Presentato a Roma il documento programmatico curato dalla Pontificia Accademia per la Vita e dalla Conferenza Episcopale Lombarda. Un appello alle Istituzioni per una medicina che non abbandona mai il paziente, garantendo cure uniformi in tutta Italia.

ROMA, 29 aprile 2026 – Non è solo una disciplina medica, ma "una delle espressioni più alte della civiltà dell’amore". Con queste parole cariche di significato, S. Ecc. Mons. Vincenzo Paglia ha aperto la presentazione del “Libro Bianco per la promozione delle cure palliative in Italia”, svoltasi oggi presso la Camera dei Deputati.

Il volume, che giunge in un momento cruciale per il dibattito sul fine vita in Italia, è il frutto di un lavoro corale promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita (PAV) e dalla Conferenza Episcopale Lombarda (CEL), con il sostegno fondamentale di associazioni di pazienti come Salute Donna ODV, Salute Uomo e Fondazione Floriani ETS.

Una mappa per le Istituzioni e gli Stakeholder

Curato da Tullio Proserpio, Fabrizio Mastrofini e Augusto Caraceni, e pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, il Libro Bianco non è un semplice manuale tecnico. Si compone di 16 capitoli redatti da un pool di oltre 40 esperti in ambito medico, filosofico, pastorale e sociale.

L’obiettivo è chiaro: fornire alle Istituzioni e agli operatori sanitari una serie di raccomandazioni concrete per colmare il divario tra il bisogno di cure palliative e la loro effettiva erogazione sul territorio nazionale.

"Quando la guarigione non è più possibile, la cura non finisce, ma si trasfigura: diventa tenerezza, presenza fedele, dignità custodita fino alla fine", ha ribadito Mons. Paglia.

Il malato al centro: contrastare l'abbandono e la solitudine

Il documento sottolinea come, nonostante le cure palliative siano la risposta più efficace e nobile alla sofferenza estrema, esse soffrano ancora di una scarsa valorizzazione culturale e accademica.

Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, ha evidenziato la missione della Chiesa in questo ambito: "Vogliamo che nessuno resti solo o si senta abbandonato. La Chiesa prende per mano ogni malato e ogni famiglia per proteggere la dignità di ogni fase dell’esistenza". Un concetto ribadito anche da Mons. Renzo Pegoraro, che ha sottolineato come una rete di cura competente e compassionevole sia l'unico vero antidoto a ogni "deriva eutanasica".

La voce dei pazienti: "Cure precoci per evitare la disperazione"

Particolarmente incisivo l'intervento di Anna Maria Mancuso, Presidente di Salute Donna ODV. Dal punto di vista di chi vive la malattia sulla propria pelle, l’accesso alle cure palliative non è un'opzione, ma un diritto che garantisce l'aderenza terapeutica e la qualità della vita.

  • Accesso precoce: Intervenire subito significa alleviare il peso della sofferenza.
  • Riduzione delle disparità: È necessario eliminare le differenze regionali nell'accesso ai servizi.
  • Alternative reali: "Quando il paziente viene assistito correttamente", ha spiegato Mancuso, "non chiede il ricorso all’eutanasia, perché la richiesta è spesso legata proprio all’estrema sofferenza e al senso di abbandono".

L'impegno della politica

L'evento ha visto una massiccia partecipazione istituzionale, dall'apertura del Presidente della Camera, On. Lorenzo Fontana, alla presenza del Vicepresidente On. Giorgio Mulè.

L'On. Vanessa Cattoi, Coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro”, ha raccolto la sfida lanciata dal Libro Bianco: "Garantire dignità fino all’ultimo momento è una responsabilità dello Stato. Accogliamo questo documento come una chiamata all’azione per rendere il diritto alle cure palliative reale, uniforme e accessibile in tutto il Paese".


Il messaggio finale è un ritorno alla vocazione originaria della medicina: quella di un’alleanza terapeutica e umana che non si arrende davanti al limite, ma lo abita con competenza e prossimità. Perché, come ricorda il Libro Bianco, anche quando non si può più guarire, si può e si deve sempre curare.


In occasione della Giornata Nazionale della Salute della Donna, è stato presentato a Roma il libro di Daniela Minerva. Un viaggio tra alchimiste, erboriste e scienziate per riscrivere una storia della medicina che ci appartiene da sempre.

Oggi le donne rappresentano oltre il 50% dei medici in Italia e in Europa, con punte che sfiorano il 63% nel settore dell'oncologia. Eppure, se guardiamo indietro, la storia ufficiale della medicina sembra un monologo maschile. Ma è davvero così?

A scardinare questa narrazione ci pensa Daniela Minerva con il suo nuovo libro "Medicina femminile plurale – Il sapere delle donne nella storia", presentato a Roma lo scorso 22 aprile. L'opera non è solo un saggio storico, ma un atto politico che punta a trasformare il futuro della sanità partendo dalle radici sommerse della cura.

Un esercizio di sapienza collettiva

Per secoli, il contributo femminile alla medicina non è passato per le aule universitarie — da cui le donne erano rigorosamente escluse — ma si è nutrito del lavoro silenzioso in case, conventi e spezierie.

“Il contributo delle donne non è stato il risultato di singole figure eccezionali, ma un'impresa collettiva”, ha spiegato l'autrice durante l'evento moderato dalla giornalista Francesca Schianchi. Le donne hanno gestito la riproduzione, scoperto rimedi erboristici e tramandato competenze farmacologiche fondamentali, creando le basi della sanità moderna nel silenzio delle mura domestiche.

Le pioniere: da Trota o Trotula di Salerno a Joanna Stephens

Il libro riporta alla luce figure straordinarie che hanno sfidato i pregiudizi del loro tempo:

  • Trota (XI secolo): Considerata la prima ginecologa della storia, attiva nella celebre Scuola Medica Salernitana.
  • Hildegard von Bingen: Monaca e scienziata medievale, la cui capacità di osservazione clinica ha anticipato metodi moderni prima dell'avvento delle università.
  • Joanna Stephens: Farmacologa nella Londra del '700, ideatrice di una terapia rivoluzionaria contro i calcoli renali (di cui il mondo accademico maschile tentò di espropriarla).

Oltre il patriarcato medico: verso una medicina di genere

Nonostante l'attuale "tsunami" rosa nelle corsie degli ospedali, la sfida non è ancora vinta. Il libro di Daniela Minerva evidenzia come la prassi medica odierna sia ancora intrisa di una matrice patriarcale: molte terapie e protocolli di ricerca sono tuttora pensati e costruiti su misura per corpi maschili.

La presentazione del volume, realizzata con il contributo di Lilly, ha visto la partecipazione trasversale di parlamentari di ogni schieramento, a testimonianza di quanto il tema della medicina di genere sia ormai centrale nell'agenda politica. Rileggere il passato con uno sguardo femminile non è dunque un semplice esercizio accademico, ma la chiave per garantire una cura più equa, efficace e universale per il futuro.


Scheda del libro

  • Titolo: Medicina femminile plurale – Il sapere delle donne nella storia
  • Autrice: Daniela Minerva
  • Tema: Storia della medicina, salute della donna, medicina di genere.

L’associazione Amici Obesi cambia nome e diventa Amici Oltre il Peso ETS. Restano immutati impegni, missione e obiettivi: supportare le persone che vivono quotidianamente questa condizione fornendo informazione corretta, attuare campagne di sensibilizzazione, collaborare con la comunità scientifica e soprattutto contrastare qualsiasi tipo di stigma legato all’obesità, promuovendo una visione più inclusiva e rispettosa delle persone che convivono con questa malattia cronica multifattoriale.

Il nuovo nome vuole rappresentare l’importante cambiamento di prospettiva rispetto all’obesità, dato dall’approvazione della legge italiana, prima in Europa e al mondo, che riconosce l’obesità come una malattia cronica, recidivante e multifattoriale. Si è dunque reso necessario cambiare il modo di rappresentare l’obesità e le persone che la vivono, per costruire un ponte tra pazienti, opinione pubblica e Istituzioni, favorendo la comprensione di una patologia che ancora oggi, nonostante il riconoscimento ufficiale a livello legislativo, è considerata da molti il risultato di una serie di scelte individuali, piuttosto che una condizione medica complessa.

«Amici, perché è ciò che si diventa frequentando la nostra Associazione; Oltre il Peso, perché ognuno di noi è una persona unica, con sogni, ispirazioni e impegni, degni di essere rispettati e accettati, esattamente come chi viene definito normopeso e indipendentemente dai chili di troppo dichiara Iris Zani, Presidente di Amici Oltre il Peso ETS Negli anni abbiamo compreso quanto fosse poco edificante venire etichettato come ‘obeso’, termine che ha assunto una simbologia penalizzante e spesso offensiva. Serviva un cambiamento, un’evoluzione, un passo avanti per dare dignità a tutte le persone che convivono con questa patologia. Un cambiamento significativo per la nostra associazione e per tutti coloro che negli anni ci hanno sostenuto e continuano a farlo che ci fa avviare una nuova fase del nostro percorso associativo con rinnovata determinazione».

Intorno all’obesità persiste uno stigma sociale significativo: i giudizi e gli sguardi negativi, pervasivi, eppure tollerati, rendono difficile, talvolta impossibile, la vita delle persone che convivono con questa malattia, fino a peggiorarne la loro stessa salute fisica e mentale. Inoltre, come emerso da uno studio globale di IPSOS1, molte persone tendono a considerare l’obesità meno grave rispetto ad alcune patologie croniche, ritenendo che la perdita di peso sia legata principalmente alla forza di volontà e che l’obesità sia dovuta a dieta scorretta e scarsa attività fisica, con il ruolo dei fattori biologici e genetici riconosciuto e considerato da pochi.

Cambiare nome per cambiare una comunità, che possa essere capace di abbracciare la diversità e valorizzare ogni persona, incoraggiando il dialogo e la comprensione: questo il messaggio di Amici Oltre il Peso ETS. L’associazione prosegue il suo cammino per assicurare l’assistenza sociale e socio-sanitaria nei confronti delle persone con obesità e/o disturbi alimentari; continuare a svolgere attività di informazione e supporto ai pazienti; combattere lo stigma e il body shaming affinché nessuno si senta escluso e discriminato, ma accolto e compreso; proteggere e garantire i diritti delle persone che vivono con l’obesità; promuovere e organizzare incontri, eventi, convegni, dibattiti sui social, campagne di sensibilizzazione; e soprattutto coinvolgere la comunità scientifica, le Istituzioni, i ricercatori, i pazienti e i loro caregiver per abbattere barriere, accrescere consapevolezza e sensibilizzazione su questa patologia e sul modo migliore per affrontarla e curarla.

Riferimenti

  1. Global Perceptions of Obesity: An Ipsos Syndicated Study - 2026

Foto di Vitaly Gariev su Unsplash

Il panorama scientifico italiano segna un passo avanti decisivo nella gestione delle patologie orfane con la presentazione ufficiale del Progetto ARGO presso il Senato della Repubblica. L'iniziativa, focalizzata sull'ottimizzazione dei percorsi assistenziali, poggia su basi cliniche solide recentemente validate a livello internazionale dalla pubblicazione sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature.

Il Metodo Delphi: un consenso nazionale tra 55 esperti

A differenza dei modelli tradizionali, ARGO nasce da una Delphi consensus nazionale che ha visto la partecipazione coordinata di 55 esperti provenienti da 18 Regioni italiane. Il gruppo di lavoro, guidato dal professor Giuseppe Limongelli, ha sintetizzato le evidenze cliniche per superare l'attuale frammentazione diagnostica.

In Italia, il ritardo nella corretta identificazione di una malattia rara oscilla mediamente tra i cinque e i dieci anni. L'applicazione sistematica degli indicatori ARGO mira a invertire questa tendenza, con una stima di riduzione dei tempi d'attesa fino al 60% attraverso un corretto indirizzamento ai centri di riferimento.

I 22 indicatori clinici per la medicina territoriale

Il cuore della pubblicazione scientifica è l'individuazione di 22 parametri specifici studiati per supportare pediatri e medici di famiglia nel riconoscimento precoce dei sintomi. Questi "segnali d'allarme" includono:

  • Multisistemicità: coinvolgimento simultaneo di più organi o apparati;
  • Evolutività indefinita: diagnosi che mutano nel tempo o rimangono non classificate;
  • Anamnesi familiare: presenza di consanguineità o sospetto di origine genetica;
  • Atipicità: manifestazioni cliniche che non rientrano nei quadri delle patologie comuni;
  • Progressione clinica: peggioramenti costanti della condizione di salute privi di una causa apparente;
  • Iter frammentato: pazienti con una storia di accessi ricorrenti a specialisti diversi o frequenti ricoveri in urgenza.

Verso un'integrazione tra clinica e istituzioni

Il progetto ARGO non propone solo criteri medici, ma delinea una vera e propria strategia organizzativa. Come sottolineato dal Senatore Orfeo Mazzella durante l'incontro, l'obiettivo è creare una sinergia concreta tra decisori politici, comunità scientifica e associazioni per garantire equità di cure in ogni territorio.

Secondo Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe, la sfida attuale risiede nel rendere questi criteri operativi su scala nazionale. L'integrazione delle informazioni, la formazione continua dei professionisti sanitari e la creazione di un linguaggio clinico comune sono le fondamenta su cui ARGO intende costruire la nuova rete italiana per le malattie rare.

C'è una storia che dice molto di chi è Fabrizio Pulvirenti, prima ancora di aprire il suo libro. Era il 2014 quando questo medico siciliano, specializzato in malattie infettive, si trovava in Sierra Leone come volontario di Emergency per combattere l'epidemia di Ebola che stava devastando l'Africa occidentale. Lì contrasse il virus. Rimpatriato d'urgenza in Italia, fu ricoverato all'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma dove si salvò grazie alla straordinaria risposta coordinata del Ministero della Salute, dell'AIFA, della Regione Lazio e di decine di professionisti sanitari. Un caso che commosse il mondo, tanto che Papa Francesco chiamò personalmente l'allora Ministro Beatrice Lorenzin per esprimere la sua vicinanza.

Quella vicenda, che avrebbe potuto spezzare una carriera, ha invece rafforzato la vocazione di Pulvirenti. Da quella frontiera estrema, attraverso anni di lavoro nei reparti ospedalieri italiani - sempre nel sistema pubblico, sempre rifiutando la libera professione intramoenia - è maturata una visione organica del Servizio Sanitario Nazionale: le sue radici storiche, le sue profonde contraddizioni, e, soprattutto, i rimedi possibili.

Oggi questa visione è un libro: SSN 4.0. Proposte per la rifondazione del Servizio Sanitario Nazionale, edito da Edizioni ETS di Pisa, con la prefazione di Beatrice Lorenzin.

Un SSN in bilico tra eccellenza e diseguaglianza

Il libro di Pulvirenti è la riflessione di un medico che conosce il SSN dall'interno, dalle corsie ospedaliere delle Regioni meridionali fino alle emergenze internazionali, e che non si accontenta di descriverne complessità e alcuni ingranaggi ossidati ma si assume la responsabilità di proporre soluzioni concrete, partendo dall’anamnesi, proseguendo con la diagnosi – basata sulle evidenze scientifiche e sui dati più aggiornati e rigorosi – per arrivare a delle possibili terapie, facendo quello che ogni medico dovrebbe fare, partire dall’ascolto e procedere nel solco dell’alleanza con il paziente, in questo caso il nostro SSN che, alla vigilia dei 50 anni, ha bisogno di un check-up completo.

«Questo libro è – si legge nell’introduzione del volume - un invito a guardare il cuore pulsante del nostro sistema sanitario, a metterne in luce le potenzialità; è un invito al confronto sereno e pacato per immaginare un futuro in cui il Servizio Sanitario Nazionale possa superare le fragilità per tornare ad essere, ancora una volta, un modello di salute per il mondo.»

Il titolo - SSN 4.0 - richiama l'evoluzione storica del sistema sanitario italiano: dal SSN 1.0 della Legge 833 del 1978, al SSN 2.0 del 1992 dell’aziendalizzazione, al SSN 3.0 della devoluzione regionale a cavallo del 2000, fino alla versione 4.0 che l'autore immagina e propone. Una versione che torni a essere universale, equa, meritocratica.

Il nodo irrisolto: una Repubblica con venti sistemi sanitari

Il cuore del libro è una tesi scomoda ma documentata: la devoluzione della sanità alle Regioni è stata un errore storico. Non un'opinione, un dato clinico: chi nasce in Calabria rischia di morire per un infarto con probabilità significativamente più alte rispetto a chi nasce in Emilia-Romagna, non per colpa dei medici calabresi, ma per colpa di un sistema frammentato che ha prodotto venti diverse qualità di assistenza. Un’evidenza così solida che anche il Ministro della Salute, Orazio Schillaci ha recentemente stigmatizzato che “non può essere il cap (codice avviamento postale) a decidere quanto si vive”.

«La devoluzione delle competenze sanitarie dallo Stato alle Regioni – scrive l’autore - è stata una follia politica che deve essere corretta se si vuole seriamente intervenire per offrire a tutti gli italiani gli stessi standard assistenziali da Nord a Sud, isole comprese.»

Ogni anno - stando ai dati citati nel volume - oltre mezzo milione di italiani migra da Sud a Nord per ricevere cure che dovrebbero poter ottenere a casa propria. Questo fenomeno – la famigerata "migrazione sanitaria" - impoverisce ulteriormente le Regioni meridionali, costrette a pagare le prestazioni erogate altrove, in un circolo vizioso che alimenta le diseguaglianze invece di correggerle.

Alcune proposte: ospedali ministeriali, case management, merito

Pulvirenti non si ferma alla denuncia. Con lo stesso rigore con cui analizza i dati del Programma Nazionale Esiti - la banca dati che misura la qualità dell'assistenza ospedaliera in Italia - elabora una serie di punti utili a un progetto di riforma articolato. Propone la creazione di circa 25 Grandi Ospedali “ministeriali” distribuiti sul territorio nazionale, sottratti all'influenza delle amministrazioni regionali e posti sotto la diretta supervisione del Ministero della Salute. Immagina una "Centrale Unica di Case Management" per garantire la continuità di cura tra ospedale e territorio. Suggerisce retribuzioni differenziate per i medici in base all'intensità del lavoro svolto, percorsi di carriera meritocratici per tutti i professionisti sanitari, la trasformazione del medico di medicina generale in dipendente del SSN.

Il filo rosso di queste proposte è la convinzione - maturata sul campo, testimoniata dall'esperienza personale - che il SSN sia ancora uno strumento straordinario di uguaglianza sociale, ma che per sopravvivere abbia bisogno di visione, merito e coraggio politico.

«Scrivere su questi temi non è stato un esercizio accademico - conclude Pulvirenti - ma un atto di partecipazione, un tentativo di "cura" diverso, fatto senza fonendoscopio, ma con le idee».

RIFERIMENTI EDITORIALI

Titolo: SSN 4.0. Proposte per la rifondazione del Servizio Sanitario Nazionale

Autore: Fabrizio Benedetto Maria Pulvirenti

Prefazione: On. Beatrice Lorenzin, già Ministro della Salute

Editore: Edizioni ETS, Pisa

ISBN: 978-884677345-6

Anno: 2026

Un terzo dei decessi legati alla trombosi potrebbe essere evitato attraverso una gestione più oculata delle terapie e protocolli di prevenzione efficaci. Se ne è discusso a Roma nel corso dell'evento promosso da Motore Sanità.

Il sistema sanitario italiano si trova a fronteggiare ogni anno circa 600.000 casi di trombosi, una patologia che causa 200.000 decessi nel nostro Paese. Si stima che, nei Paesi occidentali, una persona perda la vita a causa di un coagulo di sangue ogni 37 secondi. Proprio per analizzare queste criticità e individuare soluzioni concrete, il primo aprile si è tenuto a Roma il convegno “Per combattere la trombosi non rimaniamo in panchina”, iniziativa organizzata da Motore Sanità con il contributo incondizionato di Viatris.

L'importanza dell'appropriatezza per il SSN

Al centro del dibattito, la necessità di migliorare l'appropriatezza terapeutica non solo per fini clinici, ma anche per garantire la tenuta dei conti pubblici. Come spiegato da Claudio Zanon, Direttore Scientifico di Motore Sanità:

«La trombosi colpisce 600.000 persone ogni anno soltanto in Italia, causando 200.000 decessi, dei quali un terzo si potrebbe evitare».

Zanon ha inoltre ribadito quanto una scelta terapeutica corretta possa generare un risparmio di milioni di euro per il Servizio Sanitario Nazionale, ottimizzando gli esiti per il paziente e riducendo il rischio di complicazioni.

Una sfida gestionale e formativa

La lotta alla trombosi passa attraverso l'adozione di protocolli clinici condivisi che facilitino l'aderenza del paziente alla cura e garantiscano tempestività d'intervento. Gli esperti hanno evidenziato l'importanza della formazione medica: il clinico deve poter scegliere terapie che coniughino efficacia, sicurezza e sostenibilità economica, personalizzando il trattamento sulle specifiche esigenze del malato.

Secondo Davide Pugliese, Responsabile della Business Unit Hospital Care di Viatris, la sinergia tra i diversi attori del sistema è fondamentale:

«Iniziative come questa dimostrano come gli sforzi congiunti possano contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario».

Pugliese ha confermato l'impegno dell'azienda nel garantire l'accesso alle cure, in linea con la missione di favorire una vita sana in ogni sua fase.

Definizione e rischi della patologia

Tecnicamente, la trombosi consiste nella formazione di un coagulo che ostruisce vasi arteriosi o venosi. I fattori scatenanti principali restano il danno endoteliale, le alterazioni del flusso ematico e l'ipercoagulabilità. Tra le forme più temibili figura la Trombosi Venosa Profonda (TVP), che interessa spesso gli arti inferiori e può degenerare in embolia polmonare (responsabile di 100.000 morti l'anno). Ad oggi, il tromboembolismo venoso rappresenta la prima causa di decesso tra i pazienti ospedalizzati e la terza tra la popolazione adulta complessiva, preceduta solo da cardiopatia ischemica e ictus.

Prevenzione e stili di vita

Nonostante la centralità delle cure farmacologiche, la prevenzione primaria resta il primo baluardo. Gli esperti concordano sul fatto che uno stile di vita sano — caratterizzato da un’attività fisica costante, una dieta bilanciata e l'eliminazione del tabagismo — sia determinante per abbattere i fattori di rischio e prevenire le recidive, riducendo drasticamente il carico della malattia sulla società.

02 aprile 2026

Foto di HI! ESTUDIO su Unsplash

Un impegno concreto per l’innovazione medica e il supporto alla fragilità: la Fondazione Baroni ha premiato oggi tre progetti di ricerca scientifica d’eccellenza, confermando uno stanziamento di 150 mila euro dedicato all’ambito medico e riabilitativo.

I tre vincitori della categoria "Ricerca Scientifica" fanno parte dei dodici progetti complessivi selezionati tra ben 262 candidature, per un finanziamento totale che raggiunge i 400 mila euro. L'annuncio ufficiale è avvenuto durante la Cerimonia 2026 presso il Circolo Canottieri Aniene di Roma, alla prestigiosa presenza della Ministra per le disabilità, Alessandra Locatelli.

I tre progetti vincitori: eccellenza nella ricerca scientifica

I progetti selezionati si distinguono per l'uso di tecnologie all'avanguardia e per un approccio profondamente umanizzato alla cura:

  • AMPLIMOV – IRCCS San Raffaele, Roma: Un protocollo innovativo di stimolazione transcutanea cervicale finalizzato al recupero di forza e destrezza dell’arto superiore dopo un ictus. L’approccio integra tecnologie digitali per personalizzare la riabilitazione e restituire autonomia al paziente.
  • Progetto SiMS – Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS, Roma: Un percorso sperimentale di musicoterapia basato sul Metodo Euterpe, applicato ai disturbi di coscienza in età pediatrica e adolescenziale. Un intervento sicuro e personalizzato che mira a restituire dignità al percorso di cura dei pazienti più giovani.
  • Test da sforzo cardiopolmonare – Università degli Studi di Roma “Foro Italico”: Un nuovo protocollo che indaga gli adattamenti cardiopolmonari all’esercizio in soggetti con lesione midollare toracica. Attraverso un percorso di 20 settimane, l'esame diagnostico si trasforma in una guida concreta alla cura domiciliare, migliorando la tolleranza allo sforzo e riducendo il rischio cardiovascolare.

L’impegno della Fondazione e l'impatto sociale

Il Presidente della Fondazione, Giuseppe Signoriello, ha sottolineato l'importanza del ruolo sussidiario del terzo settore nel panorama italiano:

«In Italia vivono più di 3 milioni di persone con gravi disabilità. Dove non arrivano le famiglie nell’assistenza quotidiana arriviamo noi del terzo settore, sopperendo alle mancanze pubbliche. Investire fondi per la disabilità ora non equivale a fare mero assistenzialismo: come riportato da autorevoli studi, ogni euro investito nel sociale genera almeno tre euro di PIL nel medio periodo».

Una storia di solidarietà dal 1972

Fondata oltre cinquant'anni fa, la Fondazione Baroni ha destinato nella sua storia oltre 8 milioni di euro a opere di solidarietà e ricerca scientifica. Per l’anno in corso, i bandi hanno messo a disposizione un totale di 400 mila euro, equamente suddivisi per coprire le diverse necessità del settore:

  1. Ricerca scientifica: 150 mila euro.
  2. Sport inclusivi: 125 mila euro.
  3. Assistenza e solidarietà: 125 mila euro.

Questo nuovo stanziamento ribadisce la missione della Fondazione: trasformare la ricerca in soluzioni pratiche capaci di migliorare sensibilmente la qualità della vita delle persone con disabilità.

Foto di Hush Naidoo Jade Photography su Unsplash

Presentato il nuovo Barometro di Helaglobe. Se il coinvolgimento nelle decisioni cliniche migliora, il divario digitale resta uno scoglio per la prevenzione. Davide Cafiero: «L’engagement non è un’opzione, ma un acceleratore di salute: serve co-progettare i servizi con i cittadini».

Il Servizio Sanitario Nazionale si trova oggi a un bivio: da un lato, una crescente consapevolezza del paziente nelle decisioni di cura; dall'altro, un'accessibilità digitale che fatica a decollare, frenando le campagne di prevenzione. È questo il quadro tracciato dal Barometro del Patient Engagement 2025, l'indagine nazionale di Helaglobe presentata presso la ASL Roma 1, che ha coinvolto oltre 4.200 cittadini.

«Siamo al secondo anno di monitoraggio dei risultati del Barometro», spiega Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe. «Oltre 4.000 cittadini si sono espressi per definire quanto siano coinvolti dal sistema sanitario nelle decisioni e nella valutazione dell’erogato. È fondamentale ascoltare le persone, perché l’engagement aumenta poi il risultato di salute».

Le tre dimensioni dell'engagement: luci e ombre

L'indagine analizza il coinvolgimento su tre livelli distinti: clinico, istituzionale e organizzativo. Se sui primi due si registrano segnali incoraggianti, il fronte organizzativo (il "fare con" le ASL e le aziende ospedaliere) mostra ancora forti criticità.

«Sul livello clinico notiamo miglioramenti, così come su quello istituzionale abbiamo registrato punti di incremento», sottolinea Cafiero. «Purtroppo, a livello organizzativo notiamo uno scarto deficitario rispetto all'anno scorso. I cittadini chiedono di essere più coinvolti nella valutazione e nella riprogettazione del sistema erogativo locale».

Il digitale come leva di inclusione (e i rischi di esclusione)

Uno dei dati più impattanti dell'edizione 2025 è l'Indice di Accessibilità Digitale per la Salute (IADS), che si attesta su una media nazionale di 46 su 100. Il divario digitale non è solo una questione tecnica, ma un vero e proprio ostacolo alla salute: l'adesione agli screening scende al 71% tra chi ha scarso accesso web, contro l'89% dei cittadini digitalmente evoluti.

Secondo Cafiero, il legame tra competenza digitale e salute è diretto: «Chi è più pratico del tema digitale ha risultati di engagement più potenti: partecipa di più agli screening e percepisce con maggiore positività l’erogato del sistema sanitario».

Tuttavia, l'innovazione non deve creare nuove barriere. «È importante investire nel sistema digitale, ma è altrettanto fondamentale co-progettare con l’utente finale affinché non siano esclusi coloro che non sono nativi digitali, come le fasce d’età più alte. La progettazione del sistema digitale deve avvenire con il coinvolgimento diretto di queste persone».

La voce degli esperti: cultura, scuola e sostenibilità

Il report evidenzia come il coinvolgimento attivo riduca del 46% la probabilità di vivere esperienze emotive negative (rabbia o frustrazione) durante il percorso di cura. Un dato che spinge le istituzioni verso una revisione dei paradigmi educativi.

Annamaria Colao, vicepresidente del Consiglio Superiore della Sanità, punta sulla formazione: «Il coinvolgimento attivo deve iniziare dai banchi di scuola: sto lavorando perché la biologia umana diventi materia di studio per cittadini consapevoli». Per Giuseppe Quintavalle (ASL Roma 1 - FIASO), la sfida è culturale: «Migliorare la sanità oggi significa passare dal “fare per il paziente” al “fare con il paziente”».

Sostenibilità e aderenza terapeutica

Il mancato coinvolgimento ha anche un costo economico insostenibile. In Italia, la sola non-aderenza farmacologica pesa per circa 2 miliardi di euro l'anno. Come ricordato da Matteo Scortichini (Università Tor Vergata), «una maggiore consapevolezza può ridurre la spesa sanitaria dell'8,3%», rendendo l'alfabetizzazione sanitaria una leva strategica di sostenibilità per l'intero SSN.

In conclusione, il Barometro 2025 non è solo una fotografia, ma un monito. Come sintetizzato da Davide Cafiero: «Il Barometro vuole offrire alle istituzioni una bussola per trasformare il SSN in un sistema che non solo cura, ma che sa ascoltare e coinvolgere».

Gallina (Dg Sante): “La regolamentazione da sola non basta. Servono investimenti. L’Unione dei capitali che abbiamo proposto potrebbe essere una leva decisiva per evitare la fuga di risorse Oltreoceano”

Non solo farmaci: l'evoluzione del panorama regolatorio abbraccia oggi terapie digitali, prodotti integratori e nuove frontiere della farmacovigilanza. Alla seconda edizione dell’Incontro Affari Istituzionali e Regolatori di AFI, in corso oggi e domani a Roma, il confronto si accende sulla definizione dei nuovi contorni della governance e sulle sfide poste dalla revisione della legislazione farmaceutica europea. 

Alla due giorni partecipano, fra gli altri, Sandra Gallina della Commissione Europea, e Francesco Saverio Mennini del Ministero della Salute, figure centrali per comprendere la direzione delle nuove politiche regolatorie e di accesso. Il contributo dell'Agenzia Italiana del Farmaco è affidato agli interventi di Cinzia Berghella, Enrico Costa, Domenico Di Giorgio, Anna Rosa Marra, Simona Montilla e Rita Pacello

NUOVO SCENARIO NORMATIVO. Le imprese fanno i conti con la riforma europea del farmaco che ha fissato a otto anni la protezione standard dei dati, con la possibilità di estensioni legate al lancio simultaneo in tutti i 27 Paesi dell’Unione. 

“Il principio di legare la durata della protezione dei dati a un accesso più ampio e tempestivo ai farmaci in tutta l’Unione è condivisibile”, commenta il Presidente di AFI, Giorgio Bruno. “Ma – osserva – nella pratica si scontra con la forte eterogeneità dei sistemi di pricing e rimborso nazionali. In queste condizioni, pensare che tutte le aziende possano lanciare simultaneamente in 27 Paesi senza mettere sotto pressione la sostenibilità economica, in particolare per realtà medio-piccole e aree terapeutiche ad alto rischio, è poco realistico”. Il pericolo è che, aumentando l’incertezza regolatoria e la variabilità degli incentivi, l’Europa diventi meno attrattiva rispetto a mercati più prevedibili come quello statunitense o asiatico, con un possibile spostamento degli investimenti in ricerca e sviluppo. “Per evitarlo – avverte Bruno – è indispensabile accompagnare la riforma con un percorso disemplificazione e maggiore prevedibilità dei processi decisionali nazionali, così da coniugare accesso equo, sostenibilità dei sistemi sanitari e capacità competitiva dell’Europa nella ricerca farmaceutica.”

IL PUNTO DI VISTA EUROPEO. “L’innovazione deve andare di pari passo con tre principi inderogabili: l’efficacia, la sicurezza e la qualità dei medicinali. Non possiamo accettare un’innovazione che venga fatta a discapito di uno solo di questi pilastri” ha dichiarato Sandra Gallina, Direttrice Generale per la Salute e la Sicurezza Alimentare della Commissione Europea (DG SANTE). “La regolamentazione da sola non basta”, ha continuato. “Servono investimenti. L’Unione dei capitali che abbiamo proposto potrebbe essere una leva decisiva per evitare la fuga di risorse Oltreoceano e finanziare l’innovazione nel nostro continente. L’Italia ha grandi cervelli per la biotecnologia, ha tutte le carte a posto. Con il Biotech Act e con investimenti adeguati, può diventare protagonista di questa fioritura. L’Europa è ancora un grande continente per l’investimento farmaceutico e biotecnologico: dobbiamo tenere la barra dritta. La riforma legislativa del farmaco europea dovrebbe vedere l’approvazione finale a novembre, da quel momento gli Stati membri avranno due anni per l’applicazione”. 

RICERCA MENO ATTRATTIVA. Altro ambito in cui si rischia una perdita di competitività è quello dei rimborsi. In questo caso, la ricerca di un risparmio immediato sulla spesa farmaceutica, perseguita in modo lineare e con strumenti prevalentemente difensivi, rischia di comprimere gli investimenti in innovazione e indebolire la resilienza della filiera rispetto ai competitor internazionali che possono contare su contesti più stabili e programmabili. 

“In un settore caratterizzato da cicli di sviluppo lunghi e ad alta intensità di capitale – dichiara il presidente – considerare la spesa per farmaci innovativi solo come costo e non come investimento strategico significa esporsi, nel medio periodo, al rischio di perdere capacità produttiva, attrattività per la ricerca clinica e competitività industriale. Occorre quindi passare da una logica di taglio di breve termine a una governance che premi valorequalità e impatto sulla salute pubblica, salvaguardando al tempo stesso la sostenibilità dei conti pubblici e la capacità del Paese di restare un hub credibile per l’industria farmaceutica europea e globale”.

SICUREZZA NEL SETTORE DEGLI INTEGRATORI. Il mercato degli integratori in Italia cresce di anno in anno (+5,5% solo nel 2024) e supera i 5 miliardi di euro. Dal punto di vista della produzione industriale, i prodotti tecnicamente ricadono sotto la normativa alimentare, destinati a pazienti fragili o con bisogni clinici specifici, tuttavia “non possiamo accontentarci del rispetto dei requisiti igienico‑sanitari: è necessaria un’attività di progettazione, verifica delle proprietà, produzione, controllo e tracciabilità in parte presi dal  mondo farmaceutico, per garantire, tra l’altro, robustezza dei processi, validazione analitica e gestione del rischio lungo l’intera filiera”, spiega la Professoressa Paola Minghetti, Vice Presidente dell’AFI.

“Questa convergenza regolatoria e tecnologica genera inevitabilmente complessità per le aziende, che si trovano a operare in un’area di confine tra legislazione alimentare e aspettative ‘farmaceutiche’ in termini di qualità, sicurezza e documentazione a supporto; come AFI – evidenzia – stiamo lavorando proprio su questo fronte, creando momenti multidisciplinari, attività di formazione avanzata e occasioni di confronto tra industria, mondo accademico e istituzioni, per favorire interpretazioni omogenee del quadro normativo e la diffusione di buone pratiche condivise”.

E NEL SETTORE DEGLI AFMS. Gli alimenti a fini medici speciali (AFMS) possono giocare un ruolo importante per ridurre l'impatto della cronicità sul Sistema sanitario nazionale. Sono infatti formulati per la gestione dietetica di pazienti con esigenze nutrizionali che non possono essere soddisfatte attraverso la normale dieta o gli integratori. 

“Il potenziale impatto sul sistema sanitario – commenta la Vice Presidente – è particolarmente rilevante: un impiego appropriato e precoce di questi prodotti, nell’ambito di percorsi assistenziali ben strutturati e sotto controllo medico, può contribuire a ridurre carenze nutrizionali, migliorare l’aderenza alle terapie, permettere ai pazienti di affrontare meglio la progressione di molte condizioni croniche, con possibili benefici sia in termini di esiti clinici sia di sostenibilità complessiva delle cure”.

REGOLE PER IL DIGITALE. Anche il mercato delle terapie digitali (DTx) è in crescita (26 dispositivi certificati solo al termine dello scorso anno) e un aumento delle aziende produttrici. Per essere rimborsate le terapie devono dimostrare un valore aggiunto, simile a quello richiesto dall'Aifa per i farmaci. Il rischio tuttavia è di lasciare il settore in un "limbo" popolato da app del benessere prive di validazione clinica.

“Le Digital Therapeutics rappresentano un ambito estremamente promettente”, rileva la professoressa, “ma la loro piena integrazione nei percorsi di cura richiede inevitabilmente un quadro regolatorio chiaro e coerente. In Italia la classificazione come dispositivi medici definisce già alcuni requisiti di sicurezza e qualità, ma per essere riconosciute come vere e proprie opzioni terapeutiche dispensabili a carico del Ssn è necessario dimostrare un valore clinico solido, comparabile a quello richiesto per altre tecnologie sanitarie. Il rischio – sottolinea –, in assenza di meccanismi chiari di valutazione e rimborsabilità, è che il mercato resti poco strutturato e che si crei una sovrapposizione tra soluzioni digitali con reale validazione clinica e semplici applicazioni per il benessere. Per questo – conclude – è fondamentale lavorare a modelli di assessment basati su evidenze scientifiche, che consentano di distinguere e valorizzare le tecnologie realmente efficaci e di favorire un’integrazione appropriata nel sistema sanitario.”

  • Esperti italiani e internazionali riuniti a LeishTalk 2026, evento promosso da Boehringer Ingelheim Animal Health, con il Patrocinio di ANMVI e FNOVI, hanno fatto il punto sulla necessità di una sempre maggiore collaborazione e integrazione tra medici veterinari, farmacisti e medici umani per combattere sfide sanitarie emergenti con strategie efficaci.
  • La prevenzione riveste un ruolo chiave per raggiungere la “Top Protection” nel cane, attuata attraverso la scelta consapevole di antiparassitari con proprietà repellente e insetticida, dietro consiglio del veterinario. La massima protezione per tutti, animali e uomini, enfatizza l’approccio “One & More Health”: salute animale, umana e ambientale sono interconnesse.
  • L’Italia al primo posto in Europa per incidenza di leishmaniosi umana cutanea e al secondo posto per incidenza di leishmaniosi umana viscerale. I dati del Ministero della Salute segnalano che tra il 2011 e il 2016 si sono verificati 1.700 casi di leishmaniosi umana viscerale, conferma della necessità di agire in modo interconnesso con tutti gli attori della salute.

Peschiera del Garda, 23 marzo 2026 Nei giorni scorsi i maggiori esperti italiani e internazionali provenienti dalla medicina veterinaria e umana, dalla ricerca scientifica e dalle Istituzioni sanitarie si sono riuniti a LeishTalk 2026, che torna per il secondo anno nell’ambito dell’iniziativa STOP alla Leishmania in 3 ACT, evento multidisciplinare promosso da Boehringer Ingelheim Animal Health con il Patrocinio di ANMVI e FNOVI e organizzato da EV Soc. Cons., tenutosi a Peschiera del Garda.

L’obiettivo dell’incontro è stato chiaro: rafforzare una rete multidisciplinare capace di trasformare conoscenza ed evidenze scientifiche in strumenti pratici, utili sul territorio e nelle attività di controllo dei vettori in espansione. Una rete che unisce veterinari, medici, farmacisti e istituzioni in un’ottica One Health. Tra le priorità individuate: collaborazione e prevenzione non solo per la leishmaniosi nel cane con i suoi impatti sull’uomo e sulla sanità territoriale, ma anche per controllare la rapida espansione di “nuove” zanzare invasive provenienti dall’Asia orientale. La prevenzione parte sempre dal cane e punta alla Top Protection: una protezione “totale” che mette al centro animali, persone e ambiente, in linea con i principi di One & More Health.

«L’approccio One Health è oggi più che mai fondamentale in un contesto in profondo cambiamento come quello italiano. Da un lato il calo demografico, dall’altro la crescita costante degli animali da compagnia, ormai parte integrante della vita di milioni di famiglie. Questo scenario, insieme all’emergere di nuove sfide sanitarie come le malattie trasmesse da vettori, rende evidente quanto la salute umana, animale e ambientale siano strettamente interconnesse. Per questo è essenziale rafforzare la collaborazione tra tutte le figure della salute – medici, veterinari, farmacisti – insieme a Istituzioni e associazioni, per promuovere una cultura della prevenzione e costruire un sistema più equo e sostenibile – ha commentato Karin Ramot, Head of Boehringer Ingelheim Animal Health Italia Aziende come Boehringer Ingelheim hanno la responsabilità di contribuire concretamente a trasformare la vita delle generazioni presenti e future. Questo impegno parte dall’innovazione, con oltre il 23% di investimenti in ricerca e sviluppo, e si traduce in una visione orientata a un sistema salute più sostenibile, equo e centrato sulla prevenzione.
La collaborazione con istituzioni, comunità scientifica e professionisti della salute è per noi fondamentale: solo così possiamo rafforzare l’educazione sanitaria e rispondere in modo efficace alle sfide di oggi e di domani»
.

Ma qual è il contesto in cui ci troviamo ad operare oggi? In Italia è in corso un cambiamento profondo – e sempre più evidente – nello scenario epidemiologico dei pappataci (flebotomi) e delle nuove zanzare invasive. Questi insetti, principali vettori della leishmaniosi nel cane e nell’uomo e responsabili anche di altre zoonosi parassitarie e virali come filariosi e arbovirosi, stanno rapidamente ampliando il loro territorio. Dalle aree tradizionalmente endemiche del Sud e delle coste, oggi colonizzano anche vaste zone del Nord Italia, arrivando fino ai contesti prealpini e montani. La leishmaniosi canina (Lcan) è ormai segnalata endemica in oltre 57 nuovi Comuni del Nord Italia1, con sempre nuovi focolai di Leishmania infantum registrati in Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, mentre si assiste a un aumento esponenziale dei nuovi casi in Emilia-Romagna e Toscana. Parallelamente, nuove specie di zanzare invasive stanno dimostrando una sorprendente capacità di adattarsi a temperature più fredde e alla presenza di serbatoi animali.

«Questo secondo evento di “STOP alla Leishmania in 3 ACT” rappresenta il continuum rispetto agli obiettivi che ci eravamo posti nella scorsa edizione e che sono ancora in progress attraverso diverse attività, come la consulenza clinica gratuita o le segnalazioni di nuovi focolai di leishmaniosi – dichiara Domenico Otranto, Professore di Parassitologia e Malattie Parassitarie degli animali presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari e Distinguished Professor presso la CityU di Hong Kong in Cina, Responsabile Scientifico dell’eventoPur restando fermi alcuni capisaldi come l’informazione e l’educazione del veterinario e del proprietario, quest’anno abbiamo ritenuto necessario spostare il focus sulla prevenzione consapevole con l’obiettivo preciso di ottenere la cosiddetta “Top Protection”, ossia la protezione totale, quella che offre la massima sicurezza a tutti: cane e uomo. È un cambio di visione della prevenzione che consiste in primo luogo in un approccio consapevole e attento del medico veterinario, chiamato a una scelta mirata degli antiparassitari disponibili, consigliando e prescrivendo un antiparassitario topico spot-on, dotato di efficacia repellente e insetticida, che protegge da pappataci e zanzare, e consigliare in alcune condizioni una combinazione con un antiparassitario orale ad azione insetticida che protegge anche contro le zecche e, se necessario, raccomandando la vaccinazione, che offre comunque una protezione parziale perché insufficiente a bloccare l’infezione. In sintesi, il trattamento deve essere scelto in modo consapevole, scegliendo il prodotto giusto, impiegato per il tempo giusto a partire dal mese di marzo per 9 mesi al Centro-Sud e per 6 mesi al nord. Proteggere il cane significa proteggere l’uomo: per questo è necessaria la collaborazione tra diverse figure professionali con l’obiettivo di ridurre al massimo il rischio di punture e infezioni ma con approcci diversi. Centrale il rapporto tra il medico veterinario e il proprietario per combattere la leishmaniosi canina; centrale il clinico per la diagnosi tempestiva della leishmaniosi umana. Tenendo presente che la protezione totale protegge anche da altri vettori e zoonosi in forte diffusione».

Al centro del convegno, oltre ai pappataci (flebotomi), sono state protagoniste le zanzare invasive, quelle conosciute da tempo, e quelle emergenti che stanno colonizzando alcune aree del Nord Italia, capaci di adattarsi a temperature fredde e che potrebbero ridisegnare la mappa epidemiologica in relazione ad alcuni parassiti e virus.

«Parliamo di zanzare del genere Aedes, sorelle per intenderci della ormai famosa zanzara Tigre: l’Aedes Koreicus e l’Aedes Japonicus, provenienti dall’Asia orientale – spiega Sara Epis, Professore Associato di Parassitologia e Malattie Parassitarie all’Università degli Studi di MilanoArrivate da noi intorno al 2010, si sono diffuse particolarmente in alcune regioni del settentrione perché, a differenza di quelle tropicali, hanno una buona capacità di sopravvivere in ambienti collinari e montani a temperature più basse. Queste zanzare hanno la capacità vettoriale di trasmettere virus (arbovirus), anche se la nostra attenzione è focalizzata sulla trasmissione di filariosi (nematodi filaridi). L’urbanizzazione ha un ruolo fondamentale nel favorire la colonizzazione di questi vettori e la diffusione delle zoonosi che trasmettono al cane e all’uomo. Oltre al cambiamento climatico, con il rialzo delle temperature, un ruolo fondamentale ha l’espansione delle città a scapito di habitat naturali che vengono frammentati, con il conseguente effetto di aumentare le zone di contatto tra uomini, animali domestici, fauna selvatica e vettori. Solo un approccio integrato che prevede strategie diversificate, messe in atto tutte nello stesso momento, riesce a ottenere un controllo significativo dei vettori e dei parassiti che possono infestare animali e uomini».

La leishmaniosi è causata da un parassita protozoario, Leishmania infantum, che viene inoculato nel cane come nell’uomo con la puntura del pappatacio femmina. L’infezione nell’uomo attecchisce sia nella forma cutanea, più frequente, meno severa e trattabile anche ambulatorialmente, sia nella forma viscerale, molto più seria perché se non curata può essere fatale. L’Italia si conferma al primo posto in Europa per incidenza di leishmaniosi umana cutanea e al secondo posto per incidenza di leishmaniosi umana viscerale.

Dati ufficiali segnalano che tra il 2011 e il 2016 si sono verificati in Italia 1.700 casi di leishmaniosi umana viscerale2. In Toscana, tuttavia, tra il 2018 e il 2023 l’incidenza di leishmaniosi umana è aumentata più di 8 volte, passando dallo 0,22 a 1,81 casi ogni 100mila abitanti negli ultimi 5 anni3.
Nella regione Emilia-Romagna negli ultimi 5 anni sono stati accertati 67 casi di leishmaniosi viscerale, con un aumento progressivo di leishmaniosi negli ultimi 12 anni4.

«Possiamo affermare che dagli anni ’90 si sono registrati sempre valori superiori ai 200 casi di leishmania viscerale in Italia, con un aumento particolarmente significativo in questi anni recenti; si osserva, quindi, una curva che sebbene fluttuante tende sempre alla crescita – sottolinea Luciano Attard, Direttore Unità Operativa Gestione Clinica di Emergenze Epidemiologiche, IRCCS Policlinico Sant’Orsola di BolognaLa leishmania viscerale rappresenta una sfida clinica per il parassitologo. La diagnosi è il punto critico perché sebbene sia disponibile una diagnostica sierologica e di biologia molecolare avanzata, quello che conta veramente è la sensibilità clinica: per trovare un’infezione bisogna sospettarla e cercarla, e questo si può fare solo se si hanno conoscenze specifiche ed esperienza. Una diagnosi tardiva compromette il trattamento a causa di un ritardo nelle cure, cui consegue una maggiore carica parassitaria e alterazioni epatiche, renali e del sistema immunitario per cui il soggetto può non riuscire a tollerare la terapia.
La diffusione del vettore richiede un approccio interdisciplinare perché si tratta di intervenire sul serbatoio (cane), sui pappataci e sull’uomo. È quanto abbiamo attuato nella provincia bolognese a partire dall’emergenza dell’autunno/inverno 2012, quando da 2-3 casi annui di L. viscerale umana si registrarono improvvisamente 14 casi tra adulti e bambini sotto i 18 mesi. Il picco, arrivato a oltre 25 casi, si ripresenta a cadenza di 1-2 anni, nonostante lo stretto monitoraggio e interventi diversificati
».

Un tema quindi che non afferisce più alla sola sfera della salute veterinaria ma vede una crescente attenzione anche dalla medicina umana, attenta in particolar modo a prevenzione e riduzione dei tempi di diagnosi, a favore non solo dei pazienti ma anche della sostenibilità del sistema salute.

Come conferma Bartolomeo Griglio, Vice-Direttore Direzione Sanità, Regione Piemonte: «La cattiva o inadeguata gestione delle zoonosi rappresenta una criticità per la salute pubblica, umana e animale, la biodiversità e l’economia del territorio, in quanto favorisce l’insorgenza di focolai che possono evolvere in epidemie o pandemie, con un impatto devastante e costi sanitari e sociali elevati. La soluzione sta nel superamento della gestione a silos, con l’attuazione di un approccio One Health che riconosce salute umana, veterinaria e ambientale interconnesse. Prevenzione, sorveglianza epidemiologica integrata, diagnosi precoce e formazione hanno l’obiettivo di tutelare la salute dei cittadini e degli animali, in particolare per evitare conseguenze letali sui più fragili. Nei casi in cui si ha il sospetto di una circolazione virale nell’uomo, si può arrivare anche a sospendere l’utilizzo del sangue in determinate aree del territorio. La rete nazionale di sorveglianza e monitoraggio delle zoonosi verrà a breve implementata all’interno del nuovo Piano per il controllo delle Arbovirosi in fase di revisione per essere aggiornato e implementato dal Ministero della Salute».

A conferma dell’importante impegno istituzionale sul tema c’è stato l’intervento del Ministero della Salute, con la dott.ssa Maria Gabriella Perrotta, Ufficio 3, Direzione Generale della Salute Animale, Ministero della Salute: «La leishmaniosi ci ricorda che salute animale e umana non sono compartimenti separati. Il veterinario non valuta solo i segni clinici sul cane ma legge il territorio, integrando le informazioni cliniche con elementi epidemiologici e ambientali, anche attraverso la consultazione di fonti istituzionali, bollettini e dati aggiornati sulla circolazione degli agenti patogeni a livello locale, nazionale e internazionale. A questo si aggiunge l’ascolto attento del proprietario, da cui possono emergere elementi utili che, letti in un’ottica integrata, consentono di inquadrare il caso in un contesto più ampio e di orientare una valutazione complessiva del rischio sanitario, anche con possibili implicazioni per la salute umana.
In quel momento il veterinario non sta solo curando: sta costruendo prevenzione, sta trasferendo informazioni sul rischio zoonotico, sta indirizzando il proprietario verso il suo medico per percorsi di indagine più appropriati. La sua diagnosi non rimane un atto clinico isolato, ma diventa un tassello di quella coscienza sanitaria che è il fondamento stesso del nostro Servizio Sanitario Nazionale, e che oggi, con un sistema di sorveglianza sempre più integrato, assume un valore strategico»
.

Fonti:

  1. Ordine dei medici Veterinari di Mantova, Newsletter Apr 2025; Uffici Stampa Nazionale, Nota Apr 2025
  2. Studio Ministero della Salute
  3. Studio del Centro di riferimento regionale della Toscana, A. Barbiero et al., 2024
  4. Dati del Servizio Epidemiologico Regionale dell’Emilia-Romagna

Foto di Erik Karits su Unsplash

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