Gli esperti: «Troppe falle nella transizione assistenziale dalla pediatria ai servizi per l’adulto». Presentato NextStep-Rare, il documento scientifico con le indicazioni di 25 esperti per migliorare la transizione assistenziale dalla pediatria ai servizi per l’adulto

Come indicato dal Piano Nazionale Malattie Rare 2023–2026, il passaggio dall'età pediatrica a quella adulta è una priorità assoluta, ma costituisce ancora un momento critico per oltre 130mila giovani malati rari nel nostro Paese. È un numero in crescita grazie ai progressi della diagnosi precoce, dello screening neonatale e della ricerca. Tuttavia, raggiunta la maggiore età, l'assistenza globale ricevuta nell'infanzia dai pazienti con malattie rare rischia di frammentarsi in un labirinto di reparti non coordinati.
I giovani adulti e le loro famiglie si ritrovano improvvisamente soli a coordinare visite, terapie salvavita a lungo termine e controlli continui tra strutture diverse con il rischio concreto di una minore aderenza alle cure e di una perdita della continuità terapeutica. La mancanza di un percorso strutturato fa sì che molti adulti restino bloccati per anni nei reparti pediatrici o vengano assorbiti da un sistema per l'adulto articolato per singole specializzazioni, o ancora restino senza un medico di riferimento. Tali difficoltà si riflettono su reparti e specialisti che non hanno mai trattato patologie rare e complesse durante il percorso di formazione.
Per colmare queste falle e definire standard nazionali condivisi, viene presentato oggi a Milano NextStep-Rare, un progetto con la direzione scientifica del professor Angelo Ravelli (IRCCS Gaslini) e del professor Massimiliano Raponi (IRCCS Bambino Gesù), che ha riunito un panel multidisciplinare di 25 esperti provenienti da centri di riferimento, IRCCS, reti regionali e CCMR (Centri Coordinamento Malattie Rare). L’iniziativa coordinata da Helaglobe, realtà specializzata in consulenza, ricerca e comunicazione scientifica, si è avvalsa della metodologia Real-Time Delphi e ha elaborato un quadro di 25 raccomandazioni, tutte approvate con un livello di accordo tra il 90% e il 100%. Dal lavoro emerge come la transizione non debba essere considerata un semplice passaggio di consegne tra medici, ma un percorso organizzativo strutturato, sostenuto da responsabilità istituzionali, coordinamento multidisciplinare, figure dedicate, strumenti condivisi e sistemi di monitoraggio.
Disuguaglianze regionali e l’assenza di uno standard nazionale
A rendere critico questo passaggio per i giovani c’è anche la profonda eterogeneità dei percorsi sul territorio italiano, nonché l’assenza di standard organizzativi nazionali e di indicatori di qualità condivisi. Ancora oggi in Italia, il 18% dei pazienti affetti da malattie rare deve spostarsi in un’altra Regione per curarsi, quota che tra i minori sale al 24%, come riporta il rapporto MonitoRare.
«Una corretta transizione dal pediatra allo specialista dell’adulto è fondamentale per assicurare che il giovane adulto continui a ricevere i trattamenti necessari e mantenga un soddisfacente livello di benessere e di qualità di vita – commenta il professor Angelo Ravelli (IRCCS Gaslini) –. I dati della letteratura indicano che questo passaggio non avviene in maniera ottimale in una percentuale elevata di casi, che in alcuni studi raggiunge il 50%».
Per il professor Massimiliano Raponi (IRCCS Bambino Gesù) «la gestione della cronicità e delle malattie rare non può che basarsi su un solido gioco di squadra tra ospedale e territorio; il ruolo del pediatra e del medico di famiglia è fondamentale per intercettare precocemente i bisogni di cura e assicurare la continuità assistenziale lungo tutto il percorso di vita del paziente».
Dal documento alla pratica, le 25 raccomandazioni
Da queste riflessioni nascono le raccomandazioni di NextStep-Rare, realizzato con il contributo non condizionante di Alexion. «La transizione dall’età pediatrica a quella adulta è una fase critica per le persone con malattie rare: garantire percorsi pianificati e coordinati significa tutelare la continuità delle cure, l’autonomia dei giovani e la qualità di vita delle famiglie. Abbiamo scelto con convinzione di sostenere questo processo rigoroso e guidato dagli esperti, capace di trasformare le migliori esperienze in un riferimento nazionale condiviso, concreto e misurabile, che possa migliorare realmente l’esperienza e gli esiti di cura» spiega Anna Chiara Rossi, VP & General Manager Italy presso Alexion, AstraZeneca Rare Disease.
Per rendere efficace e sostenibile la transizione, si sottolinea nel documento, servono prima di tutto mandati istituzionali e fondi dedicati da parte dei decisori, così che il passaggio diventi un processo strutturato e non dipenda solo dalla buona volontà dei singoli clinici. Dal punto di vista clinico il percorso deve iniziare in adolescenza ed essere personalizzato anche sulla maturità del paziente, prevedendo almeno 6-12 mesi di affiancamento congiunto tra l’équipe pediatrica e quella dell'adulto. Infine, si suggerisce che tutto il processo ruoti attorno ad una figura, quale il “case manager”, che coordina gli strumenti operativi, accompagna la famiglia e fa da ponte con il medico di medicina generale sul territorio.
«Avere 25 esperti di discipline diverse e di centri specialistici di aziende sanitarie e Regioni differenti, completamente allineati su altrettante raccomandazioni, dimostra quanto questo problema sia sentito come un’emergenza organizzativa reale – ha dichiarato Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe –. Mettere allo stesso tavolo la pediatria e la medicina dell’adulto significa superare una frammentazione che è organizzativa più che clinica, e costruire un linguaggio comune. NextStep-Rare offre alle istituzioni e ai Servizi Sanitari Regionali un modello operativo, misurabile e applicabile, su cui costruire l’adattamento al proprio contesto, per garantire che nessun paziente raro venga lasciato solo nel momento più delicato del suo percorso di cura: la transizione dall'età pediatrica a quella adulta».
Relatori della Conferenza
– Angelo Ravelli – IRCCS Gaslini (Direttore Scientifico)
– Massimiliano Raponi – IRCCS Bambino Gesù (Direttore Sanitario)
– Cristina Scaletti – Referente CCMR Toscana
– Gianluca Moroncini – Referente CCMR Marche
– Emanuela Scarano – IRCCS Sant’Orsola
– Maurizio Scarpa e Federico Pieruzzi – IRCCS San Gerardo dei Tintori
– Anna Chiara Rossi – VP & General Manager Italy presso Alexion, AstraZeneca Rare Disease
– Moderazione Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe
A cura di Chiara Bertini
Crescono i consumi in casa e fuori casa, sostenuti dal turismo e dalle alte temperature. Secondo i dati NielsenIQ presentati durante l’incontro, a Roma le vendite segnano +7%, nel Lazio +8%. E mentre il mercato accelera, cadono alcuni falsi miti: dai conservanti al consumo in gravidanza, fino al ruolo del gelato nell’alimentazione di chi pratica sport.

Tra gennaio e agosto, secondo i dati NielsenIQ, le vendite di gelato confezionato nel canale domestico sono aumentate del 9% rispetto allo stesso periodo del 2025. Segno positivo anche fuori casa, dove nel primo semestre dell’anno i consumi sono cresciuti di circa il 4%. Numeri positivi anche a livello locale: +7% a Roma e +8% nel Lazio nei primi otto mesi del 2026.
A fotografare l’andamento del mercato è Giovanna Rufo, segretario generale dell’Istituto del Gelato Italiano (IGI), intervenuta a Roma durante l’incontro “L’alleato inaspettato. Il ruolo del gelato confezionato nell’alimentazione dello sportivo”. Secondo Rufo, a sostenere soprattutto la crescita del fuori casa ha contribuito il buon andamento dei flussi turistici, mentre il meteo continua a rappresentare uno dei fattori più rilevanti per i consumi.
Dopo gli anni della pandemia, nei quali il consumo di gelato confezionato si era spostato maggiormente tra le mura domestiche, i dati indicano ora una ripresa degli acquisti anche fuori casa. La stagionalità resta comunque molto marcata: circa l’80% dellevendite annuali si concentra tra gennaio e settembre, mentre da ottobre a dicembre i consumi rallentano.
Conservanti, grassi trans e gravidanza: i falsi miti sul gelato
La crescita dei consumi convive con alcuni falsi miti ancora diffusi sul gelato confezionato. A fare chiarezza è Michelangelo Giampietro, medico specialista in Medicina dello Sport e Scienza dell’Alimentazione e presidente dell’IGI.
La prima riguarda la presenza dei conservanti. Nel gelato confezionato, ha spiegato Giampietro, non sono necessari: è infatti il freddo, insieme al corretto mantenimento della catena del freddo, a preservare il prodotto.
Altro tema è quello dei grassi trans. Giampietro ha richiamato l’attenzione in particolare sui grassi parzialmente idrogenati, fonte di acidi grassi trans, spiegando che non vengono utilizzati nella produzione dei gelati confezionati rappresentati dall’Istituto.
Da sfatare anche l’idea che il gelato sia necessariamente da evitare durante la gravidanza. Non esiste un divieto generale e, in assenza di specifiche controindicazioni individuali, può trovare spazio anche durante la gestazione nell’ambito di un’alimentazione equilibrata. Lo stesso vale, con le dovute attenzioni, nelle diverse fasi della vita: dopo il primo anno di età, nei bambini, negli adulti e negli anziani.
Gelato e sport: un aiuto dopo l’allenamento
Ma è soprattutto il rapporto tra gelato e attività sportiva ad essere stato al centro dell’incontro. Per Giampietro il gelato può rappresentare un possibile alleato dopo lo sforzo fisico grazie alla presenza di acqua e nutrienti e alla facilità con cui può essere consumato.
Dopo l’allenamento l’organismo deve infatti recuperare e avviare il processo di reidratazione. Il gelato contiene, in proporzioni differenti a seconda della tipologia, acqua, carboidrati, proteine e grassi e può quindi essere inserito, nelle quantità adeguate e nel contesto dell’alimentazione complessiva, anche nel momento del recupero.
La sua temperatura può inoltre offrire una piacevole sensazione di freschezza, elemento particolarmente apprezzabile da chi pratica attività fisica all’aperto e nei mesi più caldi.
Giampietro ha richiamato anche il rapporto tra carboidrati e proteine che, nei gelati diversi dai ghiaccioli, può collocarsi indicativamente intorno a 4 a 1. La composizione varia però da un prodotto all’altro: per questo la scelta passa necessariamente dalla lettura dell’etichetta.
L’etichetta per capire cosa c’è nel gelato
Grassi, grassi saturi, carboidrati, zuccheri, proteine e sale, oltre al valore energetico: la tabella nutrizionale permette di conoscere la composizione del prodotto e di scegliere con maggiore consapevolezza quello più adatto alle proprie esigenze.
L’offerta si è inoltre ampliata per rispondere a esigenze alimentari differenti, con prodotti formulati anche per chi deve evitare determinati ingredienti, come nel caso delle persone con intolleranza al lattosio o di chi necessita di prodotti senza glutine. Resta quindi fondamentale controllare sempre ingredienti ed etichettatura del singolo prodotto.
All’estero 116 mila tonnellate di gelato italiano
Il buon momento del gelato confezionato italiano non riguarda soltanto i consumi interni. Come illustrato da Giovanna Rufo, nel 2025 le esportazioni italiane hanno raggiunto circa 116 mila tonnellate. Sul fronte dei mercati extra-UE, i dati Eurostat collocano inoltre l’Italia al secondo posto tra i Paesi dell’Unione per volume esportato, con 55,2 milioni di chili, alle spalle della Francia.
A cura di Riccardo Scafi
Al via la terza edizione del Barometro del Patient Engagement: per la prima volta la ricerca indaga come chi convive con una patologia cronica affronta l'emergenza caldo.

L'Italia ha imparato a misurare il caldo. Bollettini di allerta su 27 città, monitoraggio della mortalità giornaliera e degli accessi in Pronto Soccorso su 54, un “codice calore” nei percorsi di emergenza, una Cabina di regia interistituzionale al Ministero della Salute che si è riunita più volte nel corso dell’estate. Un sistema solido, incentrato sui dati, in cui spesso non trovano spazio le esperienze di chi affronta il caldo quotidianamente.
Giunto alla terza edizione, il Barometro del Patient Engagement 2026, la ricerca nazionale promossa da Helaglobe insieme a una rete di istituzioni, società scientifiche e associazioni di pazienti e caregiver, apre un fronte inedito e si occupa, tra i vari temi, dell’impatto che le ondate di calore hanno sulle vite dei pazienti.
La scelta non è casuale. Secondo una revisione pubblicata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità lo scorso giugno, infatti, gran parte delle centinaia di migliaia di morti per caldo registrate in Europa negli ultimi anni erano prevenibili. Per questo, il questionario indaga quanto chi soffre di una patologia cronica o rara si senta vulnerabile al caldo, se abbia ricevuto indicazioni pratiche su come proteggersi, a quali professionisti sanitari sappia di potersi rivolgere, e come tutto ciò abbia un impatto sul percorso terapeutico.
«È qui che il Barometro punta a inserirsi: non solo per colmare un vuoto di conoscenza, ma come possibile canale d'ascolto diretto per una voce che, su questo tema, non ha ancora un posto al tavolo istituzionale», spiega Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe. Alla Cabina di regia del Ministero siedono, tra gli altri, Protezione Civile, INAIL e il Dipartimento di Epidemiologia del Lazio, e alle riunioni più recenti sono stati invitati SIMEU, FIASO, Federsanità e SIMG. Mancano però le associazioni di pazienti.
Il nuovo modulo si innesta su un quadro che il Barometro documenta dal 2024, e che non è confortante. Già la prima edizione aveva raccontato una sanità che comunica poco: il 20% degli italiani non riceveva alcun invito a fare screening, un cittadino su cinque rinunciava alla prevenzione per orari incompatibili, liste d'attesa o problemi logistici, e il 62% si sentiva poco o per nulla coinvolto dal proprio medico nelle decisioni sulla propria salute.
Nel 2025, con oltre 4.200 rispondenti, è arrivato l'Indice di Accessibilità Digitale per la Salute: 46 punti su 100 di media nazionale, con forti squilibri regionali. L'adesione agli screening scende al 71% tra chi ha scarso accesso digitale, contro l'89% di chi si muove con disinvoltura online. Ma il dato più critico è un altro: nel 2025 il 25% non ha ricevuto alcun invito a programmi di screening, contro il 20% dell'anno precedente.
L'ipotesi che l'edizione 2026 mette alla prova è che l'emergenza caldo funzioni allo stesso modo: la capacità di orientarsi in una crisi acuta rischia di essere più fragile proprio dove l'accesso digitale e organizzativo è già più debole. Accanto al modulo sulle ondate di calore, il questionario dedica sezioni specifiche a mobilità sanitaria, professionisti di prossimità, accessibilità digitale e salute di genere.
I risultati saranno analizzati da un board scientifico multidisciplinare che riunisce, tra gli altri, Annamaria Colao del Consiglio Superiore di Sanità, Giuseppe Quintavalle, presidente FIASO, Gaetano Piccinocchi per la SIMG, Monica Paciotti per la FNOPI, Caterina Rizzo dell'Università di Pisa e Fabio De Iaco, past president SIMEU.
La partecipazione alla ricerca è aperta a tutti i cittadini attraverso il questionario online disponibile al seguente link: https://it.surveymonkey.com/r/barometro2026
In occasione della VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, istituita per celebrare il valore inestimabile della terza età nelle nostre famiglie e nella società, il dibattito sulla tutela della salute degli anziani si arricchisce di una riflessione profonda: proteggere la longevità non significa solo curare le patologie acute, ma difendere con tenacia la qualità della vita e l’autosufficienza delle persone più fragili.
Tra le insidie più severe ma ancora ampiamente sottovalutate figura il Virus Respiratorio Sinciziale (RSV/VRS). Spesso considerato erroneamente un problema di pertinenza esclusivamente pediatrica, l'RSV rappresenta in realtà un grave fattore di rischio per la popolazione adulta e anziana, causando ogni anno in Italia circa 290mila infezioni respiratorie acute, oltre 26mila ricoveri ospedalieri e circa 1.800 decessi tra gli over 60.

Ma al di là dei soli numeri epidemiologici, l'impatto reale dell'RSV sulla vita quotidiana va misurato in termini di autonomia perduta e di costi sociali ed emotivi per le famiglie. È questo il fulcro del messaggio emerso dalla campagna nazionale “I Silenzi dell’RSV”, promossa da Helaglobe insieme a un'ampia coalizione di associazioni di pazienti.
Per un giovane o un adulto in buona salute, un'infezione virale respiratoria si risolve solitamente in qualche giorno di riposo. Per un anziano — soprattutto se affetto da patologie croniche concomitanti come BPCO, diabete, cardiopatie o insufficienza renale — la prospettiva è radicalmente diversa.
«I nonni e gli anziani sono il pilastro e il cuore pulsante della nostra comunità, una ricchezza da custodire e valorizzare ogni giorno dell’anno. È fondamentale ricordare che esiste un silenzio assordante intorno a ciò che il Virus Respiratorio Sinciziale provoca nella popolazione adulta e anziana: per un anziano un'infezione non è un semplice malanno, ma un punto di rottura dell’autosufficienza.»
Laila Perciballi, Garante dei Diritti delle Persone Anziane di Roma Capitale
Il concetto espresso da Laila Perciballi tocca il cuore della geriatria e della tutela dei diritti sociali. Un episodio infettivo acuto da RSV può innescare un pericoloso "effetto domino": la febbre e le difficoltà respiratorie costringono all'allettamento, che a sua volta causa una rapida perdita di massa muscolare, disorientamento, riacutizzazione dei quadri cronici e un elevato rischio di ricovero ospedaliero. Superata la fase acuta, l'anziano spesso non riesce a recuperare il livello di autonomia precedente, trasformando una malattia prevenibile in un punto di non ritorno verso la dipendenza dai caregiver o dal sistema di assistenza.
Se la prevenzione clinica è lo strumento fondamentale, la corretta informazione ne costituisce il presupposto indispensabile. Troppo spesso gli anziani e i loro familiari ignorano l'esistenza dell'RSV nell'adulto, scambiandone i sintomi per quelli di una banale influenza e ricorrendo talvolta in modo inappropriato agli antibiotici, del tutto inefficaci contro un'infezione virale.
In questo scenario, la comunicazione pubblica e digitale assume una valenza etica e strategica fondamentale per arginare l'infodemia e le fake news che affollano la rete.
«Negli ultimi anni stiamo vedendo che la salute del cittadino non si tutela solo nei reparti ospedalieri o attraverso l’assunzione dei farmaci, ma inizia dal diritto a ricevere un'informazione chiara, scientificamente validata e accessibile. Quando parliamo di prevenzione e di campagne vaccinali per soggetti fragili, la comunicazione non è un accessorio: è una vera e propria prestazione sanitaria.»
Eleonora Zazza, Presidente Corecom Lazio
Come sottolineato da Eleonora Zazza, le fasce più vulnerabili — anziani, malati cronici e i loro caregiver — sono le più esposte al rischio di disorientamento informativo. Promuovere un uso consapevole dei canali digitali e dei social media, trasformandoli in presidi di divulgazione scientifica certificata, significa abbattere la paura, contrastare la disinformazione e consentire ai cittadini di accedere responsabilmente ai percorsi di prevenzione.
Garantire una protezione efficace contro l’RSV nella popolazione anziana risponde a una duplice esigenza: salvaguardare il benessere individuale e preservare la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale. Ridurre il carico delle infezioni respiratorie gravi significa infatti decongestionare i pronto soccorso e i reparti di degenza durante la stagione invernale.
«È importante lavorare sulla prevenzione della popolazione. In Italia l’RSV causa quasi 30mila ricoveri con 1800 decessi. I più colpiti sono ovviamente i pazienti fragili. Per questa ragione fare prevenzione significa anche ammortizzare i costi per la sanità pubblica.»
Davide Cafiero, Helaglobe
Il progetto promosso da Helaglobe con la campagna “I Silenzi dell’RSV” ha il merito di aver creato un’alleanza trasversale senza precedenti tra comunità scientifica e associazioni dei pazienti (tra cui FederASMA e ALLERGIE, Respiriamo Insieme, Associazione Italiana Pazienti BPCO, Alama, FIMARP, Conacuore, Fondazione Longevitas e Nadir). L'obiettivo comune è superare le attuali difformità territoriali e burocratiche per fare in modo che la prevenzione sia considerata un diritto omogeneo e garantito a tutti i cittadini vulnerabili, indipendentemente dalla Regione di residenza.
La celebrazione dei nonni ci ricorda che invecchiare in salute non è soltanto un desiderio individuale, ma un valore collettivo. Permettere agli anziani di mantenere il proprio ruolo attivo nella famiglia e nella società passa attraverso la tutela della loro salute quotidiana. Fare luce sui "silenzi dell'RSV", fornendo strumenti informativi rigorosi e un accesso uniforme alla prevenzione, rappresenta il miglior investimento per proteggere la dignità, l'indipendenza e la longevità di chi costituisce le radici della nostra comunità.
La gestione clinica e assistenziale della Malattia di Parkinson si appresta a registrare una significativa evoluzione in Europa. Il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell'EMA ha infatti espresso parere positivo per l'immissione in commercio di Hopledo® (formulazione a rilascio modificato di levodopa/carbidopa). Il trattamento è destinato ai pazienti adulti che presentano complicanze e fluttuazioni motorie di grado da moderato a severo, non adeguatamente controllate dalle terapie orali standard.
Il Parkinson rappresenta oggi la patologia neurologica a più rapida crescita nel mondo. Nella sola Unione Europea si conta oltre un milione di persone affette da questa condizione cronica e, nel decorso della malattia, più dell'80% dei soggetti sperimenta una perdita di stabilità motoria tra una somministrazione e l'altra (le cosiddette fluttuazioni). Questa instabilità comporta un carico assistenziale ed economico notevole per i sistemi sanitari.
Sviluppato da Zambon, Hopledo® (noto nella ricerca come IPX203) risponde proprio a questo bisogno terapeutico insoddisfatto attraverso una tecnologia farmaceutica innovativa che unisce:
La raccomandazione dell'ente regolatorio europeo poggia sulle evidenze del trial clinico di Fase 3 RISE-PD, condotto su 506 pazienti. I dati hanno confermato come la nuova combinazione sia in grado di estendere significativamente il tempo di benessere motorio giornaliero (fase di "Good ON"), riducendo parallelamente i periodi di blocco ("Off").
Un elemento di cruciale importanza sotto il profilo della sanità pubblica riguarda la semplificazione del dosaggio: il farmaco permette infatti di ridurre il numero di assunzioni quotidiane rispetto alle formulazioni tradizionali, mantenendo un profilo di sicurezza sovrapponibile. Una minore frequenza nell'assunzione si traduce direttamente in una migliore aderenza terapeutica e in una qualità di vita superiore per il paziente e per i caregiver.
Come evidenziato dai commenti degli esperti clinici e dei portavoce scientifici di Zambon, l'introduzione di questa opzione rappresenta un progresso concreto verso terapie più stabili e durature. L'efficacia della molecola è peraltro già supportata dall'esperienza clinica consolidata negli Stati Uniti, dove è attualmente commercializzata con il nome di CREXONT®.
La disponibilità effettiva nei paesi europei è prevista in modo progressivo a partire da ottobre 2026, subordinatamente alla formale approvazione della Commissione Europea. L'azienda farmaceutica ha avviato le interlocuzioni con le autorità regolatorie nazionali per favorire un accesso tempestivo al trattamento.
In questi anni i farmaci equivalenti hanno favorito l’accesso alle cure, la tenuta della spesa sanitaria e la valorizzazione della filiera produttiva italiana ed europea.
“Il farmaco equivalente non rappresenta soltanto un’opzione sostenibile, ma un’opportunità di garantire a più cittadini l’accesso a farmaci di qualità, sicuri ed efficaci, liberando così risorse per l’innovazione e per la presa in carico dei nuovi bisogni di salute” sottolinea Riccardo Zagaria, CEO DOC Pharma.

Rendere le cure più accessibili, contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale e valorizzare una filiera farmaceutica di qualità, fortemente radicata in Italia e in Europa. Sono questi i temi al centro dell’evento istituzionale con cui DOC Pharma ha celebrato a Roma i 30 anni dalla fondazione, ripercorrendo una storia nata insieme allo sviluppo del farmaco equivalente in Italia e guardando alle sfide future del sistema salute.
Nata nel 1996, negli stessi anni in cui il farmaco equivalente muoveva i primi passi nel nostro Paese, prima DOC Pharma ha accompagnato l’evoluzione di un mercato che ha progressivamente assunto un ruolo centrale per il Servizio Sanitario Nazionale.
In trent’anni, il farmaco equivalente è diventato una leva concreta di accessibilità e sostenibilità: consente di offrire ai cittadini medicinali di qualità, sicurezza ed efficacia equivalenti a quelli di riferimento, contribuendo al contenimento della spesa e alla possibilità di liberare risorse da destinare all’innovazione, all’assistenza e alla presa in carico dei bisogni di salute.
Il tema dell’accesso ai farmaci assume oggi un valore ancora più rilevante in uno scenario segnato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle cronicità e dalla necessità di garantire continuità terapeutica in un contesto di risorse finite.
In questo quadro, il farmaco equivalente rappresenta uno degli strumenti più efficaci per tenere insieme qualità della cura e sostenibilità economica. Il suo contributo non si esaurisce nel prezzo più contenuto, ma riguarda la capacità di rendere più ampio e stabile l’accesso alle terapie, generando benefici per pazienti, professionisti sanitari e sistema pubblico.
La qualità del farmaco equivalente passa anche dalla solidità della filiera. Per DOC Pharma questo significa affidarsi a una rete produttiva fortemente radicata in Italia e Europa:
Un modello che valorizza il “Made in Italy” farmaceutico e la prossimità produttiva europea, elementi sempre più centrali per garantire qualità, sicurezza degli approvvigionamenti e continuità terapeutica sul territorio nazionale.
In questi trent’anni DOC Pharma è cresciuta fino a diventare una delle realtà di riferimento del farmaco equivalente in Italia. Nel 2025 l’azienda ha registrato un fatturato di 350 milioni di euro ed è indicata come seconda azienda per fatturato nel mercato dei farmaci equivalenti in Italia e quinta azienda nel retail Italia.
Il portafoglio resta fortemente legato alla storia dell’azienda: il 70% è composto da farmaci equivalenti, mentre il restante 30% riguarda prodotti branded e OTC. Una ripartizione che conferma il peso centrale degli equivalenti, ma racconta anche una fase di progressiva evoluzione verso un perimetro più ampio nel mercato della salute.
Negli ultimi anni l’azienda ha avviato una nuova fase di sviluppo, accompagnata dal passaggio da DOC Generici a DOC Pharma. Il cambio di identità non segna un allontanamento dal farmaco equivalente, che resta il cuore della storia aziendale, ma l’ampliamento di una cultura dell’accesso maturata in trent’anni di attività.
La stessa logica che ha guidato la crescita nei farmaci equivalenti orienta oggi lo sviluppo in nuove aree terapeutiche, nei prodotti branded e OTC, con l’obiettivo di rispondere a bisogni di salute sempre più articolati e di rafforzare il contributo dell’azienda al sistema sanitario.
“In questi trent’anni il farmaco equivalente ha dimostrato di essere una leva fondamentale per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale – sottolinea Riccardo Zagaria, CEO DOC Pharma – Non parliamo soltanto di un tema di prezzo, ma della possibilità concreta di garantire a più cittadini l’accesso a farmaci di qualità, sicuri ed efficaci, liberando al tempo stesso risorse per l’innovazione e per la presa in carico dei nuovi bisogni di salute.
DOC Pharma ha contribuito a far crescere nel Paese una cultura sul farmaco equivalente fondata su fiducia, responsabilità e qualità, fino a rappresentare oggi un modello d’eccellenza del “Made in Italy” farmaceutico. Oggi il tema della filiera è altrettanto centrale: poter contare su una rete produttiva fortemente radicata in Italia e Europa significa rafforzare qualità, continuità terapeutica e sicurezza degli approvvigionamenti.
Il passaggio da DOC Generici a DOC Pharma racconta proprio questa evoluzione: il farmaco equivalente resta il cuore della nostra identità, ma quella stessa cultura dell’accesso ci guida oggi verso un perimetro più ampio, con l’obiettivo di continuare a generare valore per i pazienti, i professionisti sanitari e l’intero sistema salute”.
I 30 anni rappresentano quindi non solo un anniversario, ma l’avvio di una nuova fase. DOC Pharma guarda ai prossimi anni con l’obiettivo di rafforzare il proprio ruolo come piattaforma farmaceutica italiana, capace di coniugare la solidità maturata nel farmaco equivalente con nuove competenze, nuove aree terapeutiche e una presenza sempre più ampia nel sistema salute.
La direzione resta quella che ha accompagnato l’azienda fin dalla nascita: rendere l’accesso alla salute un valore concreto e sostenibile, contribuendo alla qualità delle cure, alla continuità terapeutica e alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.
Per ulteriori approfondimenti, visitare il sito: https://docpharma.com/
Presentate a Roma le 6 azioni prioritarie per le Istituzioni: l'Encefalopatia Epatica (EE) non è solo un’emergenza acuta, ma una sfida di gestione cronica che incide per oltre 200 milioni di euro l'anno sulle casse del SSN.
L’Encefalopatia Epatica rappresenta la seconda manifestazione più grave e frequente della cirrosi scompensata. Eppure, nonostante colpisca il 30-45% dei pazienti cirrotici, questa patologia rimane spesso "nascosta" a causa di una carenza di diagnosi precoce e di un significativo sommerso clinico.
L’attuale gestione dell’EE evidenzia criticità strutturali e organizzative che si riflettono direttamente sulla sostenibilità del sistema:
Il documento “Un nuovo paradigma per le cronicità complesse: il caso dell’Encefalopatia Epatica” delinea una strategia per superare l’attuale gestione "frammentata" dell'evento acuto, proponendo un modello di presa in carico globale.
| Ambito di Intervento | Obiettivo Strategico |
| Percorsi Diagnostici (PDTA) | Implementazione di percorsi specifici per cirrosi ed EE. |
| Identificazione Precoce | Utilizzo di strumenti di screening per i pazienti a rischio. |
| Prevenzione Secondaria | Rafforzamento delle terapie per evitare la recidiva. |
| Integrazione Ospedale-Territorio | Continuità assistenziale nella fase post-dimissione. |
| Supporto ai Caregiver | Valorizzazione del ruolo strategico della famiglia. |
| Aderenza Terapeutica | Monitoraggio strutturato del percorso di cura. |
Per contrastare il ritardo diagnostico, la campagna promossa da Alfasigma in collaborazione con Associazione EpaC – ETS punta a rendere riconoscibili i sintomi sfumati (confusione, alterazioni dell'umore, sonnolenza) che precedono le fasi gravi.
L'iniziativa vanta il patrocinio delle principali società scientifiche del settore, a testimonianza della rilevanza del tema per la medicina specialistica e generale:
“L’Encefalopatia Epatica è vittima di limiti clinici e organizzativi. È necessario passare dalla gestione dell’urgenza a un modello di gestione cronica e multidisciplinare per migliorare la sopravvivenza e l'appropriatezza delle cure.”
ROMA, 29 aprile 2026 – Non è solo una disciplina medica, ma "una delle espressioni più alte della civiltà dell’amore". Con queste parole cariche di significato, S. Ecc. Mons. Vincenzo Paglia ha aperto la presentazione del “Libro Bianco per la promozione delle cure palliative in Italia”, svoltasi oggi presso la Camera dei Deputati.
Il volume, che giunge in un momento cruciale per il dibattito sul fine vita in Italia, è il frutto di un lavoro corale promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita (PAV) e dalla Conferenza Episcopale Lombarda (CEL), con il sostegno fondamentale di associazioni di pazienti come Salute Donna ODV, Salute Uomo e Fondazione Floriani ETS.
Curato da Tullio Proserpio, Fabrizio Mastrofini e Augusto Caraceni, e pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, il Libro Bianco non è un semplice manuale tecnico. Si compone di 16 capitoli redatti da un pool di oltre 40 esperti in ambito medico, filosofico, pastorale e sociale.
L’obiettivo è chiaro: fornire alle Istituzioni e agli operatori sanitari una serie di raccomandazioni concrete per colmare il divario tra il bisogno di cure palliative e la loro effettiva erogazione sul territorio nazionale.
"Quando la guarigione non è più possibile, la cura non finisce, ma si trasfigura: diventa tenerezza, presenza fedele, dignità custodita fino alla fine", ha ribadito Mons. Paglia.
Il documento sottolinea come, nonostante le cure palliative siano la risposta più efficace e nobile alla sofferenza estrema, esse soffrano ancora di una scarsa valorizzazione culturale e accademica.
Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, ha evidenziato la missione della Chiesa in questo ambito: "Vogliamo che nessuno resti solo o si senta abbandonato. La Chiesa prende per mano ogni malato e ogni famiglia per proteggere la dignità di ogni fase dell’esistenza". Un concetto ribadito anche da Mons. Renzo Pegoraro, che ha sottolineato come una rete di cura competente e compassionevole sia l'unico vero antidoto a ogni "deriva eutanasica".
Particolarmente incisivo l'intervento di Anna Maria Mancuso, Presidente di Salute Donna ODV. Dal punto di vista di chi vive la malattia sulla propria pelle, l’accesso alle cure palliative non è un'opzione, ma un diritto che garantisce l'aderenza terapeutica e la qualità della vita.
L'evento ha visto una massiccia partecipazione istituzionale, dall'apertura del Presidente della Camera, On. Lorenzo Fontana, alla presenza del Vicepresidente On. Giorgio Mulè.
L'On. Vanessa Cattoi, Coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro”, ha raccolto la sfida lanciata dal Libro Bianco: "Garantire dignità fino all’ultimo momento è una responsabilità dello Stato. Accogliamo questo documento come una chiamata all’azione per rendere il diritto alle cure palliative reale, uniforme e accessibile in tutto il Paese".
Il messaggio finale è un ritorno alla vocazione originaria della medicina: quella di un’alleanza terapeutica e umana che non si arrende davanti al limite, ma lo abita con competenza e prossimità. Perché, come ricorda il Libro Bianco, anche quando non si può più guarire, si può e si deve sempre curare.
Oggi le donne rappresentano oltre il 50% dei medici in Italia e in Europa, con punte che sfiorano il 63% nel settore dell'oncologia. Eppure, se guardiamo indietro, la storia ufficiale della medicina sembra un monologo maschile. Ma è davvero così?

A scardinare questa narrazione ci pensa Daniela Minerva con il suo nuovo libro "Medicina femminile plurale – Il sapere delle donne nella storia", presentato a Roma lo scorso 22 aprile. L'opera non è solo un saggio storico, ma un atto politico che punta a trasformare il futuro della sanità partendo dalle radici sommerse della cura.
Per secoli, il contributo femminile alla medicina non è passato per le aule universitarie — da cui le donne erano rigorosamente escluse — ma si è nutrito del lavoro silenzioso in case, conventi e spezierie.
“Il contributo delle donne non è stato il risultato di singole figure eccezionali, ma un'impresa collettiva”, ha spiegato l'autrice durante l'evento moderato dalla giornalista Francesca Schianchi. Le donne hanno gestito la riproduzione, scoperto rimedi erboristici e tramandato competenze farmacologiche fondamentali, creando le basi della sanità moderna nel silenzio delle mura domestiche.
Il libro riporta alla luce figure straordinarie che hanno sfidato i pregiudizi del loro tempo:
Nonostante l'attuale "tsunami" rosa nelle corsie degli ospedali, la sfida non è ancora vinta. Il libro di Daniela Minerva evidenzia come la prassi medica odierna sia ancora intrisa di una matrice patriarcale: molte terapie e protocolli di ricerca sono tuttora pensati e costruiti su misura per corpi maschili.
La presentazione del volume, realizzata con il contributo di Lilly, ha visto la partecipazione trasversale di parlamentari di ogni schieramento, a testimonianza di quanto il tema della medicina di genere sia ormai centrale nell'agenda politica. Rileggere il passato con uno sguardo femminile non è dunque un semplice esercizio accademico, ma la chiave per garantire una cura più equa, efficace e universale per il futuro.

L’associazione Amici Obesi cambia nome e diventa Amici Oltre il Peso ETS. Restano immutati impegni, missione e obiettivi: supportare le persone che vivono quotidianamente questa condizione fornendo informazione corretta, attuare campagne di sensibilizzazione, collaborare con la comunità scientifica e soprattutto contrastare qualsiasi tipo di stigma legato all’obesità, promuovendo una visione più inclusiva e rispettosa delle persone che convivono con questa malattia cronica multifattoriale.
Il nuovo nome vuole rappresentare l’importante cambiamento di prospettiva rispetto all’obesità, dato dall’approvazione della legge italiana, prima in Europa e al mondo, che riconosce l’obesità come una malattia cronica, recidivante e multifattoriale. Si è dunque reso necessario cambiare il modo di rappresentare l’obesità e le persone che la vivono, per costruire un ponte tra pazienti, opinione pubblica e Istituzioni, favorendo la comprensione di una patologia che ancora oggi, nonostante il riconoscimento ufficiale a livello legislativo, è considerata da molti il risultato di una serie di scelte individuali, piuttosto che una condizione medica complessa.

«Amici, perché è ciò che si diventa frequentando la nostra Associazione; Oltre il Peso, perché ognuno di noi è una persona unica, con sogni, ispirazioni e impegni, degni di essere rispettati e accettati, esattamente come chi viene definito normopeso e indipendentemente dai chili di troppo – dichiara Iris Zani, Presidente di Amici Oltre il Peso ETS – Negli anni abbiamo compreso quanto fosse poco edificante venire etichettato come ‘obeso’, termine che ha assunto una simbologia penalizzante e spesso offensiva. Serviva un cambiamento, un’evoluzione, un passo avanti per dare dignità a tutte le persone che convivono con questa patologia. Un cambiamento significativo per la nostra associazione e per tutti coloro che negli anni ci hanno sostenuto e continuano a farlo che ci fa avviare una nuova fase del nostro percorso associativo con rinnovata determinazione».
Intorno all’obesità persiste uno stigma sociale significativo: i giudizi e gli sguardi negativi, pervasivi, eppure tollerati, rendono difficile, talvolta impossibile, la vita delle persone che convivono con questa malattia, fino a peggiorarne la loro stessa salute fisica e mentale. Inoltre, come emerso da uno studio globale di IPSOS1, molte persone tendono a considerare l’obesità meno grave rispetto ad alcune patologie croniche, ritenendo che la perdita di peso sia legata principalmente alla forza di volontà e che l’obesità sia dovuta a dieta scorretta e scarsa attività fisica, con il ruolo dei fattori biologici e genetici riconosciuto e considerato da pochi.
Cambiare nome per cambiare una comunità, che possa essere capace di abbracciare la diversità e valorizzare ogni persona, incoraggiando il dialogo e la comprensione: questo il messaggio di Amici Oltre il Peso ETS. L’associazione prosegue il suo cammino per assicurare l’assistenza sociale e socio-sanitaria nei confronti delle persone con obesità e/o disturbi alimentari; continuare a svolgere attività di informazione e supporto ai pazienti; combattere lo stigma e il body shaming affinché nessuno si senta escluso e discriminato, ma accolto e compreso; proteggere e garantire i diritti delle persone che vivono con l’obesità; promuovere e organizzare incontri, eventi, convegni, dibattiti sui social, campagne di sensibilizzazione; e soprattutto coinvolgere la comunità scientifica, le Istituzioni, i ricercatori, i pazienti e i loro caregiver per abbattere barriere, accrescere consapevolezza e sensibilizzazione su questa patologia e sul modo migliore per affrontarla e curarla.
Riferimenti
Foto di Vitaly Gariev su Unsplash

