottovalutata e sottostimata, aspetto che peggiora la prognosi dei pazienti. Dopo i 55-60 anni, 1 persona su 2 è ipertesa. Oltre all’età, altri fattori di rischio per lo sviluppo di ipertensione sono l’ereditarietà, l’obesità, errati stili di vita e la presenza malattie renali o endocrine. Quest’ultime possono favorire l’ipertensione anche in fasce di popolazione più giovani. La scarsa aderenza alle terapie resta uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un buon controllo della pressione arteriosa, che riguarda solo il 25-30% dei pazienti. È ormai dimostrato che l’aderenza peggiora all’aumentare del numero di farmaci da assumere, e in questo possono venire in aiuto le terapie di combinazione di farmaci antipertensivi, ampiamente utilizzate nella pratica clinica. La possibilità per i pazienti di assumere più principi attivi in un’unica compressa rappresenta un importante vantaggio per il miglioramento della compliance e, quindi, dell’efficacia della terapia con conseguente miglioramento della prevenzione degli eventi cardiovascolari”.

Per via dell’invecchiamento della popolazione, anche lo scompenso cardiaco ha assunto dimensioni sempre più rilevanti. Grazie alle cure, oggi è possibile rallentarne il decorso, ma è necessario agire precocemente per ridurre l’impatto della malattia sulla qualità di vita dei pazienti e sul rischio di ospedalizzazioni.

“Lo scompenso cardiaco insorge in seguito a un danno del muscolo cardiaco, generalmente come conseguenza di un infarto miocardico o di una lunga storia di ipertensione arteriosa, determinando l’incapacità del cuore di assolvere alla normale funzione contrattile di pompa. Si tratta di una malattia complessa che nella maggior parte dei casi insorge in pazienti con comorbidità, che avvertono una sensazione costante di affanno, anche a riposo nei casi più gravi, dovuta all’incapacità del cuore di garantire il corretto apporto di sangue all’organismo”, spiega Andrea Di Lenarda, Direttore della SC Patologie Cardiovascolari, Dipartimento Specialistico Territoriale, ASUGI, Trieste. “Nei pazienti che dimostrano una disfunzione del muscolo cardiaco, è fondamentale intervenire in maniera tempestiva per evitare che il danno peggiori e che lo scompenso cardiaco progredisca. La rete dei servizi territoriali svolge un ruolo cruciale per intercettare precocemente i pazienti, migliorare la presa in carico post-dimissione e l’aderenza terapeutica, che resta una delle principali criticità, nonostante la disponibilità di terapie efficaci nel controllare la malattia e ridurre ospedalizzazioni e decessi. Tra queste, gli anti-aldosteronici hanno dimostrato in numerosi studi clinici di essere in grado di prevenire le complicanze sia nello scompenso cardiaco cosiddetto “a funzione sistolica ridotta”, cioè quando si riduce la contrattilità del cuore, sia nello scompenso “a funzione sistolica preservata”, cioè quando il ventricolo sinistro mantiene la sua capacità di contrazione ma, presentando un aumentato spessore e rigidità delle pareti (ipertrofia miocardica), manifesta una difficoltà della fase di riempimento con conseguente congestione polmonare”.

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1 Ministero della salute, Aderenza terapeutica: analisi critica e prospettive per un percorso efficace di cura delle malattie cardio-cerebrovascolari (link)

2 Linee guida ESC 2024 per la gestione della pressione arteriosa elevata e dell’ipertensione (link)

3 linee guida ESC/EAS 2019 per la gestione delle dislipidemie (link)

Basterà una applicazione sul telefono o sullo smartwatch per tenere sotto controllo i propri parametri cardiovascolari. L’intelligenza artificiale lavorerà per prevenire e trattare precocemente patologie quali l'insufficienza cardiaca, la fibrillazione atriale e le altre malattie coronariche. In questa direzione, ma non solo, si sviluppa la ricerca del progetto internazionale GRACE (grace-ihi.eu) presentato presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma con l'obiettivo di migliorare la rilevazione precoce, la gestione e la cura a lungo termine dei pazienti attraverso soluzioni digitali innovative e di facile applicazione.«La nostra sfida sta nel mettere insieme aziende del settore elettromedicale e del farmaceutico con aziende di elettronica di consumo per fornire continuità alla cura e alla gestione delle patologie cardiovascolari. L'intento è di mettere in comunicazione, ad esempio, uno smartwatch con un impianto attivo dotato di telemetria per fornire con continuità le informazioni rilevate dallo strumento ai professionisti sanitari».

A dichiararlo è il professor Leandro Pecchia, Presidente del Corso di Laurea Magistrale dell’Università Campus Bio-Medico in Ingegneria Biomedica, docente in Bioingegneria elettronica e informatica, direttore dell’unità di ricerca in Intelligent Health Technology e dell’Osservatorio sulla Global Health.Pecchia è considerato, visti i suoi precedenti incarichi internazionali, uno degli ingegneri biomedici più influenti a livello globale sui temi dell’innovazione in medicina ed è al lavoro su numerosi progetti con il Campus Bio-Medico di Roma e con altri colleghi: dal robot Hosbot utilizzato nei servizi di logistica ospedaliera; al lupo robot Freki, che offre un modo completamente nuovo per individuare patogeni di natura batterica, automatizzando il campionamento in ambienti sanitari in modo efficace e ripetibile. «Obiettivo – racconta Pecchia – ridurre l’incidenza delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria, migliorando quindi l’esperienza dei pazienti ed al contempo riducendo i rischi degli operatori sanitari». Sarà lui a coordinare il progetto GRACE.

Leandro Pecchia

Le malattie cardiovascolari rimangono la principale causa di morte a livello globale, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, con 17,9 milioni di decessi ogni anno, un numero destinato a salire a 22 milioni entro il 2030. Per l'Istituto Superiore di Sanità il 41% degli italiani tra 18 e 69 anni ha almeno tre fattori di rischio cardiovascolare.

I ricercatori di GRACE porteranno avanti sei studi pilota per trasformare la gestione della fibrillazione atriale, migliorare la cura della stenosi aortica per i pazienti oncologici, ridurre le complicazioni nella chirurgia cardiaca, potenziare la diagnostica della risonanza magnetica cardiaca per l'ischemia senza coronarie ostruttive e infine ottimizzare la gestione dell'insufficienza cardiaca.Supportato dall'Innovative Health Initiative (IHI), il progetto avrà una durata di 54 mesi e un budget complessivo di oltre 19 milioni di euro con cofinanziamento dall'Unione Europea e da partner industriali. «Misureremo l'impatto clinico, economico e sociale, garantendo che le soluzioni di GRACE offrano benefici reali e misurabili ai pazienti e ai professionisti sanitari», ha spiegato ancora il professor Pecchia. Uno sforzo collaborativo e multidisciplinare che vanta 24 partner provenienti da ricerca, sanità, industria. Questo consorzio diversificato include ospedali, università, istituti di ricerca e aziende di tecnologia medica e farmaceutica, garantendo un approccio completo per affrontare la sfida delle malattie cardiovascolari. Con la partecipazione attiva di organizzazioni in Spagna, Francia, Italia, Paesi Bassi, Germania, Regno Unito, Israele e Corea, GRACE copre più sistemi sanitari, consentendo la validazione nel mondo reale delle sue soluzioni e la loro scalabilità in tutti i contesti.

La sanità si conferma tra le principali preoccupazioni degli italiani. Secondo il sondaggio Ipsos Priorità e aspettative degli italiani per un nuovo SSN, il 74% dei cittadini considera Salute e Sanità prioritari nell’agenda politica, con un aumento del 5% rispetto al 2023. Tuttavia, non mancano criticità come tempi di attesa troppo lunghi, carenza di personale medico e una spesa sanitaria inferiore alla media europea.

La presentazione dei dati Ipsos

I dati sono stati presentati il 5 febbraio al MAXXI di Roma, durante la settima edizione dell’Inventing for Life Health Summit, promosso da MSD Italia. Secondo Chiara Ferrari, Service Line Leader di Ipsos Public Affairs, «la fotografia d’insieme è di segno positivo», con la maggior parte degli intervistati soddisfatta dell’offerta sanitaria. Tuttavia, aggiunge Ferrari, «gli italiani sono diventati sempre più consapevoli dell’importanza del benessere e della salute», e con essa dei limiti del Servizio Sanitario Nazionale. L’80% ritiene quindi necessario un aumento della spesa pubblica nel settore, decisamente più bassa rispetto al resto d’Europa.

L’attenzione dei cittadini aumenta anche rispetto alla prevenzione, in particolare per le malattie oncologiche. In quest’ambito, secondo Walter Ricciardi, Presidente della Mission Board for Cancer – Università Cattolica del Sacro Cuore, «ci sono delle innovazioni importanti, dal punto di vista della rivoluzione genetica, soprattutto per quanto riguarda l’identificazione di soggetti a rischio e la personalizzazione delle cure».

Sul fronte vaccini il quadro è complesso. Se da un lato, come sottolinea Roberta Siliquini, Professoressa ordinaria Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche Università di Torino «le coperture vaccinali sono in calo, sia per l’età infantile sia per i pazienti più fragili», dall’altro l’adesione sembra tornata ai livelli pre-Covid, con un 74% di opinioni favorevoli.

È del resto favorevole anche l’opinione generale sull’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nel settore sanitario, in particolare per il suo potenziale nella gestione dei dati clinici, nella diagnosi precoce e nell’ottimizzazione delle cure.

Resta insomma cruciale il ruolo della prevenzione e dell’innovazione, investimento per le istituzioni, in grado, secondo Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratrice Delegata di MSD Italia, di unire l’Europa, renderla più resiliente e assicurargli un futuro più prospero.

A cura di Micol Weisz

L’ottava edizione del convegno “La Scienza per la differenza. La via multidisciplinare alla medicina di genere”, organizzato da Farmindustria, con il patrocinio del Ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, ha posto al centro del dibattito una domanda fondamentale: come integrare la medicina di genere in tutti i settori della scienza medica?

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive la medicina di genere come “l'analisi dell'impatto delle differenze biologiche e delle variabili socio-economiche e culturali sulla salute e sulle malattie degli individui”. In pratica, significa che la medicina riconosce che uomini e donne possono avere risposte diverse alle malattie o ai farmaci, e quindi cerca di personalizzare le cure per rispondere meglio alle esigenze di ciascun genere.

Un passo avanti concreto: 1.200 farmaci per le donne

La medicina di genere ha compiuto progressi notevoli, come dimostra la sua recente integrazione nel Servizio Sanitario Nazionale, con l’approvazione del Piano Formativo Nazionale, siglato nel 2023 dai Ministri della Salute e dell’Università e della Ricerca. A livello globale, la scienza sta ponendo crescente attenzione sulle differenze di genere, con un numero in continua crescita di studi clinici in fase di sviluppo dedicati alla medicina femminile. L'OMS segnala che attualmente sono in fase di sviluppo clinico circa 1.200 farmaci per le donne, con un’ampia varietà di applicazioni terapeutiche: 95 per patologie ginecologiche, 190 per il tumore all'utero, 83 per il tumore alle tube di Falloppio, 558 per il tumore al seno, 251 per il tumore ovarico e 22 per condizioni legate alla gravidanza e al parto.

La presenza femminile resta inferiore rispetto a quella maschile

Il legame tra ricerca clinica e medicina di genere sta diventando sempre più forte, come afferma Marcello Cattani, presidente di Farmindustria: “L’impegno dell’industria farmaceutica nella medicina genere-specifica è crescente. Le imprese auspicano una maggiore partecipazione femminile agli studi clinici per ridurre il divario che ancora persiste”. Tuttavia, sebbene il 90% degli studi clinici siano aperti sia a uomini che a donne, in alcune aree terapeutiche la presenza femminile resta inferiore rispetto a quella maschile. Per colmare questo gap, Cattani suggerisce di incentivare l’adozione di studi clinici decentralizzati (DCT), che consentono alle donne di partecipare agli studi senza doversi spostare, grazie a soluzioni come la consegna domiciliare dei farmaci, il telemonitoraggio e le televisite di controllo.

Un settore in crescita: la parità di genere nell'industria farmaceutica

Nel settore farmaceutico, la parità di genere sta guadagnando terreno. Su 70mila dipendenti, 7mila dei quali impegnati in ricerca e sviluppo, il 45% sono donne. Quasi la metà (47%) ricopre ruoli dirigenziali e di responsabilità. Dal 2018 al 2023, l'occupazione femminile nel settore è aumentata del 14%, con un +22% tra le giovani sotto i 35 anni. Inoltre, la differenza di retribuzione tra uomini e donne nella fascia 30-49 anni è scesa al -0,5%, ben al di sotto della media del -11,6% registrata nel settore manifatturiero.

Farmindustria evidenzia anche le politiche di Welfare aziendale adottate dalle imprese farmaceutiche per promuovere la parità: il 71% delle aziende ha ottenuto la certificazione per la parità di genere, e il 22% ha avviato o avvierà a breve il relativo iter. Inoltre, il 91% delle aziende ha implementato sistemi di gestione delle risorse umane che allineano le aspettative individuali con gli obiettivi organizzativi.

Con IA, nuove molecole in fase di sviluppo in aumento del 400%

Nei prossimi anni, l’intelligenza artificiale generativa giocherà un ruolo cruciale in numerosi settori, tra cui medicina, educazione, legge, informatica e arti creative. Il suo impatto globale è già evidente, aprendo nuove e promettenti opportunità per la ricerca e le cure. Grazie all’IA, l’identificazione di nuove molecole in fase di sviluppo è aumentata del 400% tra il 2020 e il 2023, con un tasso di successo che raggiunge l'80-90% nelle prime fasi della sperimentazione clinica, riducendo del 40% i tempi di ricerca pre-clinica. Gli investimenti mondiali in nuovi progetti di ricerca e sviluppo con l’IA ammontano attualmente a 13 miliardi di euro.

Un impegno collettivo per il futuro della sanità

All’evento hanno partecipato anche Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, e Orazio Schillaci, Ministro della Salute. L’approccio di genere in sanità non è un obiettivo isolato, ma fa parte di un intervento globale che richiede la collaborazione di istituzioni, politica e tutti gli attori coinvolti per ridurre le disuguaglianze e migliorare la precisione delle cure. L’inclusione della medicina di genere in ogni fase della cura rappresenta un passo fondamentale verso una sanità più equa e mirata.

A cura di Serena Santoli

Ozgur Yaziyurt è stato nominato Country President di Pfizer in Italia, subentrando a Päivi Kerkola. Yaziyurt, 48 anni, è nato in Turchia e si è laureato in Ingegneria Industriale presso la Middle East Technical University di Ankara. Da anni vive a Roma con la sua famiglia, avendo maturato un lungo percorso professionale anche in Pfizer Italia. In azienda ha ricoperto diversi incarichi di rilievo, tra cui quelli di Presidente della Upjohn Division, di General Manager per Italia/Grecia e Vice President di Pfizer Essential Health in Italia.  

Ozgur Yaziyurt

Nel corso della sua carriera, che dura da oltre vent’anni all’interno di Pfizer, Yaziyurt ha acquisito una solida esperienza in diverse aree strategiche, dal finance al business development, dal marketing alle vendite, fino a guidare diverse business unit. Più di recente, ha avuto la responsabilità di un’ampia area geografica tra Europa ed Asia che comprende Russia, Bielorussia e Comunità degli Stati Indipendenti.

Yaziyurt succede a Päivi Kerkola, che lascia Pfizer dopo oltre 20 anni di carriera, di cui 5 alla guida della filiale italiana. Nel corso del suo mandato ha guidato la trasformazione organizzativa assicurando il percorso di crescita di Pfizer, che nella fase iniziale ha dovuto affrontare anche il difficile periodo della pandemia.

Pfizer vanta una presenza consolidata e diversificata nel nostro Paese, con oltre 2.000 collaboratori distribuiti tra le persone sul campo distribuite in tutte le Regioni italiane, la sede centrale di Roma, il centro di R&D e farmacovigilanza di Milano, e infine i due stabilimenti produttivi di Ascoli e Catania. 

"Occorre un approccio innovativo per rispondere ai bisogni di salute delle comunità nelle aree interne del nostro Paese". Così Fabrizio d'Alba, Presidente di Federsanità e Dg dell'AOU Policlinico Umberto I di Roma in occasione dell'evento al Senato "Connessi, la digitalizzazione nella sanità delle aree interne e nelle comunità montane".

"Lo sviluppo del digitale rappresenta la sfida cruciale se guardiamo a quei territori in termini di disparità di accesso e competenze. Colmare il divario digitale è fondamentale non solo per garantire in ogni territorio un accesso equo alle tecnologie, ma anche per promuovere una sanità più efficiente e personalizzata. È necessario adottare politiche sanitarie inclusive che tengano conto delle diverse esigenze, migliorando così l’equità nell’accesso alle cure e l’efficacia dei risultati sanitari. Costruire un ecosistema sanitario digitale inclusivo, non è solo un imperativo etico, ma rimane una priorità strategica per il futuro della salute pubblica in Italia soprattutto nelle aree più fragili del nostro territorio in termini di accessibilità ai servizi e connessione alle reti di assistenza".

"Solo attraverso un nuovo 'ingaggio' dei professionisti potremmo attuare - ha detto d'Alba - un vero cambiamento e superare forme di resistenza. Determinante, in questo contesto, l'attuazione di modelli partecipativi e di comunicazione che rendano i cittadini protagonisti dei cambiamenti che riguardano il miglioramento, in termini di prossimità, dei servizi a tutela della propria salute".

"Mettere a terra gli obbiettivi del Dm77 significa attuare e rendere operative soluzioni concrete ed efficaci soprattutto nelle aree interne, come sta avvenendo in molte Aziende sanitarie attraverso, ad esempio, i punti di facilitazione digitale dove i cittadini - ha concluso il Presidente di Federsanità - possono ricevere supporto e, soprattutto formazione, sull'utilizzo degli strumenti necessari per poter usufruire dei servizi sanitari online".

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