L’Italia, culla della dieta mediterranea, nasconde una ferita profonda che divora il futuro: la malnutrizione forzata. Non è più solo la fame delle pance vuote, ma il paradosso di un Paese dove una mela costa più di uno snack ultra-processato e il diritto alla salute si ferma davanti allo scontrino. Nella riuscita presentazione tenutasi a Palazzo Ripetta a fine dicembre, il report OIPA ha sollevato il velo su una realtà brutale: il cibo è diventato un lusso escludente, un confine invisibile che separa chi può permettersi la vita da chi è condannato a nutrirsi di calorie vuote. Una frattura politica e sociale che ci interroga sulla nostra stessa dignità come comunità.
La voce degli esperti
L’insicurezza alimentare, intesa come difficoltà di accesso a un’alimentazione sana, adeguata e sostenibile, spiega Francesca Felici, ricercatrice e antropologa dell’OIPA: «riguarda tutte e tutti noi». «In Occidente non si muore di fame, ma tra le forme di povertà alimentare più diffuse c’è l’impossibilità di scegliere cosa mangiare: è una questione di dignità e di salute che in un certo senso tocca tutti».
Un allarme che trova conferma nelle parole di Davide Marino, Direttore scientifico dell’Osservatorio: «Un dato preoccupante, con un impatto considerevole sulle abitudini alimentare e sulla salute delle persone, in particolare dei bambini». Analizzando le conseguenze a lungo termine, Marino sottolinea come «un bambino obeso, è un adulto malato».
Infine, il Vice Direttore Generale della FAO, Maurizio Martina (citato nel volume in assenza di riferimenti a Bernaschi nei materiali), ha dichiarato: «Fanno bene gli autori a mettere in luce alcune connessioni urgenti da capire: come quella tra povertà alimentare e impatti sanitari o il legame stringente tra redditi, diete e disponibilità alimentari».
Il "Food Insecurity Premium": il costo della salute
Il dato più eclatante emerso dal volume "Povertà e insicurezza alimentare in Italia" riguarda il cosiddetto food insecurity premium: scegliere una dieta sana costa fino al 60% in più rispetto a un’alimentazione basata su prodotti ultra-processati. Tra il 2018 e il 2023, il prezzo della dieta raccomandata è salito del 24% a livello nazionale, raggiungendo i 2.130 euro annui pro-capite. Per una famiglia media, questo significa una spesa di circa 4.900 euro all'anno solo per garantire pasti equilibrati, una cifra insostenibile per i 4,9 milioni di italiani che vivono in povertà materiale.
Questa dinamica è alimentata dalla cheapflation: mentre i salari stagnano, i prezzi dei prodotti freschi sono esplosi. Tra il 2021 e il 2025, frutta e verdura hanno registrato rincari del 32,7%, superando di gran lunga l'aumento dei cibi industriali.
Una generazione che "tradisce" la dieta mediterranea
Il risultato di queste barriere economiche è un abbandono di massa del modello alimentare mediterraneo. Oggi, solo il 43% degli italiani lo segue, mentre oltre il 60% della popolazione presenta una dieta non conforme. La frattura è drammaticamente generazionale: tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, solo il 32% sceglie alimenti sani, mentre il 31% dei giovani adulti ha adottato il modello "occidentale", saturo di grassi e zuccheri.
Il paradosso è visibile soprattutto nelle aree più fragili, dove malnutrizione e obesità convivono. In Italia, più di un bambino su cinque convive con l’obesità, una quota che sale a uno su tre nelle zone più povere.
Nuove geografie della fragilità e limiti degli aiuti
L'insicurezza alimentare non è più un problema confinato al solo Mezzogiorno, che pure ha registrato un aumento dei prezzi alimentari del 27% nel 2023. La domanda di aiuto cresce con velocità inedita al Nord: in Trentino-Alto Adige i beneficiari di sostegni sono aumentati dell'89% in tre anni. Nelle grandi metropoli come Roma, sorgono i "deserti alimentari", quartieri dove reperire cibo fresco è fisicamente difficile e le reti di assistenza sono assenti.
Nonostante l’aumento dei beneficiari, il sistema degli aiuti mostra gravi lacune:
In un Paese che ha fatto del cibo il proprio vessillo culturale, questi numeri raccontano una realtà diversa: quella in cui mangiare sano non è più un diritto garantito, ma una variabile dipendente dal reddito, capace di ipotecare la salute delle future generazioni.
A cura di Mario Zimbalo
Foto di Davies Designs Studio su Unsplash

